lunedì 23 marzo 2020

«Disastro Sassari Dovranno cadere diverse teste»





«Sassari è un caso nazionale, una cosa fuori dal mondo. In nessuna parte d'Italia si è verificato un così clamoroso fallimento delle procedure di sicurezza in un ospedale. A Sassari il 60 per cento dei contagi riguarda personale ospedaliero. Nel resto d'Italia la media è dell'8 per cento. C'è altro da aggiungere»?

È un atto d'accusa, anonimo, «per evitare ritorsioni», sia da parte di colleghi suscettibili e influenti che delle autorità politiche, pronte a mettere la mordacchia a chi in prima linea sta combattendo contro il coronavirus.

A parlare è un dirigente medico di alto livello dell'Azienda sanitaria di Sassari. Cinquantotto anni, ottimi studi superiori prima della laurea in medicina, incarichi di grande importanza in diverse strutture del nord Sardegna. E pone alcune domande: «C'era un piano per affrontare l'emergenza? E ancora: le decisioni sono state prese in tempo? Sono gli stessi interrogativi che, credo, si sta ponendo la Procura della Repubblica dopo l'apertura dell'inchiesta».

Che idea si è fatto a tale proposito?
«Non ho certezze. So solo che è un disastro. Quando tutto sarà finito, devono cadere alcune teste».

Impreparati?
«Come minimo. Il virus si è diffuso in Cina a gennaio. A febbraio è comparso in Lombardia. A marzo la sanità sassarese doveva essere attrezzata per l'emergenza. Il risultato, invece, è quello che abbiamo sotto gli occhi».

Ci sono stati casi anche negli ospedali a Nuoro e Cagliari.
«Vero, ma l'infezione poi non è dilagata nei reparti come a Sassari. Che pure era uno dei due hub regionali per il contrasto al Covid-19. Un bell'esempio di hub».

Cosa avrebbero dovuto fare i dirigenti?
«Elaborare un piano di emergenza, studiare percorsi dedicati, attrezzarsi di mascherine. Ben prima che il virus facesse la sua comparsa in città. Invece...»

Che clima si respira in ospedale?
«Pessimo, c'è nervosismo e non possiamo permettercelo. Ora serve sangue freddo».

Il direttore del Pronto Soccorso del Santissima Annunziata, Mario Oppes, è in malattia a casa.
Ho solo sentito voci di corridoio: forse ha subito uno stress insopportabile».

Uno dei decessi è avvenuto a Casa Serena. Cosa ne pensa?
«Un fatto preoccupante, al di là del dolore per la morte di una persona. In quella casa di riposo c'erano 150 anziani ad altissimo rischio. Sono i più vulnerabili. Il virus non sarebbe mai dovuto entrare lì dentro».

Il picco in Sardegna è ancora di là da venire?
«Ho paura di sì. E noi non abbiamo né le teste né le risorse della Lombardia. Le carenze di personale che sono state denunciate negli anni scorsi ci sono ancora».

Si possono creare più posti letto.
«Certo. E poi chi li gestisce? Un passante, un impiegato o chi altri?»

È di questi giorni la polemica sulle mascherine.
«Mandare allo sbaraglio gli operatori non protetti è stato un disastro».

Ma queste mascherine ci sono o no?
«Le forniture dovrebbero arrivare. Tra l'altro, un'azienda di Bonorva ha riconvertito la sua produzione da materassi a mascherine. Questo ci darà un po' di respiro. Ma c'è chi ne sta approfittando».

Cioè?
«Il costo di una mascherina in tempi normali era di 20 centesimi. Alcuni fornitori ora, in tempo di guerra, le vendono a 5 euro l'una».

E i respiratori?
«In Italia li fabbrica una sola azienda. E serve tempo, mica si allestisce un respiratore in un giorno. La Germania produce qualcosa, il grosso lo fanno in Cina».

Come possiamo difenderci da questa epidemia?
«Igiene personale e distanza sociale. Per il vaccino serve tempo. Molto tempo».

Ivan Paone

Articolo tratto da L’Unione Sarda delk 23.03.2020

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Federico Marini
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1 commento:

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