La Biblioteca del Quotidiano Repubblica, nel 2005 ha
pubblicato e diffuso a migliaia di copie un volume di 800 pagine sulla
preistoria nel quale nuraghi e Sardegna non vengono citati, neppure per errore.
Un’occasione mancata per la cultura italiana che pur pretende, – e con quale
spocchia e albagia – di dominare sull’Isola. Per contro, uno dei redattori più
influenti del quotidiano romano, Sergio Frau, da tempo
sostiene, producendo una grande messe di indizi e di prove, che al tempo dei
nuraghi la Sardegna altro non era se non Atlantide.
La tesi, se verificata
fino in fondo, sconvolgerebbe la storia del Mediterraneo così come la
conosciamo; anche per questo è
avversata con veemenza da accademici, sovrintendenti, geologi e antropologi
poco disposti a mettere in discussione se stessi e le certezze su cui hanno
fondato carriere e fortune. E' la stessa veemenza usata nel passato contro il
dilettante scopritore di Troia, anch'essa come Atlantide considerata un
semplice "mito".
Se il Quotidiano “La Repubblica” ha compiuto un semplice peccato di
omissione, qualcuno ha fatto di peggio: certo Gustavo Jourdan, uomo d‘affari francese, deluso per
non essere riuscito dopo un anno di soggiorno in Sardegna, a coltivare gli
asfodeli per ottenerne alcool, in “l’Ile de Sardaigne” (1861) parla della
Sardegna rimasta ribelle alla legge del progresso, terra di barbarie in seno
alla civiltà che non ha assimilato dai suoi dominatori altro che i loro vizi.
Mentre l’inglese Donald Harden, archeologo, filologo e storiografo di fama, dopo
aver visitato molte contrade della Sardegna, agli inizi del Novecento, tra gli
anni ’20 e ‘30, espresse giudizi poco lusinghieri sulla tradizionale cultura
del popolo sardo che lo aveva ospitato e in una sua opera “The Fhoenician”
parlerà della Sardegna come regione sempre retrograda.
Ma tant’è: accecati dall’eurocentrismo, evidentemente costoro
dimenticano che quella nuragica è stata la più grande civiltà della storia di
tutto il mediterraneo centro-occidentale del secondo millennio avanti Cristo. Con migliaia di nuraghi (8.000
secondo le fonti ufficiali: l’Istituto geografico militare, che però li
censisce secondo modalità militari e non archeologiche; 20.000 secondo Sergio
Salvi e 25--30.000 secondo altre fonti non ufficiali) costruzioni megalitiche tronco-coniche
dalle volte ogivali con scale elicoidali; pozzi sacri, betili mammellari,
terrazze pensili, androni ad arco acuto, innumerevoli dolmens e menhir,
migliaia di statuette e di navicelle di bronzo. Con un’economia
dell’abbondanza: di carne, pesce, frutti naturali. Che produce oro, argento,
rame, stagno, ambra, ossidiana, formaggi, sale, stoffe, vini. Ma anche la
musica delle launeddas.
Con una forma di sviluppo autonomo e un notevole livello culturale:
di qui l’abilità di applicare tipologie architettoniche superiori a quelle di
altre civiltà contemporanee o tecnologie sull’estrazione, la lavorazione e la
fusione dei metalli. Quella Sardegna, (per
Omero la Scherìa, la terra dei Feaci, abitanti di un’Isola su tutte felice),
posta a Occidente nel mezzo del Mediterraneo, aperta al mondo, che combatte,
alleata con i Popoli del mare contro i potenti eserciti dei Faraoni e dei re di
Atti che tiranneggiano e opprimono i popoli.
La Sardegna, l’Isola sacra in fondo al mare di Esiodo, l’Isola dalle
vene d’argento (Argyròflebs) di Platone poi Ichnusa Sandalia ecc. oltre che
Isola “felice” è infatti Isola libera, indipendente e senza stato. Organizzata in una confederazione
di comunità nuragiche mentre altrove dominano monarchi e faraoni, tiranni e
oligarchi. E dunque schiavitù. Non a caso le comunità nuragiche costruiscono
nuraghi, monumenti alla libertà, all’egualitarismo e all’autonomia; mentre
centinaia di migliaia di schiavi, sotto il controllo e la frusta delle guardie,
sono costretti a erigere decine di piramidi, vere e proprie tombe di cadaveri
di faraoni divinizzati.
Per sfuggire alle carestie, alla fame e alla miseria ma anche alle
tirannidi e alla schiavitù molti si rifugeranno nell’Isola, che accoglierà
esuli e fuggitivi. Venti mila – secondo
il linguista sardo Massimo Pittau – scampati alla distruzione della città-stato
di Sardeis in Anatolia, da parte degli invasori Hittiti. Altri arriveranno
dalla stessa Troia. Finché i Cartaginesi non invasero la Sardegna, per fare bardana,
depredare e dominare l’Isola. Ma con il dominio romano fu ancora peggio. Fu un etnocidio spaventoso.
La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della
popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne,
diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e
sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre
disperse o usate per fortilizi, strade cloache o teatri; pare persino che
abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e
corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i
rostri delle navi da guerra.
La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico,
fu sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi: nomi di
fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante. Le
esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle
risorse, terre foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle
piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque
privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in
Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e
isolata dal mondo. E’ da qui che nascono
l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta
asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e
insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del
nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura
“civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta
di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella
clandestinità. “La lunga guerra di libertà dei Sardi – è Lilliu a scriverlo –
ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene
sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande
insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari
nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111
a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al
contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi
dei vincitori)”.
La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli
romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma
lo storico Meloni. Ma
non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le
sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos
sardos (i regni sardi)
Francesco Casula