lunedì 19 ottobre 2026

Il 23 luglio del 2011 muore la cantante Amy Jade Winehouse


 Il 23 luglio del 2011 viene ritrovato il corpo senza vita della cantante londinese Amy Jade Winehouse. È stata una cantautrice, stilista e produttrice discografica britannica. Nata il 14 settembre 1983 a Enfield (Middlesex), in Inghilterra. Cresce a Southgate, quartiere a nord di Londra, dove la sua famiglia (di origine ebreo-russe) è formata dal padre farmacista e dalla madre infermiera. Tuttavia la piccola Amy preferisce la musica allo studio: a soli dieci anni, fonda un piccolo gruppo rap amatoriale: "Sweet'n'Sour".

In breve tempo la ragazza, grazie al suo enorme talento, entra a far parte del professionismo vocale: viene scoperta da Simon Fuller, noto e astuto ideatore di "Pop Idol": Amy firma un contratto con l’agenzia di management "19 Entertainment", che a sua volta riesce a trovare un accordo discografico con la Island Records. Il singolo "Stronger than me", composto dalla stessa Amy Winehouse insieme al produttore Salaam Remi, le fa vincere numerosi premi:  Il 23 luglio del 2011 viene ritrovato il corpo senza vita della cantante londinese Amy Jade Winehouse. È stata una cantautrice, stilista e produttrice discografica britannica. Nata il 14 settembre 1983 a Enfield (Middlesex), in Inghilterra. Cresce a Southgate, quartiere a nord di Londra, dove la sua famiglia (di origine ebreo-russe) è formata dal padre farmacista e dalla madre infermiera. Tuttavia la piccola Amy preferisce la musica allo studio: a soli dieci anni, fonda un piccolo gruppo rap amatoriale: "Sweet'n'Sour".

In breve tempo la ragazza, grazie al suo enorme talento, entra a far parte del professionismo vocale: viene scoperta da Simon Fuller, noto e astuto ideatore di "Pop Idol": Amy firma un contratto con l’agenzia di management "19 Entertainment", che a sua volta riesce a trovare un accordo discografico con la Island Records. Il singolo "Stronger than me", composto dalla stessa Amy Winehouse insieme al produttore Salaam Remi, le fa vincere numerosi premi: è in questo periodo che Amy comincia a dare le prime manifestazioni del suo carattere ribelle e inquieto.

Il suo nuovo lavoro è datato 2006. Il un nuovo disco s’intitola "Back to black" e s’ispira a Phil Spector, nonchè alla musica degli anni '50 e '60. Il singolo estratto dall'album è "Rehab" (che parla dei temi di cui Amy è stata vittima, la traduzione , infatti, è "riabilitazione") che proietta subito il disco nella top ten inglese, facendole vedere la vetta all'inizio del 2007.

Nel frattempo l'Independent pubblica un articolo sulla depressione, in cui Amy Winehouse viene citata come clinicamente affetta da psicosi maniaco-depressiva che rifiuta le cure. Lei tuttavia ammetterà solo di aver sofferto di disordini alimentari (anoressia e bulimia). I problemi legati a droga e alcol sembrano comunque non avere una fine.

 

Fidanzata con Blake Fielder-Civil, si sposano nel mese di maggio del 2007, ma la nuova situazione non la porta verso una condotta di vita più sana e tranquilla: nel 2007 dopo alla manifestazione celebrativa "MTV Europe Music Awards" sale per due volte sul palco in apparente stato confusionale.

Ai Grammy Awards 2008 (gli Oscar della musica) di Los Angeles trionfa vincendo quattro premi; tuttavia non avendo ricevuto il visto per entrare negli USA, partecipa alla serata cantando da Londra. Nonostante i vari tentativi di riabilitazione, gli eccessi della sua vita hanno il sopravvento sul suo fisico: Amy Winehouse viene trovata morta a Londra il 23 luglio 2011. Aveva 27 anni (come Jim Morrison, Jimmy Hendrix, Janis Joplin). Inizialmente la sua morte fu motivata con un suicidio, tuttavia, in relazione agli esami medici, emerse che la cantante fu vittima di un eccesso di alcol, in un periodo di totale disintossicazione.

 


lunedì 23 marzo 2020

Non voglio stare sull'onda emotiva dei social





Lo confesso. Non ho fatto un arcobaleno con su scritto 'andrà tutto bene', non ho usato l'hashtag #MilanoNonSiFerma e nemmeno l'#ItaliaNonSiFerma, e non ho nemmeno cantato dal balcone. Non mi va. Non mi va di stare sull'onda della comunicazione emotiva sui social.

Perché non riuscivo a farmi il selfie all'aperitivo sorridente quando era già tutto chiaro, anche che la crisi economica si sarebbe aggravata all'aggravarsi della crisi sanitaria

Perché non mi andava la sera di cantare dal balcone se la mattina avevo visto i camion portar via da Bergamo centinaia e centinaia di salme. Perché non riesco a pensare che andrà tutto bene, se per migliaia di persone è già andato tutto male, malissimo. Non mi va.

Perché mi viene il nodo in gola per chi soffre per lutti e malattie, e mi viene il nodo in gola anche per gli amici con i ristoranti chiusi, per quelli a cui sono saltati i concerti, per quelli che non hanno più clienti, per quelli che devono andare in fabbrica lo stesso, per quelli che sono medici e infermieri e ogni sera sperano di non esser stati contagiati.

Non mi va.

Certa comunicazione e certa politica emozionale in momenti come questi mi sembrano ancor più vuote del solito. Non è polemica. E' uno stato d'animo.


E forse non appartiene solo a me.

Di Elibetta Piccolotti


venerdì 20 marzo 2020

“Lo dico da insegnante: lasciateci tempo per stare coi nostri figli!” Di Stefania Corda



Mi piacerebbe tanto che questo mio messaggio arrivasse alla Ministra Azzolina e a coloro che in questo momento si stanno attivando per fare sì che la "Scuola" continui, nonostante tutto. Scrivo da genitore e da insegnante (precaria ed entrata nel mondo della scuola talmente di recente da fare fatica a definirsi tale). Apprezzo moltissimo il lavoro che si sta facendo per concedere ai nostri figli una sorta di continuità scolastica. Io, i colleghi, e credo tutti gli insegnanti, stiamo facendo un lavoro enorme.

Lavoriamo tantissime ore al giorno: materiale, video, piattaforme, tentativi di coinvolgimento degli alunni... Farlo da casa non è facile, perché intorno a noi, li che ci guarda, c'è il visino preoccupato di un figlio che cerca attenzioni, rassicurazione. E noi, come tutti in questo momento, non possiamo sempre rispondere a queste legittime richieste, perché dobbiamo "lavorare da casa", perché ci sono i loro compiti da vedere, verificare, supervisionare.

Passiamo le giornate annegando fra compiti, computer, cellulari...e non per poter "pensare ad altro e alleggerire lo stress", lo facciamo perché la scuola deve proseguire il suo giusto percorso. Quella che io chiedo è una piccola cosa: " lasciateci il tempo di stare con i nostri figli (o di aiutare i genitori anziani), consentiteci di pensare ad altro che non sia la scuola.

Ci state caricando di uno stress indicibile, e sappiamo tutti che è fatto per il bene dei ragazzi e bambini, ma sta diventando troppo. Troppo per gli insegnanti, che davvero combattono ogni giorno con piattaforme, circolari e tanto altro, troppo per noi genitori, che ci sentiamo affogare in questo flusso continuo che arriva dalla scuola, troppo per i bambini e i ragazzi che, in questo momento più che in altri, hanno necessità di sorrisi, allegria, condivisione di positività, e non solo di "apprendere".

Continuerò a fare il mio lavoro di insegnante, cercherò di non annegare come genitore. Ma per favore, fateci respirare... stiamo annaspando tutti...

Di Stefania Corda
Autrice del libro “Forse sì”


Nell'isola il 70% dei contagiati indossa il camice


Nuovo focolaio a Olbia: 15 positivi in ospedale. Allarme al Giovanni Paolo II. Nell'isola il 70% dei contagiati indossa il camice

Il contagio continua a diffondersi negli ospedali. E per la Sardegna arriva la giornata più nera. Ieri è cresciuto in maniera vertiginosa il numero dei positivi, con un totale di 206 e l'incremento più alto dall'inizio dell'emergenza, così come confermato nel bollettino della Regione. E anche a Olbia, dove sinora si erano registrati soltanto due casi (quattro nel territorio gallurese), i numeri cominciano a essere pesanti.

Nel giro di poche ore, all'ospedale Giovanni Paolo II, è stata raggiunta quota 15. Medici e infermieri soprattutto, ma anche pazienti ospitati nel reparto di Rianimazione, chiuso dall'altro ieri. Da quando cioè è risultato positivo al test un primo infermiere, che però non ha avuto alcun sintomo.

I tamponi. Circa una trentina di persone sono state già sottoposte a tampone: dieci tra medici e infermieri sono risultati positivi, ma sono tutti asintomatici. Due i negativi. Si aspettano, però, gli altri risultati. Positivi anche alcuni pazienti che si trovavano ricoverati in Rianimazione per altre patologie e che dovranno essere trasferiti. Non si sa ancora dove. Dovrebbero essere divisi tra Sassari e Cagliari e ci sarebbe anche la disponibilità di Nuoro.

Il Mater Olbia. Ma di fronte all'emergenza, sono stati in molti in questi giorni a chiedere alla Regione di inserire il Mater Olbia nell'elenco dei centri di riferimento dell'isola, "perché possa dare un contributo in questa grande sfida sanitaria": lo ha ribadito ieri mattina il sindaco Settimo Nizzi, lo ha sollecitato due giorni fa il presidente della conferenza socio-sanitaria della Gallura Antonio Satta, che ha anche scritto una lettera al presidente Solinas. E lo stesso emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al Thani, ha messo a disposizione l'ospedale d'eccellenza, con i suoi 13 posti di rianimazione, "per poter assistere e curare i pazienti colpiti da Coronavirus". Per ora, non è arrivato alcun via libera.

Test a tappeto. Mentre si attendono tutti i risultati dei tamponi, è solo cominciata, nel reparto di Rianimazione del Giovanni Paolo II, la sanificazione di alcune aree. Potrà essere conclusa, infatti, quando i pazienti risultati positivi e ancora ricoverati nell'unità chiusa, verranno trasferiti. I negativi, invece, sono stati sistemati nell'ala attrezzata e protetta che è stata creata all'interno dello stesso ospedale. Adesso, però - lo prevedono le procedure - si dovrà fare anche all'interno dell'ospedale di Olbia, così come sta avvenendo in tutte le corsie d'Italia, una ricerca epidemiologica a tappeto: si dovrà verificare, insomma, se in tutti i reparti collegati alla Rianimazione possano esserci altri casi positivi.

Si è intanto saputo che il primo infermiere della Rianimazione risultato positivo al tampone mercoledì sera, dovrebbe essere stato contagiato a bordo di un elicottero del 118 circa 10 giorni fa: dell'equipaggio facevano parte il pilota e un medico della Rianimazione di Nuoro, entrambi positivi al Covid-19.Sassari.

Tutti gli ospedali del capoluogo sono sotto strettissima osservazione. Il caso è scoppiato nel reparto di Cardiologia del Santissima Annunziata, dove un paziente è deceduto domenica mattina e numerosi medici e infermieri sono risultati positivi. Se in Sardegna la metà dei contagiati indossa un camice, nel Sassarese (e da ieri anche in Gallura) la percentuale sale almeno sino al 70%.

I tamponi eseguiti ieri, con un alto numero di positivi, confermano questa preoccupante tendenza. Gli ordini dei medici sono allarmati e in un comunicato congiunto segnalano l'urgenza di dotare il personale sanitario di adeguati presìdi di protezione che mancano in quasi tutte le strutture. Altrimenti la situazione potrà solo peggiorare.

Stefania Puorro


Articolo tratto da “La Nuova Sardegna” del 20.03.2020

-----------------
Federico Marini
skype: federico1970ca



giovedì 19 marzo 2020

Frana l'economia: solo nel turismo a rischio 47mila posti




Gli scenari sono tanti e cambiano a seconda della durata dell'emergenza. Anche nell'ipotesi migliore, tuttavia, l'impatto del Coronavirus sull'economia sarda sarà devastante. Ci sono due studi che circolano in questi giorni: uno è di Cerved Industry Forecast e stima gli effetti su tutte le imprese, l'altro dell'Aspal e si concentra in particolare sul turismo e il suo indotto.

Crollo dei fatturati Secondo Cerved, se le imprese italiane rischiano di perdere tra i 270 e i 650 miliardi di fatturato nel 2020-21 in base alla durata dell'epidemia, con impatti molto diversificati tra i settori, la Sardegna è tra le regioni che potrebbero subire i danni maggiori.
Nell'ipotesi migliore, quella di una crisi che duri sino a maggio, l'Isola perderebbe 2,6 miliardi di fatturato nel 2020 (-8,9%) rispetto alle tendenze di crescita precedenti all'epidemia, e oltre 6 (-22,5%) se la crisi si protraesse sino alla fine dell'anno. Nello scenario migliore, tutte le regioni recupereranno nel 2021 il fatturato perso nel 2020, in quello peggiore nel biennio la Sardegna perderà oltre il 20% contro il 15% del resto d'Italia.

Turismo e indotto a picco
Analizzando i dieci settori con le performance peggiori, il settore più colpito sarà quello turistico. Ma non sarà l'unico. Secondo Cerved Industry Forecast il calo di fatturato degli alberghi sarà, a seconda dello scenario, tra il 37,5 e il 73,3%, quello dell'extralberghiero tra il 31,3 e 64,2%; agenzie di viaggi e tour operator perderanno fra il 35,5 e il 68,8%. Cali tra il 25 e il 50% nel biennio anche per trasporto aereo e società di gestione aeroportuale, organizzazione di eventi, produzione e vendita di auto e moto, parrucchieri e istituti di bellezza e autonoleggi.

Ci saranno anche settori in crescita: il commercio on line registrerà un vero e proprio boom (tra il + 26 e +55%), i fatturati dell'alimentare saliranno tra il 12 e il 23%, la produzione di ortofrutta si attesterà su un +2,5%; bene anche i prodotti farmaceutici, le lavanderie industriali e la cantieristica

Lo studio dell'Aspal Lo studio dell'Agenzia sarda per le politiche attive del lavoro, pubblicato il 16 marzo, analizza più approfonditamente le conseguenze sulla spesa turistica regionale. Partendo dalle presenze registrate dall'Osservatorio del turismo, artigianato e commercio della regione (15.052.251) e dalla spesa del 2018 - 1.575 milioni, secondo la Banca d'Italia - delinea tre diversi scenari a seconda che la contrazione sia del 10, 30 e 50%.

Nel primo caso la mancata spesa turistica sarà di 158 milioni, nel secondo di 473, nel terzo di 788. Considerato che il valore aggiunto del turismo è di 6,1 miliardi, secondo l'osservatorio del mercato del lavoro delll'Aspal, la perdita sarà compresa fra 610 e 3.050 milioni.

L'impatto sul lavoro Secondo l'Istat, su 612mila occupati totali nell'Isola, 162mila lavorano nel settore “Turismo, alberghi e ristoranti”. Dei diecimila che lavorano solo tra luglio e settembre potrebbero restarne a casa tra mille e 5mila, a seconda dello scenario. Ma a rischio, secondo l'Aspal, sarebbe il lavoro di buona parte dei 94mila sardi che nel 2019 hanno avuto un contratto nel comparto (alberghi, ristoranti, noleggio e servizi, trasporti, attività artistiche, commercio, attività professionali): i posti a rischio sarebbero tra i 9.400 e i 47mila.

Fabio Manca

Articolo tratto da l’unione sarda del 19 Marzo 2020






mercoledì 18 marzo 2020

(18 Marzo 1947) Nasce a Spoleto Walter Tobagi




(18 Marzo 1947) Nasce a Spoleto Walter Tobagi, scrittore e giornalista, da sempre considerato uno dei più attivi giornalisti nell'analisi del terrorismo militante durante gli anni di piombo. Fu giornalista prima de "L'Avanti", poi sopratutto di "Avvenire". Nel 1972 approda al "Corriere della Sera", dove poté esprimere le sue potenzialità di cronista politico e sindacale.

All'età di otto anni la famiglia di Tobagi si trasferisce a Bresso, nei pressi di Milano (il padre Ulderico faceva il ferroviere). Comincia presto ad occuparsi di giornalismo, è redattore della storica «Zanzara», il giornale del liceo Parini. Di quel piccolo ma popolare giornale Tobagi diviene in breve tempo il capo redattore.

Tobagi si occupava di fatti culturali e di costume, non era interessato allo sport. Già in quelle occasioni dava prova di abilità di moderazione riuscendo a conciliare conservatori ed estremisti, tolleranti e intolleranti: doti non comuni che utilizzerà in tutto il corso della sua carriera. Nel 1969 fu assunto dal giornale “Avanti!”. Disse di lui il direttore, Leonardo Valente: “Quando lo assunsi, mi accorsi di essere davanti a un ragazzo preparatissimo, acuto e leale. Affrontava qualsiasi argomento con la pacatezza del ragionatore, cercando sempre di analizzare i fenomeni senza passionalità».

Nei giorni del sequestro Moro segue ogni fase della mancata trattativa. Per primo tenta di spiegare che esiste una continuità tra vecchie e nuove Br e che, quindi, non vi è alcuna contrapposizione tra le Br, 'romantiche' delle origini con la faccia pulita alla Mara Cagol e le Br sanguinarie e provocatorie degli ultimi tempi».

La sera prima di essere assassinato, presiedeva un incontro al Circolo della stampa di Milano, per discutere del «caso Isman», un giornalista incarcerato perché aveva pubblicato un documento sul terrorismo. Aveva parlato della responsabilità del giornalista dinanzi all'arroganza delle bande terroristiche: problemi che aveva studiato ormai da anni e che conosceva a fondo. Aveva pronunciato frasi come: «Chissà a chi toccherà la prossima volta».

Tobagi fu ucciso a Milano in via Salaino, alle ore 11 del 28 maggio 1980, con cinque colpi di pistola esplosi da un "commando" di terroristi della Brigata XXVIII marzo (gruppo armato di estrema sinistra). A sparare furono Mario Marano e Marco Barbone. È quest'ultimo a dargli quello che doveva essere il colpo di grazia: quando Tobagi era ormai a terra, il terrorista gli si avvicinò e gli esplose un colpo dietro l'orecchio sinistro. In realtà, dai risultati dell’autopsia, il colpo mortale fu il secondo esploso dai due assassini, che colpendo il cuore ne causarono la morte.

Jobs act: chiamarlo cancellazione dei diritti suona male, non è vero? Di Toto Dessopiu




Istituzioni, regole, tutto cancellato con la scusa dell'emergenza. In tema di sanità, Speranza oscurato per un DPCM senza senso, Lamorgese oscurata con un secondo provvedimento. A questo punto la democrazia è realmente in pericolo, le idee che altri hanno lanciato stanno trovando attuazione col volto rassicurante di Conte.

Certo, dalla padella alla brace il salto è piccolo, dopo il default del 2011 abbiamo voluto un rottamatore ed i rottamati siamo noi. Nomi di fantasia per giustificare quelle porcherie che in lingua italiana sarebbero offese al pudore.

Pensiamo ad esempio il Job Act, chiamarlo cancellazione dell'articolo 18 suona male, non è forse vero? Ed oggi, leggere di lavoro a distanza, sembra una norma bellissima, vengono a mancare i contatti con la P:A: ed i servizi saranno sempre più carenti.

Il pensionando che cerca un contatto all'interno dell'INPS o il disoccupato sanno perfettamente come questa realtà sia immanente. Se poi si conoscono i meccanismi della rete vedere il collo di bottiglia è facile, più connessioni esistono più sarà difficile accedere al sistema, che tra le altre cose avrà ulteriori protezioni e restringerà le possibilità. Oggi si ha la prova provata di quanto teorizzato da altri, one man show è questo.

Toto Dessopiu