martedì 30 aprile 2019

La disfatta degli americani in Vietnam. Di Vincenzo Maria D'Ascanio




(30 Aprile1975) Le truppe nord vietnamite occupano finalmente Saigon, e l’esercito statunitense si ritira dalla capitale vietnamita. In seguito alla decisione del Congresso americano di annullare, per l’anno fiscale 1975-76, ogni forma di aiuto e finanziamento al Vietnam del Sud, il Vietnam del Nord ha invaso nei primi giorni del 1975 tutto il Vietnam, che precedentemente si trovava diviso in Vietnam del Nord (dove era stato instaurato un regime comunista) ed il Vietnam del Sud (dove persisteva un regime democratico con struttura economica capitalistica, un po’ come oggi avviene tra la Korea del Nord e la Korea del sud). Quella che gli americani definiscono la “caduta di Saigon”, è salutata dai vietnamiti come la “liberazione” della loro capitale.

L’America che abbandona il Vietnam del Sud dopo aver speso miliardi di dollari e aver sacrificato 58 000 soldati uccisi e 150 000 feriti e che si ritrova con quasi 3 milioni di reduci e 300 000 dispersi è una potenza ferita. Soprattutto i reduci causarono non pochi problemi all’amministrazione americana: spesso mutilati, o con gravissimi problemi mentali dovuti allo stress accumulato in battaglia, o alle torture dei vietnamiti, costituivano i simboli viventi della sconfitta. I morti avevano il loro funerale di Stato, mentre i reduci furono abbandonati a se stessi, con grosse difficoltà di reinserimento nelle società. Si vocifera che questo era il volere del famoso generale Giap (truppe vietnamite). Costringere l’opinione pubblica americana ad aver a che fare non tanto col numero dei morti, ma con persone che avessero perso la ragione. Come ben sapeva l’astuto comandante, la pressione dell’opinione pubblica statunitense era il miglior modo per imporre agli USA di andarsene (il tutto è stato sapientemente ricostruito nel film “Nato il 4 Luglio di Oliver Stone”)

La caduta del ‘domino’ vietnamita nelle mani dei comunisti non produrrà il temuto effetto valanga al di fuori dell’Indocina e ben presto evidenzierà le forti differenze, in precedenza occultate da una “unità” d’intenti in funzione antiamericana, fra i regimi comunisti del sudest asiatico nonché fra la Cina e l’URSS. Sulla società americana, invece, l’impatto sarà importante e duraturo:
il Vietnam interruppe il consenso nei confronti della politica estera USA durante la guerra fredda, lasciando come eredità una perdurante preoccupazione per impegni mal diretti o incauti capaci di innescare ‘un altro Vietnam.

Dopo la seconda guerra mondiale gli americani pensavano di avere una macchina bellica invincibile, tuttavia il Vietnam dimostrò che all’interno dell’esercito USA c’erano tutte le contraddizioni già presenti nella società americana. La diffusione della droga, lo scontro razziale tra WASP e afroamericani, creavano dei cortocircuiti che invece non appartenevano all’esercito Vietnamita, compattato dalla guida del generale Giap.

Le massicce perdite americane, la mancanza di una vittoria decisiva e un'efficace propaganda disfattista da parte di contestatori politicizzati crearono un grande disgusto dell'opinione pubblica nei confronti dell'interventismo armato per contenere l'espansionismo sovietico-comunista. Politicamente, l'insufficiente pianificazione della guerra, la confusione delle direttive e della catena di comando e, soprattutto, "l'assegno in bianco" fornito con facilità dal potere legislativo al potere esecutivo presidenziale, portarono il Congresso a rivedere il modo in cui gli Stati Uniti possono dichiarare guerra.

In seguito alla disfatta del Vietnam, il Congresso promulgò la Risoluzione sui poteri di guerra (7 novembre 1973), che ridusse la capacità del Presidente d’impegnare truppe in azione senza aver prima ottenuto l'approvazione del Congresso stesso. Dal punto di vista sociale, inoltre, la guerra mutò sensibilmente il pensiero di molti giovani statunitensi, (tanto delle organizzazioni pacifiste quanto degli stessi militari). Infine, la guerra del Vietnam dimostrò come l'opinione pubblica potesse influenzare la politica del governo, attraverso la mobilitazione e la protesta; un esempio di ciò fu l'abolizione della leva obbligatoria a partire dal 1973

Vincenzo Maria D'Ascanio


10 Maggio. Mobbing in Rosa



Venerdì 10 Maggio 2019 dalle ore 9.00 alle ore 14:00
Search, sede Espositiva Archivio Storico Comunale
Biglietti forniti da Eventbrite
Il Mobbing femminile nel mondo del lavoro. Capire il fenomeno per tutelarsi.

PROGRAMMA EVENTO
Ore 9,00 Iscrizione partecipanti e apertura lavori. - Sandra Pisano
Psicologa, Presidente Ass.IMOI

Ore 9,30 Mobbing al femminile: aspetti psicologici e psicopat. Angela Quaquero Psicologa Psicoterapeuta
Ore 9,45 Storia 1:Colpita e affondata. Lettura di Annalisa Piras Attrice Teatrale
Ore 10,00 Normativa in vigore sul fenomeno e riferimenti eventuali al femminile. Mura Rosanna, Avvocata Foro di Cagliari
Ore 10,15 Storia 2: Troppa forza in sopportazione. Lettura di Maria Assunta Aresu Attrice Teatrale
Ore 10,30 Mobbing: la ricerca d’aiuto. Quali risorse? Anna Pitzalis, Imprenditrice Assessora Comunale
Ore 10,45 Storia 3: Tutti tranne me. Caterina Carboni Farmacista, Esperta in Biomedicina
Ore 11,00 Pausa.
Ore 11,15 Mobbing in politica e politica del mobbing.
Marina del Zompo - Psicologa e Psicot.
Ore 11,30 Storia 4:Quando il datore di lavoro è anche legislatore. Ornella Piredda - Ex Funzionaria Regionale
Ore 11,45 Mobbing e parità di genere. Susanna Pisano, Avvocata e Consigliera Pari Opportunità Città Metropolitana di Cagliari
Ore 12,00 Storia 5: Lettura di Annalisa Piras, Attrice Teatrale
Ore 12,15 Mobbing al femminile e stereotipi al maschile.
Renato Troffa Psicologo Sociale e del Lavoro, Scrittore
Ore 12,30 Storia 6 Lettura di Maria Assunta Aresu Attrice Teatrale
Ore 12,45 Voci di un verbo plurale – Insieme si fa la differenza. Loredana Rosa, Docente, Presidente Assoc. Voltalacarta
Ore 13,00 Discussione.
Ore 14,00 Conclusione dei lavori.

L'evento è gratuito per facilitare l'accesso di chiunque voglia approfondire le tematiche legate al Mobbing. con particolare analisi delle implicazioni al femminile del fenomeno. Ci auspichiamo che il momento informativo e di condivisione abbia una valenza di prevenzione del disagio chespesso consegue al prolungarsi di esperienze così devastanti e che il convegno ponga le basi per azioni più concrete a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori.
Mobbing in Rosa ha il patrocinio dell'Ordine degli Psicologi Regione Sardegna e della Cooperativa Sociale Antes di Tortolì e si avvale del supporto organizzativo di Primore Design & Comunicazione.
Il Comune di Cagliari ha inoltre gentilmente concesso in uso gratuito la Sala SEARCH del Largo Carlo Felice, nel sottopiano del palazzo civico.


3 Maggio. Gramsci spiegato a mia figlia



Organizzato da Associazione Antonio Gramsci 
Venerdì, dalle ore 21:00 alle ore 22:00
Ghilarza, Torre Aragonese
Via B. Zucca, 47, Ghilarza

In occasione delle celebrazioni per l'82° anniversario della morte di Antonio Gramsci Vi invitiamo allo spettacolo "Gramsci spiegato a mia figlia", che si terrà venerdì 3 maggio, ore 21.00, presso la Torre Aragonese di Ghilarza.

"Gramsci spiegato a mia figlia" è uno spettacolo teatrale di narrazione, scritto ed interpretato da Paolo Floris, che ha l'obiettivo di raccontare Antonio Gramsci ai più piccoli, ma anche agli adulti che non lo conoscono bene.

Paolo Floris dialoga con Nina, la bambola di pezza che nello spettacolo rappresenta la sua piccola figlia.
Partendo dalle domande della bambina, con un linguaggio semplice e diretto, vengono ripercorsi i momenti più significativi della vita di Gramsci, accompagnati dalle musiche di Luca Cadeddu Palmas.

La partecipazione è gratuita.
Vi aspettiamo numerosi!

Disoccupazione, la Sardegna migliora ma in Europa arranca


Unione Sarda

IL REPORT. I dati Eurostat descrivono un Continente disomogeneo.
Allarme per i giovani senza un impiego
Disoccupazione, la Sardegna migliora ma in Europa arranca
Nell'Isola i senza lavoro sono il 15,4% Il divario tra Nord e Sud resta elevato

È vero che un lieve miglioramento c'è stato, ma le regioni del Sud Italia hanno un tasso di disoccupazione altissimo, tre volte la media europea e anche cinque volte se si considerano soltanto i giovani. La Sardegna fa parte di questa cerchia nera, seppure nel Mezzogiorno del Paese è quella che sta meno peggio.

I dati A meno di un mese dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, con oltre 400 milioni di cittadini chiamati alle urne per scegliere i loro rappresentanti dei prossimi cinque anni, i dati diffusi da Eurostat (l'ufficio statistico di Bruxelles) descrivono un Continente profondamente disomogeneo - si va dall'1,3% di Praga al 35,1% di Mayotte, dipartimento d'Oltremare francese nell'Oceano Indiano - con diverse velocità in tema di occupazione, molte zone in fortissimo ritardo e altre che invece hanno recuperato bene, grazie anche a una buona spesa dei fondi strutturali.

In Italia tra il 2017 e il 2018 la disoccupazione è diminuita in Abruzzo (-0,9%, a 10,8%), Molise (-1,6%, a 13%), Campania (-0,5%, a 20,4%), Puglia (-2,8%, a 16,1%), Basilicata (-0,3%, a 12,5%) e Sardegna (-1,6%, a 15,4%). Situazione invariata in Sicilia (21,5%) e Calabria (21,6%), quest'ultima tra le 11 peggiori in assoluto, con ai primi posti Mayotte, territorio d'Oltremare francese (che ha il 35,1% di disoccupazione), Ceuta in Spagna (29%), la Macedonia dell'ovest, in Grecia (27%), Reunion (Francia), Western Grecia, Estremadura (Spagna), Guadeloupe (Francia), Andalusia (Spagna) e Nord Egeo (Grecia). La media comunitaria è del 6,9%.

Il divario. Anche il divario tra nord e Sud Italia resta ampio. Il nord ovest lo scorso anno ha segnato un tasso del 7% (era del 7,4 nel 2017), il nord-est del 6% (contro il 6,3%), il centro del 9,4% (era al 10%), il sud del 17,8 (era del 19%) e le isole del 19,8 (il precedente era del 20,3%). Il paragone complessivo con le regioni prime dell'elenco, cioè quelle che hanno il tasso più basso, è sconcertante: Praga è all'1,3% e la Repubblica ceca ne ha altre tre fra le prime 11, cinque ne ha la Germania, una nel Regno Unito, una in Ungheria.

La fascia 15-24 anni L'Italia ha le performance di disoccupazione giovanile tra le peggiori dell'Ue. Campania e Sicilia sono a quota 53,6%, Calabria al 52,7%, tra le ultime della classifica delle peggiori, che vede maglia nera Melilla (in Spagna) con il 66%. La Sardegna è al 35,7%, e rispetto all'anno precedente ha raggiunto un ottimo risultato (46,8%). Sul podio europeo c'è l'Alta Bavaria (Germania) con un tasso di disoccupazione under 25 del 4%.

La nota. Nel corso dell'anno - spiega la nota Eurostat - il dato ha mostrato un calo nell'80% delle regioni. E il 60% ha registrato una flessione di almeno mezzo punto percentuale. Delle 280 regioni europee per cui sono disponibili i dati dell'anno passato sono 71 quelle che presentano un tasso di disoccupazione inferiore al 3,5%. Cioè la metà della media Ue. Venti di queste aree si trovano in Germania, quindici nel Regno Unito, nove in Polonia, sette in Repubblica Ceca e cinque in Ungheria.

Paesi Bassi e Austria ne ospitano quattro ciascuno, Belgio e Romania due, mentre una sola si trova in Italia - la provincia autonoma di Bolzano - in fondo a questa classifica insieme a Bulgaria e Slovacchia. Sono invece ben cinque, come abbiamo visto, le regioni italiane che doppiano la media europea con tassi di almeno il 13,8%: Calabria, Sicilia, Campania, Sardegna e Puglia.

Cristina Cossu

domenica 28 aprile 2019

I conti col fascismo non sono mai stati fatti. Di Luisella Corgiolu.




28 APRILE 1945 "…Chiariamo bene questo punto: Mussolini non fu fucilato per iniziativa personale di nessuno. Non è vero, ad esempio, che Walter Audisio ricevette l’ordine da Cadorna. Lo ricevette dal Comitato di liberazione nazionale. Scritto. Il documento esiste: firmato da me per il Partito socialista, da Leo Valiani per il Partito d’azione, da Longo e Sereni per il Partito comunista, da Arpesani per il Partito liberale, da Marazza per la Democrazia cristiana, e da Cadorna. Esiste, si può trovare, si può pubblicare. Da esso risulta che il CLN si assume l’intera responsabilità per la morte di Mussolini e dà ordine di fucilarlo."

Sandro Pertini Il 27 aprile 1945. Mussolini venne catturato a Dongo (Como). Aveva abbandonato Milano nel tardo pomeriggio del 25 aprile e, con gli ultimi fedelissimi e il codazzo di gerarchi in fuga, aveva raggiunto Como sotto la vincolante custodia di una trentina di SS. Da Menaggio nella notte tra il 26 e il 27 aprile, si accodò con i suoi gerarchi ad una autocolonna della Luftwaffe che puntava su Chiavenna per raggiungere Merano attraverso il passo dello Stelvio.

La mattina seguente la colonna venne bloccata dai partigiani in quel di Musso, abbandonò il suo seguito, indossò un cappotto dell’aviazione tedesca e cercò di superare i controlli partigiani nascondendosi in un camion tedesco. Riconosciuto, venne fermato dai partigiani della 52ª brigata Garibaldi. Il 28 aprile 1945 Walter Audisio ufficiale addetto al Comando generale del CVL, col nome di battaglia di "Colonnello Valerio", ricevette l’ordine di recarsi a Dongo, per eseguire la sentenza capitale decretata dal CVL nei confronti di Benito Mussolini, sulla base del decreto emesso, il 25 aprile 1945, dal CLN Alta Italia.

L’art. 5 del decreto diceva: "I membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di avere contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il fascismo, compromessa e tradita la sorte del Paese e d’averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo". Il giorno successivo i cadaveri saranno esposti a Piazza Loreto a suggellare la fine del fascismo in Italia la fine della dittatura.

Ma il fascismo non è morto con il duce. In Italia i processi ai criminali fascisti, sono stati pochi e chi ha pagato sono state sempre figure minori, vedi ad esempio a Bologna con il processo Tartarotti sanguinario aguzzino di partigiani. L’Italia aveva la sua struttura fascista e tale è rimasta, nessuna epurazione venne fatta nei centri del potere, “per tutti gli anni Cinquanta su 64 prefetti di primo grado, 64 prefetti non di primo grado e 241 prefetti soltanto due risultarono non di provenienza fascista; dei 135 questori e 139 vicequestori che avevano iniziato la loro carriera sotto il fascismo, soltanto 5 avevano avuto rapporti con la Resistenza; infine, su 603 commissari capo e 1.039 tra commissari, commissari aggiunti e vicecommissari, solo 34 erano stati in contatto con l’antifascismo.” (Da Paul GINSBORG, Storia d’Italia del Dopoguerra, Torino, 1985.)

L’amnistia di Togliatti riaprì le porte ai fascisti della prima e dell’ultima ora, la debolezza dei partiti politici che, nonostante la Costituzione reciti “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.” non seppero opporsi alla rinascita dell’ideologia fascista sotto altre forme. Oggi a 74 anni il fascismo trionfa, l’ideologia fascista è viva e vegeta lentamente silenziosamente è riuscita a rinascere cambiando il vestito una lunga operazione che sta ottenendo risultati sempre più evidenti. In questi anni è riuscito anche a sminuire il significato del 25 aprile...

Di Luisella Corgiolu

Orgoglio a cinque stelle, parla l’ex Sindaco di Assemini: il centrodestra è un'ammucchiata


Unione Sarda

Orgoglio a cinque stelle, parla l’ex Sindaco di Assemini
Puddu: «Un ritardo imbarazzante, il centrodestra è solo un'ammucchiata»

Il ritardo nella nomina della Giunta non è una sorpresa per Mario Puddu, leader del Movimento 5 Stelle: «Il risultato è davanti agli occhi di tutti, imbarazzante e vergognoso». Conferma la distanza con la Lega, «siamo molto diversi da loro» e non risparmia stoccate al coordinatore regionale del Carroccio Eugenio Zoffili ricordando che «non è Di Maio a essere nervoso, ma i sardi visto che loro non sanno risolvere i problemi».

Puddu è stato il grande assente alle Regionali, avendo rinunciato alla candidatura dopo la condanna a un anno per abuso d'ufficio. È stato il primo sindaco penstastellato in Sardegna, ad Assemini (unico Comune, con Pomezia, in cui i grillini hanno ottenuto il secondo mandato), e coordinato la campagna elettorale per le Politiche quando il M5S ha superato il 40%.

L'affondo di Di Maio è una presa di distanza dalla Lega?
«Lo chiede alla persona giusta che, pur condividendo in pieno la scelta di giugno (non avevamo alternative), non ha mai risparmiato dissenso dai modi e toni del ministro Salvini. Non dimentico le parole poco simpatiche su sardi e meridionali. Ora ci sono gli immigrati ma penso che la filosofia del ministro sia la stessa e a me non piace».
Sempre più distanti?
«Il Movimento era e rimane molto diverso dalla Lega. Nasce con altre motivazioni. Ora c'è il contratto, l'unica via praticabile, ma questo non ci impedirà di cercare di portare a casa il maggior numero di risultati per gli italiani».
Il coordinatore della Lega in Sardegna sostiene che Di Maio sia
nervoso per la sconfitta alle Regionali.
«Di Maio è tranquillo e si preoccupa per i sardi che iniziano a essere nervosi. I problemi che dovevano essere risolti in 48 ore da una Giunta pronta in 15 minuti sono ancora tutti lì. Sui trasporti la Lega dovrebbe chiedere conto al presidente Solinas, che qualche responsabilità per lo stato catastrofico dei collegamenti ce l'ha».
Che messaggio vorrebbe mandargli?
«Il momento dell'esultanza è finito: un politico qualunque e mediocre si accontenta di vincere e si crogiola nella poltrona appena conquistata. Io amo i politici che godono della vittoria portando benefici ai cittadini».
Cosa pensa del ritardo per la Giunta?
«Lo abbiamo detto chiaramente in campagna elettorale: conoscendo il centrodestra sardo era scontato che avvenisse ciò che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi. Avevamo messo in guardia contro le ammucchiate».
Magari serve tempo per valutare i nomi.
«No. Il centrodestra si rivela per quello che è: solo un'operazione machiavellica per la vittoria numerica senza portare beneficio alla comunità».
L'attesa che cosa può causare?
«Il ritardo lo pagano i sardi e la nostra terra. Le emergenze sono ancora lì, che gridano vendetta. E chi aveva promesso ai sardi di risolverle sta litigando per le poltrone. Il paradosso è che, quando inizieranno, le cose non potranno che peggiorare».
Che idea si è fatto del Consiglio regionale?
«Non hanno ancora iniziato. Sono ovviamente felice per il nostro ingresso. Conosco i nostri neo consiglieri, son pieni di entusiasmo e sono convinto che difenderanno le istanze dei sardi e lotteranno in tutti i modi, dai banchi dell'opposizione, per denunciare ogni manovra volta a favorire interessi privati a discapito dei collettivi».
Superato il rammarico per non essersi candidato?
«Il colpo è stato molto duro, ma se nella vita ho imparato che le difficoltà ci rafforzano, allora non posso che augurarmi che accada anche in questo caso».
Siete pronti per la prova delle Europee?
«Certo che lo siamo e in questi mesi di governo ho capito ancora di più che siamo l'unica forza politica in grado di cambiare la nostra società».
A Bruxelles si può incidere?
«È un luogo fondamentale. In questi cinque anni l'operato degli europarlamentari dei Cinquestelle è stato giudicato il migliore, ma c'è ancora tantissimo da fare».
Poi ci saranno le amministrative. Proverete a prendervi Cagliari?
«Non esiste una città più importante di altre in Sardegna. Ma se devo citarne una (esclusa Assemini) questa è proprio Cagliari, il nostro capoluogo. Certo, sarebbe bella una città a 5 Stelle, ma non abbiamo l'assillo della poltrona».
Vuol dire che prima bisogna superare eventuali attriti?
«Il Movimento c'è quando ha la consapevolezza di poter contribuire a migliorare la qualità di vita dei cittadini: altrimenti non siamo costretti a presentarci, come alle Regionali del 2014».

Matteo Sau


sabato 27 aprile 2019

(27 Aprile1964) Nasce l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP


(27 Aprile1964) Nasce l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Fondata a Gerusalemme da una riunione di 422 palestinesi, a seguito di una precedente decisione della Lega araba, il suo obiettivo è la liberazione della Palestina con la lotta armata. L'originale Statuto dell'OLP dichiara che "la Palestina, all'interno dei confini che esistevano al momento del mandato britannico, è una singola unità regionale". Un anno dopo, nel 1965 al Fatah, il cui capo era Yasser Arafat, aderisce all’OLP: la sua missione è lottare per la liberazione della Palestina su tutto il territorio occupato.

Presieduta fino al 1967 da A. Shuqairī, quindi da Y. Hammuda, l'OLP assunse rilevanza internazionale dopo il conflitto del 1967. Passata sotto la direzione di al-Fatàh, il cui leader Arafat subentrò a Hammuda nel 1969, l’OLP acquistò il ruolo di rappresentante politico della nazione palestinese anche in sede internazionale, ruolo accentuatosi dopo la proclamazione dello Stato di Palestina nel 1988, l’avvio dei negoziati arabo-israeliani nel 1991 e il riconoscimento reciproco tra OLP e Israele nel 1993.

Nella seconda metà degli anni '90, con l’istituzione dell’Autorità nazionale palestinese, l’OLP andò perdendo il ruolo di rappresentante politico del popolo e della nazione palestinesi. Nel 2004, alla morte di Arafat , gli succedette M. Abbas , dimessosi nell'agosto 2015, insieme a tutti i vertici del partito, per spingere il comitato esecutivo dell'organizzazione a indire nuove elezioni interne, e sostituito ad interim da Saeb Erekat. 

L'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha concesso lo status di osservatore all'OLP il 22 novembre 1974. Il 12 gennaio 1976 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha votato con 11 voti a favore, 1 contrario e 3 astenuti per consentire all'OLP di partecipare al dibattito del Consiglio di Sicurezza senza diritto di voto: un privilegio normalmente riservato ai soli componenti delle Nazioni Unite.

Dopo la Dichiarazione d'indipendenza palestinese la rappresentanza dell'OLP è stata rinominata Palestina. Il 7 luglio 1998, questo status è stato esteso per consentire la partecipazione dell'OLP ai dibattiti dell'Assemblea Generale, sempre senza diritto di voto. In numerose risoluzioni dell'Assemblea Generale dell'ONU, l'OLP è stata dichiarata la sola rappresentante legittima del popolo palestinese. Ciò era stato riconosciuto da Israele negli Accordi di Oslo fin dal 1993.


Gli interrogativi intorno alla resistenza. Una distinzione da fare.



Ogni 25 Aprile, sopratutto nel suo approssimarsi, si parla di quanto accadde in piazzale Loreto, ed in tanti tendono a prendere le distanze. Fermo restando che ognuno può leggere e fidarsi delle ricostruzioni che considera più attendibili, dovrebbe comunque sapere che alcuni elementi sono incontestabili. Mussolini, la Petacci, Bombacci etc... non furono appesi per il collo, semplicemente perché la loro teste si stavano già staccando, in seguito alle violenze ed al vituperio che la popolazione fece sui cadaveri, in particolare sulle loro teste. Non ci fu l'idea di appendere l'ex dittatore per i piedi, solo per sfizio ed umiliarlo ulteriormente. La necessità di mostrarli era d'obbligo, si doveva esibire il cadavere di Mussolini, affinché i fascisti (i pochi stranamente rimasti) sapessero che il loro leader era morto: non c'è dittatura che finisca senza la morte del dittatore.

Perché Piazzale Loreto. Il corpo di Mussolini fu portato a Piazzale Loreto perché in quella stessa piazza, dieci mesi prima, erano stati trucidati quindici partigiani dalla brigata Ettore Muti. I loro corpi furono lasciati sotto il sole per tutta la mattina del 10 Agosto 1944 per essere portati via solo alla sera, interamente ricoperti di mosche. I Nazisti obbligavano i civili a passare per lo stesso piazzale, affinché potessero vedere i corpi e questi servissero da monito (di questo ci rimane la terribile testimonianza del poeta Loi). Per altro la fucilazione fu preceduta da umiliazioni di ogni genere, e questo fatto causò non tanto la paura dei milanesi, quanto l’odio verso i nazisti e di conseguenza i fascisti (la Brigata Ettore Muti, di fatto, agiva su ordine delle SS)

Di questo, nessuno parla.

Inoltre, talvolta leggo il seguente paradosso: si considera un fatto, o talvolta un'immagine, la si decontestualizza da anni ed anni di crimini e da tutto il resto, e ci si rappresenta una dinamica da pura follia collettiva, de tutto priva di qualsiasi ragione. Ad ogni fatto x, corrisponde una reazione y, se non altro Mussolini ha avuto il beneficio di essere fucilato, e non torturato per ore come avveniva a pochi chilometri, nel comando di Via Abruzzi.

Detto questo, non si può giudicare quanto avvenuto in Piazzale Loreto, come atto compiuto dai partigiani. Questa resta la critica più sconcertante che talvolta ascolto anche nei programmi televisivi. Non esiste nessun ordine o direttiva del CLN in tal senso, il vilipendio dei cadaveri è stata una reazione di un popolo infuriato. Basta pensare a quanti linciaggi avvennero nelle fasi antecedenti o postume alla liberazione, ma la giustizia privata non era legata a motivi politici, bensì a ragioni strettamente individualistiche e personali. Questa è una costante delle guerre civili, ma coloro che cercano di adombrare la Resistenza imputandogli fatti anche sconcertanti, devono rifarsi solo agli ordini scritti e a quanto storicamente documentabile...