Quando ero piccola la chiesa aveva profumo di chiesa. Tutto
profumava genuinamente: le candele bruciavano il loro forte odore di cera, i
fiori gridavano primavera e l'acqua benedetta nella fonte sapeva
inconfondibilmente di acqua benedetta, ovvero di tutte le altre cose messe
insieme.
Quando entravo in chiesa il mio naso era al settimo cielo.
Ma era solo frutto del potere accrescitivo dell'infanzia, quello che ti faceva
vedere una stanza come un salone da ballo e sentire il bruciore di un graffio
come quello di una ferita in cancrena. È quello che ti permette di vedere dei e
diavoli, credere al bene e al male, dividere il mondo in assolutamente buoni e
assolutamente cattivi.
Vado cercando una chiesa che sappia di chiesa da anni.
Inutilmente. Non credo più in dio, ma appena mi capita l'occasione entro a casa
sua per annusarla. L'acqua della fonte sa di acqua, cioè di niente. Le candele
di cera hanno quasi ovunque ceduto il passo a quelle elettriche, asettiche. I
fiori quasi si vergognano di gridare primavera in questo silenzio generale,
sussurrano un poco, ma roba da nulla. Il grande vuoto.
Eppure continuo a cercare, e ogni volta che entro in chiesa
mi piglio sedici pesti consecutive. Le cose sono due: o io ho un organismo di
merda oppure dio, che esiste nonostante io lo neghi, è un profumiere molto
geloso delle sue ricette che da anni tenta di dirmi "credi in quello che
vuoi, ma vai a odorare casa tua".
Di Elisa Lai
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