martedì 17 dicembre 2019

La nostra terra non sarà mai una discarica coloniale! Di Liberu – Lìberos Rispetados Uguales




Giusto pochi giorni fa è stata presentata la classifica di Legambiente sul riciclo dei rifiuti e si scopre che la Sardegna nel 2018 si è attestata sesta tra le regioni più virtuose dello Stato italiano. La raccolta differenziata l’anno scorso ha raggiunto quasi il 67%, ben oltre quindi il 65% richiesto dalla normativa statale, incrementando di ben 4 punti percentuale il risultato del 2017.

E la differenziata poi non è solo quantitativamente interessante, ma lo è anche dal punto di vista della partecipazione complessiva: su 377 comuni totali, sono 341 quelli che superano la soglia del 65%, e di questi circa la metà superano il 75% di differenziata, fattore che indica una coscienza molto diffusa e capillare del rispetto ambientale.

La maggior parte dei comuni virtuosi sono concentrati nelle zone interne, ma bisogna considerare che i comuni costieri hanno da gestire i rifiuti di decine di migliaia di turisti stagionali che non sempre hanno la stessa virtuosità ambientale dei Sardi. Tuttavia ci sono lodevolissime eccezioni, come i 21 comuni costieri che, nonostante il flusso turistico, riescono a raggiungere comunque una differenziata del 75%, con in vetta il comune di Orosei che raggiunge addirittura l’88,4 per cento di differenziata.

In questo quadro positivo e quasi idilliaco risuonano particolarmente inquietanti le ultime notizie che arrivano dal Lazio.
Il prossimo 15 gennaio infatti chiuderà la discarica di Colleferro e Roma entrerà in emergenza igienico sanitaria. L’azienda municipalizzata per lo smaltimento dei rifiuti, l’Ama, ha già annunciato che sta già studiando diverse alternative, tra cui l’invio in Sardegna di montagne di rifiuti che si accumulano per le strade della capitale italiana.

Per questo motivo l’Ama, oltre a prolungare gli accordi con Marche e Abruzzo (a cui conferisce già circa 30mila tonnellate di rifiuti indifferenziati)
ha chiesto alla regione Lazio di stipulare urgentemente accordi con la Sardegna per l’invio di rifiuti in impianti presenti nell’isola.

Queste voci confermano pienamente i timori e i ripetuti allarmi che Liberu negli anni scorsi aveva lanciato rispetto alle politiche di ampliamento degli inceneritori sardi.

In più occasioni infatti Liberu aveva denunciato pubblicamente che, stante la crescita costante del riciclo da parte dei comuni della Sardegna, con conseguente diminuzione di rifiuto secco da incenerire, l’unica spiegazione per le politiche di aumento abnorme degli inceneritori doveva essere quello di accogliere centinaia di migliaia di tonnellate di spazzatura italiana.A suo tempo qualcuno parlò di allarmismo ingiustificato: ora tutto lascia presagire che avessimo pienamente ragione.

Così mentre il popolo sardo avanza nel percorso virtuoso di differenziazione dei rifiuti e di protezione dell’ambiente e della salute, la politica italiana - in accordo con i suoi tentacoli sardi - già da tempo pianificava l’invio di rifiuti da trasformare in aerosol cancerogeni per la nostra gente.

Come già ai tempi della munnezza napoletana, anche questa volta, magari canticchiando “Fatece largo che passamo noi…”, pretenderanno di scaricare il frutto del loro malgoverno e del loro menefreghismo sul nostro popolo appellandosi alla cosiddetta “solidarietà nazionale”.

Quella famosa solidarietà a cui si richiamano solo quando c’è da dividere rifiuti e spese, ma che dimenticano sempre quando si tratta di investimenti, infrastrutture, servizi, ripartizione di servitù militari, lavoro, restituzione di beni culturali o anche solo cessazione delle continue ruberie alle nostre casse regionali.

Davanti a questi ipocriti richiami a una grottesca “solidarietà nazionale” chiamiamo tutto il Popolo Sardo a fare fronte comune, opponendo a questo ennesimo sopruso coloniale le ragioni della nostra dignità nazionale.

Di Liberu – Lìberos Rispetados Uguales


lunedì 16 dicembre 2019

Il maxiprocesso di Palermo


Il maxiprocesso di Palermo istruito contro Cosa nostra dal pool antimafia, di cui principali protagonisti furono i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, si aprì 33 anni fa, il 10 febbraio 1986. Al banco degli imputati furono chiamati 475 soggetti, per reati legati alla criminalità organizzata, tra cui associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione e una serie di reati minori.

Il verdetto complessivo fu pronunciato il 16 dicembre 1987 dalla Corte d’Assise presieduta da Alfonso Giordano con giudice a latere Pietro Grasso, ammontò a 19 ergastoli, tra cui quelli di Totò Riina e Bernardo Provenzano, 2665 anni di carcere, 11 miliardi e mezzo di lire di multe e 114 assoluzioni.

Per lo svolgimento del processo fu costruita una grande aula subito soprannominata aula bunker, di forma ottagonale e dimensioni adatte a contenere svariate centinaia di persone. L'aula aveva sistemi di protezione tali da poter resistere anche ad attacchi di tipo missilistico, inoltre, fu dotata di un sistema computerizzato di archiviazione degli atti, senza il quale un processo di tali proporzioni non sarebbe stato possibile

Furono fondamentali le rivelazioni di Tommaso Buscetta, detto il boss dei due mondi, che nel 1984, dopo l’estradizione dagli Stati Uniti, fu il primo e più importante degli ex mafiosi che vengono chiamati poi “collaboratori di giustizia” o più comunemente “pentiti”. Quella stagione e in particolare il processo sono considerati come la prima reazione importate dello Stato, ed è in questa occasione che si afferma finalmente il reato di mafia.

Com’era normale attendersi, non mancarono nemmeno ripetuti tentativi di avvocati ed imputati di ritardare lo svolgimento del processo. Più volte gli imputati diedero in escandescenze, finsero attacchi epilettici o compirono azioni autolesioniste, ma gli atti più pericolosi per il processo vennero dagli avvocati, e furono due: una richiesta di ricusazione del presidente della Corte (però in seguito rigettata dalla Corte d'appello) e soprattutto, verso la fine del 1986, la richiesta di lettura integrale di tutti gli atti processuali. Nel caso del maxiprocesso, tale lettura avrebbe richiesto circa due anni di tempo, col rischio di incanalare l’intero processo in un binario morto da cui non sarebbe, forse, più uscito. Fu necessaria una nuova legge emanata dal Parlamento

4 Gennaio. Dimore Storiche e Famiglie: Villa Vivaldi Pasqua a Villanova



Organizzato da Istedda
Sabato 4 gennaio 2020 dalle ore 10:30 alle ore 12:30
Quartiere Villanova – Cagliari, Via San Giovanni

Mentre Cagliari espandeva i suoi confini fino ad inglobare le campagne, i rioni e le costruzioni circostanti, alcune famiglie già abitavano in edifici unici nel loro genere.

Oggi, ciascuna di queste dimore rappresenta la memoria storica di ogni famiglia. Personaggi illustri e persone comuni, opere d'arte ed oggetti d'uso quotidiano, i grandi salotti e le scuderie, i cortili ed i giardini sono ancora punti di riferimento nel tessuto urbano cittadino.

Scopriamoli insieme con "Dimore storiche e famiglie".

Villanova é un quartiere storico di Cagliari, ed ebbe come prmi abitanti gli sfollati di Santa Igia, l'antica capitale giudicale.
In seguito, i suoi abitanti vivaci e laboriosi ne trasformarono il volto, rendendola luogo di botteghe artigiane, "panetteras" ,commercianti, lavoratori dell'argento ma anche, negli anni, notai ed avvocati.

In quest'area vivace ed operosa sorge la bellissima Villa Vivaldi Pasqua, che ha mantenuto il nome dell'antica famiglia che ne fu proprietaria a partire dalla sua costruzione, presumibilmente intorno al 1780, quando ancora si trovava immersa nelle campagne della periferia cagliaritana.

Nata come casa di villeggiatura e di caccia, negli anni Quaranta del Novecento venne acquistata dal noto industriale cagliaritano Marino Cao, proprietario del vicino mobilificio. Negli anni Settanta, l'erede ed attuale proprietaria Rosabianca diede inizio ad una imponente opera di restauro che riportó l'antica dimora al suo splendore originario. Oggi, con le sue collezioni e la sua bellezza, rappresenta un vero e proprio tesoro di Villanova.

DATA:
Sabato 4 Gennaio 2020

LUOGO DI INCONTRO E ORARIO:
Piazza Marghinotti ore 10:30.
Il tour si concluderà alle ore 12:30 circa presso la Villa Vivaldi Pasqua.

COSTI:
8 Euro adulto
5 Euro bambini tra i 6 ed i 13 anni
Gratuito per i bambini sotto i 6 anni

È RICHIESTA PRENOTAZIONE

CONTATTI:
+39 349 2600171
info@istedda.com

DETTAGLI DEL PERCORSO:
L'itinerario si svolgerà in parte all'aperto in parte al chiuso.
Il percorso presenta scale ed attraversamenti pedonali.
Si richiede abbigliamento comodo, adatto alla stagione invernale.

Il tour é condotto da Daniela Puggioni, guida turistica peofessionista iscritta al Registro Regionale delle Guide turistiche.


Con i Savoia, contro Mamoiada. Le geometriche urgenze della Soprintendenza. Di Liberu – Lìberos Rispetados Uguales




Ha veramente dell’incredibile l’accanimento del Soprintendente Bruno Billeci nella protezione della denominazione savoiarda delle vie della Sardegna. Dopo essersi distinto in una apologia geometrico-odonomastica delle vie di Bonorva – a suo dire intoccabili in quanto strutturate per fare incontrare simbolicamente vario parentado del reame – il soprintendente indossa nuovamente le vesti del censore anche a Mamoiada.

Nei mesi scorsi l’amministrazione comunale del paese barbaricino, guidata dal sindaco Luciano Barone, aveva disposto il cambio dei nomi di alcune vie su proposta dall’assessora Patrizia Gungui. Nello specifico si approvava il cambio di denominazione di via Fratelli Cairoli in via Francesco Cilocco e di via Vittorio Emanuele II e Corso Vittorio Emanuele III, per intitolarle a Eleonora d’Arborea e Giovanni Maria Angioy.

Su via Cilocco nessuno ha potuto controbattere niente, essendo già approvata in via definitiva, ma per le altre vie lo zelante Soprintendente presenta subito parere negativo. Come già nel caso di Bonorva, anche per Mamoiada il professor Billeci sottolinea che non intende mettere in discussione il giudizio storico sul Savoia, ma nella sua argomentazione pare piuttosto preoccuparsi che nessuno ne dia un giudizio negativo.

Nel precedente di Bonorva infatti Margherita di Savoia, da reazionaria, sanguinaria e sostenitrice del fascismo quale realmente fu, venne dipinta dal professore come una sorta di eroina dei Sardi, presentata come una figura a cui il popolo sardo voleva un gran bene. Un sentimento presentato come popolare ma che si riduceva molto più modestamente ad un rapporto di amicizia con la famiglia Pes di Villamarina.

A motivazione del parere negativo adduceva, come ricorderete, un pretesto legato alla geometria odonomastica che non si potrebbe stravolgere, perché la via intitolata alla regina si incontrava emblematicamente con la via intitolata al re, uniti dall’incrocio con la via dedicata al figlio, Vittorio Emanuele III. Un divieto – neanche a dirlo – promulgato dello stesso Vittorio Emanuele di cui sopra!
Ed essendosi probabilmente compiaciuto di cotanta motivazione, il soprintendente Billeci fa il bis con
Mamoiada, riconfermando un parere negativo.

Nello specifico argomenta che i due Vittorio, secondo e terzo, si trovano collocati geograficamente in compagnia di tutto il firmamento di personaggi a suo tempo considerati illustri per la “formazione della Nazione” e “riferimenti cui guardare nella costruzione di un’identità nazionale”.

Come in precedenza - dietro lo scudo di un ambiguo “fermo restando il giudizio storico” - anche in questo caso il professore dimentica che quel Vittorio Emanuele II che lui presenta amabilmente come una sorta di sant’uomo importante nella “formazione della Nazione” fu un tiranno saccheggiatore, affamatore e sanguinario nei confronti della nazione sarda.

E ormai che va dimenticando, ma sempre “fermo restando il giudizio storico”, gli sfugge che quel
Vittorio Emanuele III che sarebbe figura di riferimento “cui guardare nella costruzione di un’identità nazionale” è lo stesso che mandò al macello della Guerra Mondiale 13mila ragazzi Sardi per i suoi deliranti sogni imperialistici, prima di distinguersi come angelo custode di Mussolini e promotore delle infami Leggi Razziali.

Diciamo non è proprio lodevole per un professore dimenticare di ricordare questi aspetti, quando si citano personaggi coperti di infamia a cui vergognosamente sono ancora intitolate le nostre vie.
E se le architetture geometriche dovrebbero di per sé bastare per giustificare certe oscenità, allora si potrebbe similmente tollerare un ipotetico incrocio tra via Benito Mussolini e via Adolf Hitler. Ma sempre “fermo restando il giudizio storico”.

Riteniamo che l’intervento del Soprintendente - nel caso di Mamoiada, come già in quello di Bonorva – sia fuori luogo, insistentemente inopportuno e offensivo nei confronti di amministrazioni comunali democraticamente elette, così come nei confronti della dignità e della memoria storica collettiva del popolo sardo.

Crediamo che la Soprintendenza, piuttosto che accanirsi nella difesa di vie ignominiosamente dedicate a tiranni sanguinari - la cui lugubre memoria lasceremmo ai soli libri di storia - dovrebbe, con molta più urgenza e molto più impegno, adoperarsi per salvaguardare i beni storici e archeologici della Sardegna.
Un patrimonio ben poco valorizzato, nobile memoria del nostro passato e meritevole, esso sì, di mostrarsi a tutti.

Liberu – Lìberos Rispetados Uguales


Reddito di cittadinanza: i furbetti sono sotto tiro


LA Nuova Sardegna

Reddito di cittadinanza: i furbetti sono sotto tiro
In aumento i casi di chi percepisce l'assegno mensile e lavora in nero

di Silvia Sanna
SASSARI

Le segnalazioni alle Procure sono in costante aumento, tra lo sconcerto di chi ignorava la gravità del reato commesso: è questa la caratteristica comune dei "furbetti" che percepiscono il reddito di cittadinanza perché disoccupati e nel frattempo arrotondano le entrate con un lavoro in nero. Oppure continuano a incassare come se niente fosse l'assegno mensile nonostante nel frattempo uno o più componenti del nucleo familiare abbia trovato un'occupazione. Le regole sono chiare ma non tutti le conoscono.

Soprattutto, chi è consapevole di commettere un atto illecito ignora i risvolti penali: non basta restituire il maltolto e salutare il sussidio, la legge contempla anche la possibilità del carcere da 1 a 3 anni. «Ma quasi nessuno lo sa - spiega Eugenio Annicchiarico, direttore dell'Ispettorato del lavoro per Cagliari e Oristano - in particolare molti credono che la variazione del reddito da parte di un familiare che vive sotto lo stesso tetto non possa incidere sul diritto a ricevere il sussidio».

Sarà anche per questo se il numeri dei furbetti è in costante crescita in tutta l'isola. Da aprile, da quando il reddito di cittadinanza è diventato legge «il nostro ispettorato ha rilevato almeno una trentina di casi - dice Annicchiarico - con circa dieci segnalazioni alla
Procura». A questo numeri bisogna aggiungere quelli degli altri ispettorati isolani che evidenziano la diffusione del fenomeno in tutta la Regione: «Sono 10 i casi scoperti nel nostro territorio - conferma Massimiliano Mura, direttore dell'Ispettorato del lavoro di Sassari - - ma è chiaro che si tratta solo di una piccola parte rispetto al totale».

E poi ci sono le operazioni portate avanti – su precisa segnalazione - da alcune forze di polizia. Il caso più recente due giorni fa: gli investigatori della guardia di finanza del comando provinciale di Sassari hanno scoperto e denunciato per truffa 9 lavoratori in nero che percepivano il reddito di cittadinanza tra il Sassarese e la Gallura.

Le denunce. Sono le statistiche a confermare che i numeri degli illeciti sono in aumento: proprio la guardia di finanza di Sassari ha reso noto che su 16 casi esaminati nell'ultimo periodo, sono risultati irregolari più del 50%, 9 su 16. «Il fenomeno è diffuso - dice Eugenio Annicchiarico - molto più di quanto emerga in seguito ai controlli incrociati». Dal momento che è impossibile effettuare verifiche dirette sui beneficiari dei sussidi - in Sardegna sono state accolte circa 40mila domande - i controlli vengono eseguiti sui lavoratori in nero individuati nelle ispezioni.

Spiega Annicchiarico: «I codici fiscali degli irregolari vengono incrociati nella banca dati dei percettori del reddito di cittadinanza. Se coincidono, significa che il lavoratore in nero è titolare del sussidio o fa parte di un nucleo familiare che comprende un altro soggetto percettore del reddito. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a un comportamento illegittimo».

A quel punto dall'ispettorato parte la segnalazione all'Inps che provvede alla sospensione immediata del sussidio. La procedura va avanti, come spiega Massimiliano Mura, direttore dell'Ispettorato del lavoro di Sassari, «con la comunicazione della notizia di reato alla Procura competente nel territorio». Lo stesso Mura aggiunge che il fenomeno non è circoscritto solo a determinati comparti produttivi: «In maniera speculare al sommerso - spiega - non c'è un settore immune: nel nostro territorio i casi individuati riguardano lavoratori in edilizia, nei mpubblici esercizi come bar e ristoranti più uno nell'autotrasporto».

E, soprattutto nel periodo estivo, le strutture ricettive come gli hotel: l'estate scorsa sono stati intensificati - proprio alla luce dell'entrata in vigore della legge sul reddito di cittadinanza- i controlli sui lavoratori stagionali. È venuto fuori che tra i percettori del reddito era usanza abbastanza diffusa non segnalare il fatto di avere trovato un'occupazione con conseguente variazione del reddito, per paura di perdere il sussidio per tutto il resto dell'anno.

Chi viene scoperto deve restituire il maltolto Temussi, Aspal: noi aiutiamo a trovare un impiego ma c'è chi rinuncia per non perdere il sussidio

SASSARI

È l'Aspal, l'agenzia regionale per il Lavoro, a prendere in carico i beneficiari del reddito di cittadinanza con l'obiettivo di aiutarli a trovare un lavoro. Da qualche mese nei centri per l'impiego sono operativi con il medesimo scopo anche i 121 navigator. Spiega il direttore regionale dell'Aspal Massimo Temussi: «Noi operiamo nella prima fase, già abbastanza onerosa. I controlli sono successivi e competono agli ispettorati o agli organi di polizia». I quali intervengono in una fase successiva all'erogazione del sussidio. «Noi esaminiamo le variazioni del reddito non segnalate – dice Massimiliano Mura - e che comportano la decadenza del diritto a ricevere l'importo stabilito».

Soprattutto nei casi in cui l'assegno mensile viene giudicato insufficiente, tanti provano a integrare con un lavoro in  nero, stagionale e non. Se beccati, perdono la misura di sostegno che viene immediatamente sospesa: poi, nel caso di condanna, la sospensione viene confermata per i successivi dieci anni.

I controlli sui furbetti a volte svelano una situazione illegittima sin dall'inizio: significa che il beneficiario del reddito non ne ha mai avuto diritto perché ha esibito una documentazione falsa per rientrare nei parametri stabiliti dalla legge. In questo caso sarà chiamato a restituire gli importi indebitamente percepiti a partire dal primo giorno.

Se è vero che manca la consapevolezza della gravità del reato, è anche vero che proprio la paura dei controlli incrociati ha indotto tanti a rinunciare al reddito: solo nel mese di maggio, poche settimane dopo l'entrata in vigore della legge, gli uffici dei Caaf sono stati letteralmente sepolti dalle domande di disdetta, più di 130mila. Ma a incidere sulla scelta è stata anche l'estate alle porte: tanti - soprattutto se l'importo assegnato era basso - hanno deciso di rifiutare il reddito per non rinunciare a un impiego stagionale di durata variabile dai 3 ai 6 mesi e pagato meglio.

Al contrario, dagli uffici dell'Aspal riferiscono anche di diversi casi di persone che hanno detto no a un'offerta di lavoro per non privarsi del sussidio mensile: le regole prevedono che in presenza di un secondo rifiuto il reddito venga definitivamente ritirato. (si. sa.)

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Federico Marini
skype: federico1970ca


domenica 15 dicembre 2019

il disastro di Cernobyl


(15 Dicembre 2000) Viene spento il terzo reattore dell’impianto nucleare di Cernobyl. Lo stop definitivo giunge durante una cerimonia ufficiale che si svolge a Kiev, nel corso della quale il presidente ucraino, Leonid Kuchma, ordina di premere il pulsante d'arresto della centrale. L'incidente accadde nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, quando si verificò l’esplosione al reattore numero 4 della centrale atomica mentre era in corso un test ( nel corso del quale erano stati staccati i sistemi di sicurezza). Durante una prova per verificare il funzionamento della turbina in caso di mancamento improvviso di corrente elettrica, errori umani e tecnica difettosa crearono le condizioni per il disastro. L’orologio segnava l’una, 23 minuti e 44 secondi.

In conseguenza dell’incidente furono immesse nell’ambiente grandi quantità di materiale radioattivo e si formò una nube tossica che si estese su gran parte dell’Europa. L’incendio sprigiona una grande nuvola, densa di materiale radioattivo, che contamina l’area attorno alla centrale. 336mila persone devono essere evacuate. A cominciare da Pripyat, la città più vicina: 47mila abitanti, nel giro di poche ore, devono abbandonare per sempre le loro case.

Nei giorni successivi il vento fa percorrere centinaia di chilometri alla nuvola. Prima verso la Bielorussia e i Paesi Baltici, poi Svezia e Finlandia, e ancora Polonia, Germania settentrionale, Danimarca, Paesi Bassi, Mare del Nord e Regno Unito. Tra il 29 aprile e il 2 maggio è la volta di Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia, Austria, Italia settentrionale, Svizzera, Francia sud-orientale, Germania meridionale e ancora Italia, stavolta centrale. Tra il 4 e il 6 maggio la nube torna verso l’Ucraina, poi Russia meridionale, Romania, Moldavia, Balcani, Grecia e Turchia. 

Tutte le aree dove è piovuto sono da considerarsi a rischio, il suolo potrebbe essere contaminato. L’emissione di vapore radioattivo si interrompe soltanto il 10 maggio. Lo stesso giorno, a Roma, 200mila persone scendono in piazza e si gettano le basi per il referendum che l'anno successivo porterà all'abbandono dell'energia nucleare in Italia.

Negli anni successivi al disastro, circa 600mila persone si occuparono della rimozione dei detriti, della decontaminazione del sito e delle strade intorno. Furono i cosiddetti "liquidatori", reclutati in Bielorussia, Russia e Ucraina tra militari e civili, a cui vennero consegnati speciali certificati e una medaglia al valore. Furono loro a occuparsi anche della costruzione del "sarcofago" per sigillare il nocciolo radioattivo. Buona parte di loro (si stima 240mila persone) lavorarono a stretto contatto con il luogo dell'esplosione, esponendosi a radiazioni molto alte: alcuni liquidatori rimossero personalmente blocchi di grafite dal tetto per gettarli a braccia nel punto dove sarebbe stato seppellito il reattore.

Il sarcofago venne costruito in pochi mesi, per l'urgenza di coprire 180 tonnellate di combustibile, pulviscolo radioattivo e 740mila metri cubi di macerie contaminate. Ma ogni anno, a causa della povertà dei materiali usati, nuove falle si aprivano nella struttura. Nel febbraio 2013, sotto il peso della neve, è crollata una parte del tetto del locale turbine adiacente al reattore numero 4, provocando un'immediata evacuazione degli operai. Nel 2016, scaduti i termini di sicurezza, è stata costruita una nuova struttura più sicura che ha sostituito il vecchio sarcofago.

Cifre non ufficiali alzano il numero dei morti sino a 25 mila in tutti e tre i Paesi (Ucraina, Bielorussia e Russia) investiti dalla nube radioattiva. Ma certezze non ve ne sono, nemmeno per i numeri delle persone colpite da malattie e disturbi psicologici che possono aver interessato cinque milioni di persone che, anche per un breve periodo, furono esposte a radiazioni sopra la norma. Attualmente la zona proibita è diventata meta per le gite organizzate che offrono ai turisti la possibilità di arrivare sino sotto il reattore numero 4 di Chernobyl e di visitare la città fantasma di Pripyat


giovedì 12 dicembre 2019

In Sardegna l’ennesimo esproprio di democrazia: le province e gli Amministratori Straordinari. Di Lucia Chessa.




In Sardegna, le province esistono ancora. Noi non andiamo più a votare coloro che le amministrano, ma loro ci sono eccome, e senza che nessuno li abbia eletti continuano a gestire, praticamente né più e né meno che prima, personale, edilizia scolastica, strade, interventi ambientali con tutte le relative risorse. Senza il benché minimo mandato popolare, rappresentano i territori sedendo comodamente su ruoli e poltrone che prima erano di persone elette, scelte dai cittadini, e oggi invece appartengono a persone nominata dagli amici e dai partiti.

Si chiamano Amministratori Straordinari invece che Presidenti, ma non mi sembra appropriato continuare a chiamarli straordinari dopo 5 o 6 anni. Essi siedono li, sulla stessa poltrona e praticamente con le stesse funzioni dei vecchi Presidenti eletti che tra l’altro, dopo 5 anni terminavano il mandato. Dovevano tornare al voto e in qualche modo dovevano rendere conto ai cittadini elettori. Oggi no. Stanno li e gli unici conti che devono rendere sono quelli agli amici che li hanno nominati. Così è stato per tutto il tempo della presidenza Pigliaru e così continua oggi con la presidenza Solinas.

Naturalmente non in tutta Italia è così, questa è una cosa tutta sarda. Le elezioni provinciali, in altre regioni, sono iniziate già dal 2014, con sistemi diversi poiché votano e possono essere eletti solo gli amministratori, ma in Sardegna no. Sono troppo comodi i Commissari Amministratori Straordinari. Ecco. Questo è il risultato di tutta l’antipolitica che rampanti capipopolo hanno riversato sulle province. La storia della loro abolizione in Sardegna è davvero un caso da manuale.

Rappresenta, come nient’altro, il modo in cui la politica, (certa politica naturalmente, non tutta) è persino capace di utilizzare l’antipolitica per rifilare truffe clamorose a cittadini distratti e sempre porti a cascarci come niente. Io sono per le Province e credo che sia necessario restituire quanto prima ai cittadini la possibilità di eleggere nelle province coloro che li devono rappresentare e amministrare. Ciò che è successo, e sono in molti a doversene assumere responsabilità, è un intollerabile esproprio di democrazia.

Di Lucia Chessa