Tutti sentiamo il dramma del Venezuela, nel cuore di uno
Stato coinvolto in relazioni e dinamiche internazionali a lungo raggio. In
troppi leggono la crisi con schemi binari che bruciano il terreno della
mediazione e vogliono uccidere in culla la politica. Abbiamo
udito perentori richiami all’ordine, che ci esortavano a credere che
l’appartenenza all’Occidente sia un legame totalitario dove dobbiamo dire tutti
la stessa cosa, nel modo più ultimativo e sanzionatorio, sotto lo slogan della
«esportazione di democrazia».
Colpisce che non creda a questi richiami Tulsi Gabbard, la
deputata statunitense in corsa anche per le prossime presidenziali americane,
quando dice che «gli atti di regime change condotti in nome delle ragioni
umanitarie finiscono in realtà per aumentare le sofferenze, le distruzioni e le
perdite di vite umane». Eppure gli ultimi anni ci hanno dimostrato che l’unanimismo miope ha
portato l’Occidente a compiere gravi errori di valutazione, a perturbare equilibri delicati che
costano infiniti lutti e un aumento del caos, un moltiplicarsi dei conflitti,
degli shock economici e delle tragedie della globalizzazione, incluso il dramma
dei rifugiati e l’innesco di catene migratorie.
Quando l’Italia si è
schierata - con gradi diversi di coinvolgimento - nelle crisi di Iraq, Libia,
Siria e Ucraina, si è infilata in vicende in cui l’interventismo ha aggravato
la situazione locale e il disordine nelle relazioni internazionali, senza convenienze per il nostro
interesse nazionale; anzi: con rinunce economiche gigantesche per l’Italia,
perdite di interi mercati, spirali di sanzioni e costi geopolitici che paghiamo
ancora oggi a carissimo prezzo.
Ci siamo permessi di leggere in aula le lacrime di
coccodrillo dei dirigenti di alcuni partiti per il disastro libico, potremmo
leggere decine di questi lamenti tardivi. E abbiamo sottolineato che siamo per
il “senno del prima”, non per il “senno del poi”. Vale
anche per il Venezuela, dove è in corso una crisi molto grave e pericolosa. Una
crisi complessa in cui vediamo due blocchi sociali e politici di massa che si
confrontano da vent’anni senza trovare un punto di equilibrio condiviso, due
blocchi che hanno costruito due politiche estere opposte, due sistemi diversi
di finanziamento della politica; due aggregazioni che perseguono due politiche economiche senza punti di
contatto fra di loro e ciascuna con una sua catena di relazioni internazionali,
due sistemi mediatici agguerriti, due sistemi clientelari in concorrenza che si
delegittimano a vicenda, in un vortice di ritorsioni che ha visto
intensificarsi anche la violenza politica, tra sedizioni e repressioni.
È evidente che siamo alla
fine di un lungo ciclo politico, segnato fin qui dai governi di Chávez e
Maduro, e il Venezuela cerca una svolta. Dobbiamo tutti chiederci cosa dobbiamo fare per assicurare una
transizione pacifica verso un nuovo equilibrio che garantisca tutti ed eviti un
immenso bagno di sangue. Chi oggi vuole
ignorare lo spettro di una guerra civile con risvolti internazionali fa un
azzardo politico irresponsabile. Tutti i precedenti ce lo dicono in modo
evidente. Abbiamo visto più volte potenze esterne esasperare una crisi,
introdursi nel “nucleo cesaristico” di un potere statale, sgretolarlo e cercare
di afferrarne i dividendi fra le macerie. Ma quello che riescono a creare
davvero è solo il caos, che tentano poi di governare con infiniti compromessi
con milizie e signori della guerra in uno Stato fallito.
Noi non vogliamo vedere
delle milizie che scorrazzano fra le macerie di Caracas con enormi
mitragliatrici caricate sui cassoni dei pick-up, come le abbiamo viste a
Baghdad, a Tripoli o ad Aleppo. Noi non vogliamo una guerra in Venezuela e il modo migliore di evitarla
è la non interferenza, che è un ottimo principio base delle Nazioni Unite. A
quanti qui a Roma pensano di aver già saputo dirimere le controversie
costituzionali a Caracas propongo una constatazione semplice: noi
non siamo la Corte Suprema del Venezuela. Siamo invece un Paese tenuto a
tutelare al meglio i propri cittadini e a rispettare la Carta dell’Onu.
Riconoscere Juan Guaidó
come presidente seppure “ad interim” può avere risvolti politici rilevanti, di
cui capiamo anche le ragioni contingenti. Ma in termini diplomatici, è un atto
impraticabile, avventato e incompatibile con gli obiettivi dell’Italia, non
riconosciuto né riconoscibile dall’Onu. Guaidó non controlla i poteri dello Stato venezuelano: non
ha presa sull'amministrazione, non dirige i ministeri, non ha in mano le forze
dell’ordine, non ha strumenti per garantire gli impegni internazionali presi in
carico dal suo paese. Il rischio enorme è quello di un vicolo cieco
diplomatico, che annichilirebbe le chance per il dialogo e lascerebbe esposta
la comunità italiana a incertezze intollerabili.
Da questo aspetto non si
scappa: Guaidó nell’immediato può riuscire a esercitare davvero il potere solo
in tre modi che comportano tutti un enorme incremento della violenza: o
un’insurrezione militare, o una rivolta popolare armata (che si scontrerebbe
con l’altro blocco politico e sociale) oppure con un intervento straniero. E in effetti l’8 febbraio Guaidó in
una dichiarazione dice che non esclude la possibilità di “autorizzare” – usa
proprio questa parola: autorizzare - un intervento militare statunitense per
aiutare a rimuovere dal potere il presidente Maduro, naturalmente sotto
l’eterno ombrello giustificativo della “crisi umanitaria”.
Ecco perché sostenere le forzature istituzionali per il “regime
change” significa facilitare la guerra nelle case dei venezuelani. C’è ancora
qualcuno che può pensare che in Venezuela si possano tenere libere elezioni e
ci sia una governabilità praticabile in assenza di un accordo politico tra i
due blocchi e senza il supporto delle organizzazioni internazionali? Servono
meccanismi di mediazione, approvati dall’ONU in ossequio all’ordinamento
internazionale, con l’obiettivo di una via pacifica e democratica alla crisi
del Venezuela come il faticoso tentativo in atto con il Meccanismo di
Montevideo.
In questi giorni ci sono state molte polemiche e distorsioni
sulla nostra posizione. Siamo ben lontani dal considerare Maduro un modello. Ma
una parte della stampa e della politica ragiona così: se non ritieni auspicabile
spalleggiare la riuscita di una forzatura istituzionale come quella di Gaidò,
sei automaticamente un “fan entusiasta” del presidente.
Viceversa noi non siamo
tifosi di nessuno. Riteniamo anzi che in politica estera sia sbagliato fare
tifo e usare approcci ideologici. È molto più utile capire le ragioni del consenso e del
dissenso, e capire perché a sostegno di un potere che si vuole rimuovere con la
logica della “debellatio” si muovono invece forze storiche molto solide che
hanno alleanze internazionali resistenti. La base sociale del chavismo è stata
creata negli anni di punta dei prezzi elevati del petrolio. E’ un buon
esercizio leggere i dati economici degli ultimi vent’anni della scheda paese
Venezuela compilata dal Fondo Monetario Internazionale.
Ecco, i dati ufficiali del Fondo Monetario non descrivono
certo un paradiso, ma un fenomeno politico notevole e radicato che ha fondato
ex novo uno Stato sociale dentro una nuova rete di relazioni internazionali in
cui investivano Cina, Russia e altri paesi. Uno Stato sociale oggi sfiancato
dalle sue contraddizioni, dagli errori gestionali, da un ceto di
intermediazione burocratica inadeguato e corrotto, dal calo del prezzo del
petrolio, dalle sanzioni di Washington.
Si tratta tuttavia di un
blocco di interessi ancora consistente che mal sopporterebbe un revanchismo che
volesse smantellarlo riportando il modello classico dell’America Latina di
trent’anni fa, quello di una borghesia esclusivamente orientata al Nordamerica
e indifferente alle diseguaglianze sociali. Dal canto suo, l’opposizione ha solidissimi rapporti con
il National Endowement for Democracy, l’ente statunitense che spende ogni anno
milioni di dollari (e sono tutti dati pubblici), per sorreggere il tessuto
delle organizzazioni del blocco sociale alternativo venezuelano.
Insomma, tutte le grandi potenze sono portatrici di vasti
interessi economici e geopolitici non riducibili alla sola pur ingombrante
questione del petrolio. C’è dell’altro, qualcosa di cui finora nel nostro
Parlamento non si è discusso, ma che merita l’attenzione di tutti. La
recentissima fine del trattato INF sui missili nucleari a raggio intermedio può
riaprire infatti una pericolosa corsa agli armamenti in cui le grandi potenze
nucleari guardano come possibile teatro di dislocazione dei nuovi missili
all’Europa e ai Caraibi.
Non possiamo trascurare
questo scenario drammatico in grado di ridurre a pochi minuti il tempo delle
decisioni che possono evitare la catastrofe atomica. L’Europa ha un interesse vitale a
costruire un sistema di relazioni internazionali il più lontano possibile dalla
Mezzanotte nucleare, di cui sarebbe la prima vittima, e per far questo deve
ridurre le faglie che si stanno aprendo ormai su troppi fronti interconnessi,
incluso questo fronte tropicale dove si giocherebbe altresì la partita dei
missili.
Auspichiamo che in
Venezuela si tenga conto dell’interesse dei venezuelani a trovare una via di
conciliazione nazionale, pacifica e indipendente, attenta alle interdipendenze
mondiali e al riconoscimento democratico di tutte le formazioni sociali e
politiche del paese. Non ci sono
scorciatoie plausibili, non ci sono ultimatum che possano avere effetti utili.
L’Italia farà la sua parte e l’Europa può fare invece finalmente il suo
mestiere, aiutando il Venezuela a ricostruire un’economia mista, aperta, con un
patto costituzionale sostenuto da tutti i portatori d’interesse. Per
le ragioni che vi ho esposto, il Movimento Cinque Stelle dichiara il voto
favorevole alla risoluzione di maggioranza.
Pino
Cabras
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