mercoledì 18 settembre 2019

il linciaggio di Carretta, direttore del carcere di Regina Coeli



(18 Settembre 1944) Per uno scambio di persona e per una sete di furia di giustizia sommaria, una folla inferocita uccide Donato Carretta, direttore del carcere romano di Regina Coeli durante l'occupazione tedesca. L’errore d’identità avviene davanti al palazzo di Giustizia dove Carretta, che durante l'occupazione ha aiutato la Resistenza e ha favorito l'evasione di Pertini e di Saragat dal carcere, è stato convocato per deporre contro Pietro Caruso. E’ stato Caruso, questore di Roma fino all'arrivo degli americani, a compilare, con Guidi, la lista dei nomi richiesti da Kappler per completare il numero degli italiani da massacrare alle Fosse Ardeatine, dopo l’attentato di via Rasella dove morirono trentatré nazisti.

Il 18 settembre 1944 a Roma, alle nove del mattino, doveva cominciare il processo a carico di Pietro Caruso, ex questore della capitale, e di Roberto Occhetto, suo segretario, entrambi accusati di corresponsabilità in decine di omicidi perpetrati dai repubblichini e della compilazione, insieme all'Obersturmbannführer Herbert Kappler e del Ministro degli interni Guido Buffarini Guidi, della lista di persone destinate ad essere uccise nell'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Prima dell'apertura del tribunale una folla, tra cui molti parenti delle vittime torturate o trucidate prima della liberazione di Roma, premeva sull'esiguo cordone di forze dell'ordine a presidio dell'edificio. Il cordone non riuscì a contenere la massa di persone che si riversò all'interno al grido di "morte a Caruso" ma l'ex questore non era ancora presente in aula, trovandosi in una branda collocata in una stanza secondaria, a causa di un incidente capitatogli con la sua automobile. La morte di Donato Carretta fu orribile. Talmente raccapricciante, scrisse un cronista dell'epoca, che era dai tempi di Cola di Rienzo e della sua tragica fine che a Roma non si verificava un evento simile.

I carabinieri presenti riuscirono a sottrarlo alla furia e a farlo salire su di una automobile che tuttavia venne circondata dalla folla. Carretta fu trascinato, ormai esanime, sopra le rotaie della linea tramviaria per farlo investire ma il conducente, mostrando alla folla la tessera del Partito Comunista Italiano, si rifiutò di fare partire la macchina. Mentre gruppi di persone cercavano di spingere il tram a braccia, il conducente bloccò i freni, allontanandosi con la manovella in tasca.

Carretta, che tenta invano di sottrarsi al linciaggio, viene ferocemente malmenato, scaraventato nel Tevere e infine ucciso, tra l’altro dai bagnanti che si trovavano là per caso e dai colpi di remo di un barcaiolo incitato dalla folla. Il suo cadavere, trascinato per i piedi sul selciato fino a Regina Coeli, fu appeso a testa in giù all'inferriata del carcere, così che sua moglie, affacciandosi, potesse vederlo.

La morte di Carretta è diversa dai tanti episodi di giustizia sommaria successivi alla Liberazione. La figura dell' ex direttore carcerario non ha i tratti netti di gran parte delle altre vittime, collaborazionisti, delatori, spesso torturatori. Dopo la guerra erano moltissime le armi in circolazione: numerose personalità del regime fascista si stavano inserendo nel nuovo sistema, e molti si sentirono traditi dalla dirigenza emersa successivamente al conflitto bellico.

Alti dirigenti, burocrati, poliziotti, magistrati, molti dei quali peggiori di Carretta, restarono al proprio posto. E l'indignazione popolare cominciò a montare diventando un fiume in piena. Il processo, che si svolse a distanza di tempo dall'omicidio (la sentenza è nel giugno del 1947), risentì del desiderio di ridimensionare il fatto, di chiudere quella pagina salvando l'immagine di Carretta e riducendo l'assassinio a un "delitto di folla." Ad onor del vero, Carretta era stato in precedenza il direttore del carcere di Civitavecchia, ed i detenuti lo ricordavano come una persona meschina. Tuttavia, quando fu trasferito al “Palazzaccio” (come lo chiamano i romani) il suo atteggiamento cambiò. Forse per puro calcolo politico, forse per la morte del figlio, forse per aver assistito alle torture dei nazisti e dei fascisti. Resta il fatto, come detto, che tra i tanti aiutò Pertini e Saragat a fuggire da sicura morte.




31 Ottobre. Organizzato da Percorsi Alter-Nativi



Organizzato da Percorsi Alter-Nativi
Giovedì 31 Ottobre 2019 dalle ore 18:00 alle ore 20:30
Porta Cristina, Via Arsenale

Cagliari è da sempre considerata la città del sole, ma non tutti sanno che in essa si celano anche molte ombre. Secoli di storia, in cui i suoi quartieri sono stati testimoni di efferati delitti, caccia alle streghe, inquisizione, esoterismo massonico.

Il 31 ottobre l'associazione Percorsi Alternativi, organizza un tour interamente dedicato ai fantasmi, alle leggende, i contusu e i riti della tradizione sarda per le festività dei morti. Vi accompagneremo in una passeggiata che dal quartiere Castello terminerà nel quartiere di Stampace, alla scoperta dei luoghi in cui si celano storie di fantasmi e sinistri misteri.

Si scopriranno, strada facendo, leggende e contusu della tradizione sarda. Il tour terminerà in piazza del Carmine, dove, dopo aver scoperto qualche curiosità sull' "halloween" sardo, vi verrà offerto un goloso omaggio.

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA.
evento a numero chiuso
contributo associativo 8 euro
costo per i soci 6 euro.
Per prenotare e per informazioni potete contattare il
333 422 6593

Potete inoltre inviare un messaggio privato alla pagina Facebook https://www.facebook.com/Percorsialternativicagliari/

Sardegna, soldi ed affari sul metano: ma è davvero necessario? Di Maurizio Onnis




L’affare del metano muove tanti soldi. Basta tenerlo a mente per capire come mai la politica sarda dribbli ogni discussione sulla reale necessità di quell’intervento. Villanovaforru fa parte del bacino 25 della rete di metanizzazione della Sardegna, insieme ad un’altra dozzina di Comuni. Il progetto esecutivo, approvato nella primavera del 2017, affida i lavori a Fiamma 2000 e Sidigas. L’importo totale delle opere è di 23,9 milioni di euro: 5,9 milioni li mette la Regione, gli altri 18 sono a carico delle due società. Ed è qui che si gioca tutto. Siamo nel campo del project financing: i costruttori investono e avranno in cambio la gestione della rete.

Poiché il mercato dovrà essere libero, venderanno il gas a chi lo venderà ai consumatori, in un giro di sigle che maschererà appena il monopolio. Il territorio della Sardegna è stato diviso in 38 bacini e, secondo quanto dichiarato da Confindustria un paio di mesi fa, le imprese vincitrici delle gare metteranno complessivamente sul piatto per la costruzione dell’infrastruttura circa 500 milioni di euro. Stiamo parlando dei nomi grossi dell’energia italiana.

Ora: un sindaco è sottoposto a pressioni per un lavoro da poche migliaia di euro. Figuriamoci se un politico regionale può mettere in dubbio un pacchetto confezionato da anni e attorno al quale girano interessi e appetiti così consistenti, a contratti firmati e cantieri aperti. Assurdo anche solo pensarlo.

Intanto, checché se ne dica, nessuno può affermare oggi con sicurezza che il metano costerà al cittadino meno di quanto si paghi il GPL. La dorsale non ha ancora ricevuto il via libera governativo e in sua assenza, con un trasporto su ruote, il metano avrà un costo maggiore. Nessuno può dire in quale misura le società di gestione scaricheranno sul consumatore l’investimento odierno attraverso le bollette.

Di più: il parere rilasciato a maggio da ARERA (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente), favorevole ad un ambito tariffario specifico per la Sardegna, emana una gran puzza di bruciato. È come dire: pagherete voi, tutto e per intero, il costo dell’infrastrutturazione del territorio e della distribuzione del gas. Nessuno, infine, può dire che la metanizzazione avrà un impatto economico e ambientale minore di quello che avremmo avuto con un Piano energetico regionale davvero mirato alle rinnovabili. Ed è ciò che realmente conta.

L’intero affare avanza in modo lento ma inarrestabile. Poco importa che oggi, quasi quindici anni dopo il suo avvio con le prime delibere regionali, il progetto appaia già obsoleto. Manca un vero interesse a fermarlo. Speriamo che a Cagliari abbiano almeno il coraggio necessario a integrarlo e correggerlo perché faccia meno danni possibile.

Di Maurizio Onnis

martedì 17 settembre 2019

LIBE.R.U propone una nuova legge elettorale per le regionali. Di Francesco Casula



Se il sistema elettorale è la cartina di tornasole della qualità e quantità di democrazia di un Paese, dobbiamo amaramente constatare che in Italia come in Sardegna, la “democrazia elettorale” scarseggia abbondantemente. Storicamente. Ieri come oggi. Prendiamo la legge elettorale per le regionali in Sardegna. E’ un vero e proprio mostriciattolo, illiberale e liberticida.

Emanata dal Consiglio regionale nel 2013 e leggermente modificata nel 2018 ha mostrato nelle elezioni del 2014 come in quelle recenti del 2019 tutta una serie di storture e di gravissimi limiti: soprattutto quello di
attentare brutalmente alla “rappresentatività”. Tanto da escludere da Consiglio regionale nel 2019 la rappresentanza di 61.383 elettori (8,07% dei votanti) e nel 2014 addirittura 137.000 elettori (17,87% dei votanti).

Così, in virtù di una legge truffaldina, grazie alle altissime soglie di sbarramento (10% per le Coalizioni e 5% per singole forze) paradossalmente è avvenuto che con poche centinaia di voti qualche gruppo o movimento (coalizzato con i grossi Partiti) ha potuto accedere al Consiglio regionale, altri – presentandosi autonomamente – pur ottenendo migliaia di voti sono stati esclusi. Di qui contenziosi, e ricorsi. Con i Partiti responsabili di tale legge assurda e intollerabile, colpevolmente muti e assenti, Nonostante le proteste da parte di innumerevoli comitati, movimenti e associazioni di tutta la Sardegna.

Di qui la recente proposta di legge di iniziativa popolare per la modifica del sistema elettorale vigente in Sardegna da parte di LIBE.R.U. (Lìberos Rispetados Uguales), il combattivo Partito indipendentista.
Ai primi di ottobre, partirà la raccolta delle 10 mila firme: ”Abbiamo scelto questa modalità – ha affermato il leader del Gruppo Pierfranco Devias – perché pensiamo sia corretto affidare al popolo sardo la possibilità di decidere sulle regole che disciplinano la sua rappresentatività all’interno del Consiglio regionale”.
La Proposta di legge si chiama “Proporzionale sarda”. E non casualmente. Il nucleo forte e caratterizzante consiste infatti nel “Proporzionale puro”.

L’obiettivo dichiarato è quello di scardinare “Una legge fortemente antidemocratica e tesa consolidare l’egemonia delle maggiori forze politiche e a premiare i rapporti di potere basati sul clientelismo. Una legge che, tramite meccanismi contorti e giochi di prestigio, perpetua una politica vecchia, fatta di blocchi di potere vecchi, impersonati da uomini vecchi e territori che prevalgono uno sull’altro”.

La Proposta nasce inoltre “dall’
esigenza di combattere una struttura politica in cui le regole della democrazia vengono piegate per consolidare il potere baronale di pochi individui, e si pone l’obiettivo di restituire pari dignità a tutte le forze politiche che vogliono entrare in competizione, pari rappresentatività a tutti i territori della Sardegna, pari opportunità a donne e a uomini”.

La
rappresentanza di genere è un altro aspetto caratterizzante fortemente la proposta. E’ pur vero infatti che nell’attuale legge essa è prevista: ma non funziona. Secondo gli indipendentisti di LIBE.R.U infatti il sistema di riequilibrio della rappresentanza di genere, previsto dall’attuale legge è positivo ma non sufficiente.

“Se infatti questo meccanismo resta come è oggi, vincolato ad un sistema di alleanze che prevede liste civetta e a una suddivisione del territorio in circoscrizioni piccole e controllate, accade che in ogni circoscrizione i vecchi baroni della politica sistemino il numero di donne necessario col solo scopo di rispettare la legge ma evitare di essere sorpassati da concorrenti donna. Le possibilità offerte da questo sistema hanno lasciato spazio a meccanismi astuti che permettono di conseguire un alto numero di voti, ma evitando il rischio di prendere meno voti di una donna.

In questo modo ci si assicura che le candidate donna non siano concorrenti temibili e capaci di soffiargli l’elezione, ma essendo comunque necessario ottenere una grande quantità di voti, anziché mettere in lista molte donne troppo rappresentative si preferisce portare i voti tramite la proliferazione di liste civetta, composte da una marea di candidati che portano voti ma non riescono a contendere il voto ai grossi personaggi”.

Invece secondo gli indipendentisti “La Proporzionale Sarda” garantisce un’equa rappresentanza femminile abolendo gli ostacoli che relegano le candidate donna a contorno e strumenti per l’elezione dei candidati uomini. E questo avverrebbe – ed è il terzo aspetto fondamentale della proposta – “grazie al’istituzione del collegio unico regionale, che disarticola il sistema di circoscrizioni costruite per la spartizione dei seggi tra pochi, e grazie all’abolizione del sistema di coalizioni, che determina la proliferazione di liste civetta finalizzate a portare voti ai più forti”.

Abolizione dunque delle 8 circoscrizioni, che lungi dal rappresentare tutti i territori, penalizzano i più deboli. La dimostrazione – è scritto nella Proposta – “è data dalla realtà: con questo meccanismo l’Ogliastra ha sempre eletto la metà dei rappresentanti previsti, nel 2014 la Gallura ne aveva eletto 2 su 6, il medio campidano paga sempre il pegno alle altre province più forti rinunciando sempre ad almeno un seggio”.

Viene dunque proposto il
Collegio unico: i consiglieri devono essere i rappresentanti della Sardegna non di un cantone. La Sardegna è una: “i cittadini sardi sono solo un milione e mezzo e non hanno quindi necessità di essere divisi in mille circoscrizioni, anche perché devono eleggere il Consiglio regionale di tutti i Sardi, e non un Consiglio provinciale del proprio territorio”.

La Proposta contiene altri elementi significativi – e a mio parere del tutto condivisibili – come l’impossibilità di costruire coalizioni (ogni lista deve correre da sola); la
non praticabilità del voto disgiunto (il candidato presidente è legato alla lista, quindi non potrà più essere l’ago della bilancia del risultato elettorale); la possibilità che tutti i candidati alla carica di Presidente possano concorrere a diventare consiglieri regionali proporzionalmente ai voti ottenuti: con l’attuale legge possono diventare Consiglieri solo il primo e il secondo più votati.

Insomma non deve più succedere quello che è avvenuto nel 2014 (con Michela Murgia restata fuori dal Consiglio regionale pur avendo ricevuto circa 76mila voti); o nel 2019 (con Francesco Desogus, ugualmente rimasto fuori dal Consiglio regionale pur avendo ottenuto oltre 85mila voti).

Nella proposta “LA Proporzionale sarda” è inoltre previsto un premio di maggioranza: “come misura estrema per dotare la legge di un sistema di governabilità e di stabilità di carattere oggettivo, quindi indipendente dalla volontà delle parti di trovare un accordo a tutti i costi”.

A mio parere è l’aspetto più debole della Proposta, che però complessivamente è condivisibile e da sostenere. E dunque da “firmare”. Per uscire da una Regione viepiù palude, portando dentro il Parlamento sardo forze sicuramente “fastidiose” per il baronato politico ma libere da incrostazioni clientelari, vive, attive e combattive

Francesco Casula
Saggista e storico della letteratura sarda
Autore (tra gli altri) dell’opera “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”

Articolo tratto da “Il Manifesto sardo” del 16 settembre 2019



"Carlo Felice ed i Tiranni Sabaudi"

Il libro di Casula risponde a una domanda semplice: dopo che i Savoia ricevettero, controvoglia, la Sardegna nel 1720, e divennero re, come si comportarono verso quella importante parte del loro regno? La risposta al quesito è semplice, lineare, durissima: la Sardegna venne trattata come un territorio altro rispetto al Piemonte, abitato da uomini che avevano meno diritti rispetto agli altri, culturalmente e socialmente inferiori, i quali dovevano essere trattati in modo tale da mantenere questa inferiorità. Questo pensavano i tiranni sabaudi, e le loro modalità di governo, o meglio di spoliazione, sono la diretta conseguenza della visione ideologica appena tratteggiata.

Girolamo Sotgiu, probabilmente il più grande storico del periodo sabaudo in Sardegna, pur essendo un oppositore della “diversità” dei sardi rispetto agli italiani, non poté non constatare il carattere coloniale dei rapporti tra Piemonte e Sardegna. Di quei rapporti non sono colpevoli coloro che allora abitavano il Piemonte (per carità) bensì i governanti, cioè i Savoia e, successivamente, gran parte della classe dirigente post-1861.

Nel 2011, durante le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, si è persa l’occasione di riflettere criticamente sul Paese e sul processo di “unificazione”. Però si può sempre (ri)cominciare, anche in assenza di una ricorrenza. Se un turista, un italiano o uno straniero, viene in Sardegna, scoprirà che la strada più importante, la SS131, è la “Carlo Felice”. Carlo Felice, detto anche “Carlo feroce” è stato uno dei peggiori, più sanguinari e pigri vice-re di Sardegna.

Un amico studioso ama ripetere che è come se gli israeliani, nel 2200 dedicassero la loro strada più importante a un nazista, magari a Hitler in persona. Certo, questo sarebbe potuto succedere se i nazisti avessero vinto. Dato però che non è giusto che la storia la facciano i vincitori, le persone dotate di senno o almeno di amor proprio che abitano in Sardegna, perché non mettono mai in discussione la memoria che si reifica nei nomi delle strade e delle vie di Sardegna?

A Cagliari, nella piazza più frequentata, svetta la statua di Carlo Felice. Più di sei anni fa proposi, per molti provocatoriamente, di sostituirlo con Giovanni Maria Angioy, il quale “fu il capo […] del movimento anti-feudale sardo. Angioy fece proprie le rivendicazioni delle popolazioni della campagna vessate dai feudatari, e propugnò l’eliminazione delle arcaiche strutture di potere”. Da tempo, un movimento di opinione, che ha presentato anche una petizione, chiede che la statua venga spostata.

In questa fase storica, di disfacimento di un progetto politico (l’Italia), ragionare sulla sua storia secolare e i suoi governanti, ragionare sul suo carattere plurinazionale (l’Italia è insieme alla Francia uno dei paesi europei a non aver ratificato la Carta Europea delle Lingua Minoritarie), fa sicuramente bene ai popoli in cerca di una libertà che Roma non ha fornito, ma anche a Roma stessa.

Il libro di Francesco Casula, che rifiuta ogni razzismo anti-italiano, è un valido contributo per riscrivere veramente la storia, andando contro i tanti tradimenti dei presunti chierici.

Autore dell’articolo Enrico Lobina, da “Il fatto quotidiano”



Il caso Enzo Tortora



"Quando l'opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario - divisa in "innocentisti" e "colpevolisti" - in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell'imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Il caso Tortora è in questo senso esemplare: coloro che detestavano i programmi televisivi condotti da lui, desideravano fosse condannato; coloro che invece a quei programmi erano affezionati, lo volevano assolto." (Leonardo Sciascia)

(17 Settembre 1985) La Corte d’Assise di Napoli condanna Enzo Tortora a dieci anni di carcere. L’accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico si basa sulle dichiarazioni dei pregiudicati Pandico, Melluso, Barra ed altri otto imputati nel processo alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, ovvero un nuovo assetto della Camorra che aveva in Raffaele Cutolo il suo capo. Il volto di “Portobello” sarà assolto con formula piena dalla Corte d'Appello di Napoli il 15 settembre del 1986.

Gli elementi "oggettivi", di fatto, si fondavano unicamente su un'agendina trovata nell'abitazione del camorrista, Giuseppe Puca, in cui stava scritto a penna un nome che appariva essere, inizialmente, quello di Tortora, con a fianco un numero di telefono. Il nome, dopo una perizia calligrafica, risultò non essere quello del presentatore, bensì quello di un tale Tortona. Nemmeno il recapito telefonico risultò appartenere al presentatore, come la stessa agenda non apparteneva al camorrista.

Si stabilì, per giunta, che l'unico contatto avuto da Tortora con Giovanni Pandico fu a motivo di alcuni centrini provenienti dal carcere in cui era detenuto lo stesso Pandico, centrini che furono inviati al popolare presentatore perché venissero venduti all'asta durante il programma “Portobello.” La redazione di Portobello smarrì gli stessi centrini e Tortora scrisse una lettera di scuse a Pandico. La vicenda si era poi conclusa, o così pareva, con un assegno di rimborso del valore di 800.000 lire. In Pandico, schizofrenico e paranoico, crebbero sentimenti di vendetta verso Tortora.

Riferisce lo storico della televisione Grasso che "le reti RAI mandarono in onda ininterrottamente e senza pietà le immagini del conduttore ammanettato." Tortora fu attaccato anche nell'ambiente giornalistico, furono pubblicate storie false per falsi scoop, ne fu posta sotto attacco l'immagine umana e professionale. La giornalista Camilla Cederna, che nel 1969 aveva difeso con decisione l'anarchico Pietro Valpreda ingiustamente accusato per la strage di Piazza Fontana, si pronunciò per la colpevolezza: «Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto.» Al contrario, Tortora fu difeso, oltre che dai radicali, da Pippo Baudo, Piero Angela, Leonardo Sciascia e Massimo Fini. Piero Angela, con Giacomo Aschero, promosse una raccolta di firme pro -Tortora sul quotidiano la Repubblica, firmata da Eduardo De Filippo, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Lino Jannuzzi e Rossana Rossanda.

Tortora fu assolto definitivamente dalla Corte di Cassazione il 13 giugno 1987, a quattro anni dal suo arresto. Una trasmissione di Giuliano Ferrara, "Il testimone" del 1988, documentò per la prima volta la vicenda giudiziaria di Tortora, chiarendo l'infondatezza degli indizi che indussero gli inquirenti al suo arresto. Tortora tenne in questa trasmissione il suo ultimo intervento pubblico, in collegamento telefonico dal letto d'ospedale dove era ricoverato. Alessandro Criscuolo, presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, sostenne che il caso Tortora era nato da un sistema processuale figlio di "tempi bui e autoritari", dal vecchio rito inquisitorio. Tortora però gli rispose: «Io credo che voi siate impegnati in una difesa corporativa. Volevate difendere la vostra cattiva fede»

Che fine hanno fatto gli inquisitori, nonché gli accusatori di Tortora, i cosidetti “Pentiti”? Giovanni Pandico, (assassino di due impiegati comunali perché tardavano a dargli un certificato), dal 2012 è un libero cittadino. Pasquale Barra, detto “o ‘nimale”, killer dei penitenziari, 67 omicidi in carriera tra cui lo sbudellamento di Francis Turatello: è ancora dentro, ma gode di uno speciale programma di protezione. Gianni Melluso, detto “il bello” o “cha cha cha”, uscito di galera e rientrato nel luglio scorso, ma per sfruttamento della prostituzione: durante i beati anni della delazione contro Tortora, usufruì di trattamenti di particolare favore, come gli incontri molto privati con Raffaella, che resterà incinta e diverrà sua moglie in un memorabile matrimonio penitenziario con lo sposo vestito Valentino.

Stupirà, forse, che non compaia mai il nome di Raffaele Cutolo, il capo di quella “Nuova camorra organizzata” che aveva messo a ferro e fuoco la Campania per prenderne il controllo e contro cui venne organizzato il grande blitz del 1983. Tempo dopo, i due, Cutolo e Tortora, che intanto era diventato presidente del Partito Radicale, si incontreranno nel carcere dell’Asinara, dove “don Raffaé” albergava all’ergastolo. Il boss fu anche spiritoso: “Dunque, io sarei il suo luogotenente “. Poi allungò la destra: “Sono onorato di stringere la mano a un innocente”.

Per quanto riguarda la magistratura  che, senza neanche l’ombra di un controllo bancario, , un’intercettazione telefonica, basandosi solo sulle accuse di criminali di mestiere, sono riusciti nell’impresa di mettere in galera Tortora e condannarlo in primo grado a 10 anni di carcere più 50 milioni di multa. I due sostituti procuratori che a Napoli avviano l’impresa si chiamano Lucio Di Pietro, definito “il Maradona del diritto”, e Felice Di Persia. Sono loro a considerare Tortora la ciliegiona che da sola cambia l’immagine della torta, loro a convincere il giudice istruttore Giorgio Fontana ad avallare questo e gli altri 855 ordini di cattura, anche se incappano in 216 errori di persona.

Problemi sul piano professionale? A parte il giudice Fontana, che infastidito da un’inchiesta del Csm sul suo operato si dimette sdegnato e ora fa l’avvocato, i due procuratori d’assalto spiccano il volo. Di Pietro (nessuna parentela con l’ex onorevole) è procuratore generale di Salerno, dopo aver sostituito Pier Luigi Vigna addirittura come procuratore nazionale antimafia.  Di Persia, oggi in pensione, fu membro del Csm, l’organo di autocontrollo dei giudici (ma Cossiga presidente pare abbia rifiutato di stringergli la mano durante un plenum)

Sempre considerando i magistrati, poco prima di morire, Tortora aveva presentato una citazione per danni: 100 miliardi di lire la richiesta. Il Csm ha archiviato, risarcimento zero. Archiviato anche il referendum del 1987, nato proprio sulla spinta del caso Tortora, sulla responsabilità civile dei magistrati: vota il 65 per cento, i sì sono l’80 per cento, poi arriva la legge Vassalli e di fatto ne annulla gli effetti




26 settembre – 13 Ottobre, Perceptions - personale di Giovanni Loy



Organizzato da Galleria Siotto
Inizio: Giovedì 26 Settembre 2019 dalle ore 18:00 alle ore 20:00
Galleria Siotto, Via dei Genovesi  114, Cagliari
Perceptions - mostra personale di Giovanni Loy a cura di Roberta Vanali.

Da giovedì 26 settembre a domenica 13 ottobre.
Aperta dal giovedì alla domenica dalle 18 alle 20.
Vernissage giovedì 26 settembre ore 18.

Ingresso a offerta libera.
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TESTO CRITICO.

“Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo così com’è: infinita.” (William Blake)

Nonostante possa apparire il contrario, è abissale la distinzione tra guardare e vedere. Guardare significa volgere lo sguardo verso qualcosa per ricevere passivamente uno stimolo visivo mentre vedere implica la volontà di scrutare la realtà che ci circonda. Di percepirla attraverso la vista. Sostanzialmente la differenza sta nell’acquisire coscienza della realtà per mezzo dei sensi e dell’intuito.

Ma il nostro occhio non registra fedelmente ciò che ha davanti dal momento che compie una scansione delle immagini che risulta differente per ogni individuo. Il nostro cervello riesce ad individuare le peculiarità di un’immagine che diventa relativa, così il come colore, la dimensione e la forma.

Non a caso Gropius sottolinea: Chi compone deve imparare a vedere, deve conoscere gli effetti delle illusioni ottiche, le influenze psicologiche dell’ombra, dei colori, delle tessiture edilizie; deve conoscere gli effetti di contrasto, di direzione, di tensione e di riposo.
Cultura, interessi, inclinazioni e ambiente ci conducono ad una percezione della realtà individuale poiché frutto dell’elaborazione mentale attraverso i processi cognitivi, ossia gli stimoli provenienti dai vari organi sensoriali.

Un insieme di relazioni dove ogni cosa assume un significato in base alle altre, poiché tendiamo a individuare ogni cosa per comparazione e/o contrapposizione. Un esempio significativo, che offre due distinte interpretazioni, potrebbe essere quello del celebre vaso di Rubin, una serie di figure bidimensionali, elaborate dal filosofo, dove si possono distinguere due profili neri su sfondo bianco, oppure un calice bianco su sfondo nero.

Quando due campi hanno un confine comune e uno è visto come figura e l’altro come sfondo, la percezione immediata che si ha, è caratterizzata da un effetto “ritaglio” che fa emergere una forma dal bordo comune ai due campi (sfondo e figura) e che agisce solo su uno dei campi oppure con più forza su un campo rispetto all’altro, a detta del teorico. Senza dimenticare le illusioni ottiche del fantastico mondo di Escher, che presuppone paradossi percettivi.

Tutto ciò per giungere alla conclusione che quello che vediamo non è esattamente come appare e la percezione spesso è alterata da una visione superficiale. Pertanto mettendo a fuoco un’immagine ciò che io vedo sarà certamente diverso da ciò che vede un altro individuo.

Muovendo da queste premesse Giovanni Loy elabora immagini che aprono varchi all’immaginazione poiché la visione si divide, si lacera nel suo stesso interno tra vedere e guardare, precisa l’artista e prosegue: intendo la fotografia come presentazione e rappresentazione di un’immagine che si apre alla vista come qualcosa che non si lascia cogliere e quel qualcosa è come l’oblio, cioè l’immagine è nello stesso tempo rappresentazione di ciò che ricordiamo e presentazione di ciò che abbiamo dimenticato. Perciò essa si presenta nella sua opacità come verità da disvelare e che mai sarà disvelata pur catturando il nostro sguardo.

La strutturazione dell’opera, per l’artista, non può prescindere da alcune regole che governano la percezione visiva e che trovano il loro riscontro nelle teorie gestaltiche. Ovvero, attraverso la manipolazione di stoffe cangianti, piegate, arrotolate su se stesse, goffrate e stropicciate che si accostano e/o si sovrappongono per lucentezza e/o opacità, coadiuvata da fonti luminose direzionate al fine di ottenere contrasti netti o morbide sfumature, Giovanni Loy indica una direzione
mai univoca. Suggerisce delle forme producendo stimoli visivi che, a seconda dell’organizzazione per vicinanza, somiglianza, contrasto o sfondo subiscono una trasformazione che giunge al nostro occhio in maniera individuale, per una rappresentazione illusoria del mondo. Dal momento che la percezione visiva altro non è che una complessa interpretazione della realtà espressa dall’intelletto.

Lo spazio diventa teatro di immagini ambigue al limite dell’alienazione, talvolta impostando per accumulazione altre sottraendo per giungere ad una sintesi formale, altre ancora procedendo in maniera inconscia, quasi medianica.

Il gioco dei significati e l’ambivalenza formale, avvalorati da titoli che suggeriscono un orientamento ma che in base agli stimoli e all’esperienza potrebbero ulteriormente trarre in inganno, sono i tratti dominanti di questo progetto fotografico. Al confine tra realtà e finzione. Tra illusione e seduzione. L’ingegno e il disegno sono l’arte magica attraverso cui si arriva ad ingannare la vista in modo da stupire. (Gian Lorenzo Bernini)

Roberta Vanali

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BIO. Nasco a Roma nel 1971. Dopo qualche anno mi trasferisco a Cagliari e nel corso degli anni intraprendo gli studi artistici presso il Liceo Artistico di Cagliari Foiso Fois. Frequento un master di formazione come Interior Designer presso l'stituto Europeo di Design di Cagliari. In questo periodo mi appassiono alla fotografia, inizialmente da autodidatta, successivamente per completare e colmare le mie conoscenze sulla fotografia, frequento il ce

ntro di formazione fotografica “La bottega della luce” di Cagliari. Qui, ho avuto la possibilità di seguire dei workshop con il fotografo Angelo Ferrillo e un seminario con il fotografo Settimio Benedusi e incominciare a fare le mie prime esposizioni. Il 17 Dicembre 2016 partecipo alla mia prima mostra collettiva presso Il Ghetto degli Ebrei a Cagliari intitolata “Oltre lo sguardo”. Il 24 Giugno 2017 partecipo alla mostra collettiva dal titolo “Finestre sul Tempo” sempre presso il Ghetto
degli Ebrei di Cagliari.

Il 15 Settembre 2017 inauguro la mia prima mostra personale dal titolo “Surface” curata da Roberta Vanali presso la Libreria Sulis di Cagliari. Sempre nello stesso anno pubblico il progetto fotografico “A volo d’uccello” presentato da Vittorio Sgarbi; progetto volto a recuperare la parte invisibile della materia, la sua originaria forza e la sua intrinseca e pura bellezza naturale.

Il 12 Novembre 2017 partecipo alla mostra collettiva intitolata “Il terzo suono” a cura di Roberta Vanali presso lo spazio fiera di Mogoro. Il 18 Gennaio 2018 partecipo alla mostra collettiva dal titolo “Vertigo” a cura di Roberta Vanali presso studio fotografico CFC di Cagliari. Il 16 Marzo 2018 partecipo alla mostra “Face to Face” un confronto tra fotografia e pittura astratta con il pittore Mariano Chelo presso la galleria M.A.P di Cagliari.



lunedì 16 settembre 2019

16 settembre 1982: il massacro di Sabra e Shatila. Di Vincenzo Maria D'Ascanio


(16 Settembre 1982) Periferia di Beirut. Uomini delle le milizie cristiano-falangiste entrano nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila per vendicare l'assassinio del loro neoeletto presidente Bashir Gemayel. E inizia così un massacro della popolazione palestinese che durerà due giorni. Con gli israeliani, installati a 200 metri da Shatila, a creare una cinta intorno ai campi e a fornire i mezzi necessari all'operazione. Il bilancio, secondo stime difficilmente verificabili, sarà di circa 3.000 vittime. Una grande manifestazione di protesta in Israele porta alla creazione di una commissione d’inchiesta che attribuisce ad Ariel Sharonla responsabilità del massacro, costringendolo a dimettersi da ministro della Difesa. Il 16 dicembre dello stesso anno, l’Assemblea generale delle Nazioni Uniti, nel condannare nel modo più assoluto il massacro, conclude “che il massacro è stato un atto di genocidio’’.

L’esercito israeliano aveva iniziato ad assediare la capitale libanese (Beirut) nel giugno del 1982, accerchiando i Fedayyin palestinesi ed i suoi alleati. I primi giorni di luglio del 1982 iniziarono i negoziati per porre fine all’assedio. Firmati il 19 agosto sotto il presidio degli Stati Uniti d’America, garantivano che l’esercito israeliano non sarebbe entrato nei quartieri occidentali di Beirut, in cui erano asserragliati civili e miliziani palestinesi. Questi ultimi avrebbero, quindi, lasciato la città sotto il controllo di un contingente armato statunitense, mentre i civili sarebbero potuti rimanere a Beirut sottostando alle leggi libanesi.

L’11 settembre il ministro israeliano Sharon ribadì però che tra i profughi dei campi di Sabra e di Shatila “si nascondevano oltre duemila terroristi”, annunciando di fatto la strage che sarebbe avvenuta pochi giorni dopo. Il 14 settembre un ordigno esplose davanti alla sede del partito falangista libanese uccidendo il suo leader Bashir Gemayel. L’esercito israeliano, in risposta, invase la zona occidentale di Beirut, rompendo il patto precedentemente stretto. Le falangi, in accordo con le forze israeliane, utilizzarono l’assassinio del proprio leader come pretesto per attaccare i profughi palestinesi. Dopo l’evacuazione da Beirut dell’Olp e dei Fedayyin agli ordini del presidente Arafat – prevista dagli accordi di cessate il fuoco mediati dagli Usa – i profughi palestinesi erano rimasti senza alcuna protezione. In effetti, quando le falgi cristiane libanesi entrarono neì campi, non ci fu nessuna reazione poiché, al contrario di quanto sosteneva Ariel Sharon, non vi era nessun guerrigliero ma soltanto civili disarmati che non opposero (e non potevano opporre9 alcuna resistenza a quello che fu uno dei più feroci massacri del conflitto arabo israeliano.

“Ce lo dissero le mosche” è l’attacco del reportage del giornalista inglese Robert Fisk, tra i primi a entrare su Sabra e Shatila, riferendosi agli insetti che assediavano il campo profughi con i corpi delle vittime in putrefazione. Loren Jankins scrive sul quotidiano “Washington Post” del 20 settembre 1982:
« La scena nel campo di Shatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l'angolo, in un'altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti - dove i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 - raccontava la propria storia di orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull'altro, mummificati in posizioni contorte e grottesche. »Ogni anno la strage viene commemorata sul luogo del massacro.  Commissione Kahan.

Il 16 dicembre 1982, come detto, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite condannò il massacro, definendolo "un atto di genocidio" (risoluzione 37/123, sezione D).  L'8 febbraio 1983, la Commissione Kahan giunse alla conclusione che i diretti responsabili dei massacri erano state le Falangi libanesi, sotto la guida di Elie Hobeika. La stessa Commissione ammise anche la "responsabilità indiretta" del Primo Ministro israeliano Menachem Begin (per aver ignorato quanto accadeva e non aver esercitato la dovuta pressione sul Ministro della Difesa e sul Capo di Stato Maggiore affinché intervenissero a fermare il massacro), del Ministro della Difesa Ariel Sharon (per aver gravemente sottovalutato le conseguenze di un eventuale intervento falangista all'interno dei campi profughi e per non aver ordinato le misure per prevenire il massacro), del Capo di Stato Maggiore Rafael Eitan (per non aver ordinato le adeguate misure per prevenire o ridimensionare il massacro) e di altri ufficiali. La Commissione suggerì inoltre le dimissioni di Sharon (che furono presentate ed accettate), la non riconferma del Direttore dei servizi segreti dell'esercito Yehoshua Saguy e la rimozione di tutti gli altri ufficiali.

Nel giugno del 2001, 40 parenti delle vittime del massacro denunciarono Sharon in una corte belga per crimini di guerra. Il caso portò a dure ripercussioni nelle relazioni fra Belgio e Israele e fu fra le ragioni che portò alla revisione della cosiddetta "legge sul genocidio" in senso restrittivo. Il 24 settembre 2003, la Corte di Cassazione del Belgio dichiarò il non luogo a procedere perché nessuno dei ricorrenti aveva la nazionalità belga (condizione richiesta dalla nuova versione della legge).

Elie Hobeika non fu mai processato e lungo gli anni novanta fu più volte deputato e anche ministro in vari Governi libanesi, avvicinandosi sempre più alla Siria. Morì il 24 gennaio 2002 in un attentato, dopo essersi dichiarato disponibile a deporre nel processo belga a Sharon e a chiarire le proprie responsabilità nel massacro: "Per 19 anni ho portato il peso di accuse mai dimostrate senza aver l'opportunità di provare la mia innocenza".

Vincenzo Maria D'Ascanio