Dacché
la politica ha perso coscienza del proprio rango ontologico smettendo di
confrontarsi con le profonde trasformazioni in atto, le quali hanno finito per
svuotarne dall’interno concetti e categorie, si è ridotta a vuote liturgie, a
banali forme spettacolari il cui unico ed esclusivo scopo sembra essere quello
dell’autoconservazione di un ceto politico in avanzato stato di putrefazione.
Anch’essa
oggetto di una ipertrofia del linguaggio, con conseguente sovvertimento della
relazione tra mezzi e fini (restano i mezzi, i gesti, le liturgie
“spettacolari”, ma del tutto sganciati da un loro fine), non ha proprio più
nulla da dire.
Incapace
di sguardi lunghi e di partorire uno straccio di visione strategica, assillata
dalle scadenza elettorale (l’unica vera ragione d’essere del ceto politico di
professione), non le resta che insistere su improbabili rinnovamenti, la cui
supposta necessità è quotidianamente ribadita quasi fosse un mantra in grado di
tramutare le superstizioni spettacolari in verità percorribili, proprio quando
si è, al contrario, miseramente ridotta ad amministrare, per conto terzi, un
esistente sempre più “merdoso” certificando il proprio nulla, e che gli
elettori ratificano disertando sempre di più le urne.
Però è
tutta una “ripartenza”, un rinnovare, un ricostruire, un ristabilire una
“connessione sentimentale col popolo”. Nel campo della cosiddetta sinistra,
tutto questo ha, tra le altre cose, un non so ché di patetico da renderla
addirittura ributtante.
Luca
Pusceddu.
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