mercoledì 30 agosto 2017

Le parole che ci mancano. Di Elettra Deiana.


Quello che ho scritto è lungo, disordinato, poco rivisto e poco rimesso a posto. Ma dice quello che penso e soprattutto sento in questi gironi. Lo dedico alle mie amiche e ai miei amici. Che lo leggano o non lo leggano.

So che le parole a mia disposizione sono al di sotto di quello che è necessario, di quello che provo. E so anche che non so dire quello che penso se non con le parole di sempre. Poco pesano, queste mie parole, lo so bene, contro la virulenza dei nuovi linguaggi politici che hanno stravinto e avuto la capacità performativa – altamente performativa, bisognerebbe pensarci su seriamente alla forza trasformativa che il linguaggio continua ad avere sull’anima umana, sull’insieme di quell’anima, fatta di cervello, pancia, cuore, nervi, sangue, immaginario, sogni e desideri, soprattutto nell’epoca selvatica del parlare tutti di tutto, senza capacità di ascolto né di riflessione, senza riferimenti che non sia oramai il qui e ora del grido, insulto, sghignazzamento contro chiunque capiti a segno. I neri oggi,soprattutto, loro.

Quelli che ci invadono, ci rubano lo spazio, le case, l’assistenza medica, i posti a scuola per i nostri figli, e via così. Ed è inutile dare i numeri effettivi, ufficiali, che smentono, dire che non è cosi. Assurdo parlar di invasione. Assurdo non voler capire come stiano effettivamente le cose. Il linguaggio della ruspa, degli insulti animaleschi a una ministra della Repubblica, rea di essere nera di pelle, gli slogan del “prima gli italiani”, del “loro” meglio a casa loro, dei necessari e sempre “benemeriti” respingimenti, dell’ ”aiutiamoli a caso loro”, del “non se ne può più dell’invasione”, del “siamo alla sostituzione etnica” e altre immonde immondezze sul genere. Un crescendo a cui nessuno si è opposto, nessuno ha messo qualche alt istituzionale, nessuno ha preso di petto i peggiori caporioni della campagna xenofoba, protetti dall'immunità che il consenso ormai garantisce, e dal lento egemonico diffondersi del loro blaterare denso di odio puro. Oggi tutti – fatte salve poche eccezioni – parlano ormai lo stesso linguaggio, si distinguono qua e là con qualche “ovvio che se cadono in mare bisogna salvarli” che fa “sinistra” o con qualche residua resistenza sullo ius soli.

Anche questo fa sinistra. E il capo della Cei ha benedetto il decreto del ministro relativo alle Organizzazioni non governative impegnate in questi anni in mare a salvare vite umane. Trattate all’improvviso come sospette di commercio di schiavi. In barba a Francesco che dice altro? In barba perché Francesco è il transeunte, la Chiesa di Roma l’eterno.

Capacità di automatizzazione dei cervelli in un’unica direzione: questa è stata la forza di quel linguaggio, esso sì osceno e fuori misura. Acquiescenza complice, conformismo opportunista – tiriamo a campare , lasciamo fare a chi di dovere – euforia identitaria sempre più estesa e galvanizzante – “noi” e “loro”, finalmente lo possiamo dire liberamente – e poi spirito gregario, tipicamente italico, dietro all’uomo forte, o supposto tale, di turno. E silenzio tombale da parte della frantumaglia detta ancora, dai buontemponi di oggi, “centrosinistra”. Ma, dal loro punto di vista, fanno bene a chiamare così l’oggetto del loro desiderio politico.

Hanno capito che le parole della politica non vengono più associate da tempo a fatti concreti e servono solo a definire i campi del gioco elettorale.  Questo a me e questo a te. Che volete di più, ho chiesto in questi giorni a un mio amico che si affannava a spiegarmi la lungimiranza del nuovo leader nazionale Giuliano Pisapia. Gli ho detto “lasciamo perdere, davvero”. Non mi piace parlare troppo male di persone con cui ho avuto rapporti di amicizia. 

Sono in questo stato da diverso tempo. Ho pensato più volte di lasciar correre. Di non scrivere nulla su quello che Franco Berardi Bifo, che spesso scrive cose che condivido, ha voluto chiamare Auschwitz on the beach, in preparazione di un incontro a Kassel sui temi dell’immigrazione, se ricordo bene quello che ho letto, ma che a me è parsa soprattutto una modalità comunicativa scelta per lasciare attoniti di fronte al coraggio della provocazione.

So bene che bisogna fare scandalo – oportet ut scandala eveniant, dice anche il Vangelo che in certi passaggi è fulminante - in certi momenti è proprio necessario, e si può fare scandalo spesso con quello che si dice. E’ questo è sicuramente uno di quei momenti. Ma come, su che cosa squarciare la coltre dell’adattamento? Con quali parole che sono tutte logorate e rese indifferenziate dall’uso abnorme che se ne fa? E puntare sul peso della provocazione non significa forse fare buio sul grigio dei percorsi della coscienza, sui modi del ramificarsi più che del male dell’indifferenza al male, che è il vero male canceroso del mondo. Sulla terribile presa che la banalità del male – come ebbe a dire magistralmente Hannah Arendt nei giorni del processo contro Adolf Echmann, a Gerusalemme a cui partecipò come inviata del New Yorker, Osservando a fondo l’uomo reo dell’orrore dello sterminio e scandagliandone il grigiore burocratico tipico di chi è addetto senza responsabilità a eseguire, vede in lui il mediocre prototipo dell’uomo che aveva vissuto entro i limiti di quello che dall’alto gli dicevano di fare, senza porsi problemi, come un topo di laboratorio che obbedisce passivamente agli stimoli.

La banalità del male che ritorna di fronte alla morte in mare di nuovo possibile per migliaia di persone o al respingimento in luoghi di morte del corpo e dell’anima. Mi sembra il tema su cui saper inventare un linguaggio che sia all’altezza della sfida.

Tanto tutto è inutile, ho pensato in queste settimane. Qualche post sul ministro, più come segnale politico a quelli del gruppo di SI che spesso non vanno tempestivamente in profondità – o non ci vanno per niente - e tendono a perdersi nei soliti risiko del come andare alle prove elettorali. E scrivendo qua e là quello che mi veniva in mente e che tornata a Roma sono stata tentata di rimettere un po’ in ordine.

Perché rinunciare a scrivere è per me rinunciare a una spinta dell’anima, a un rapporto col mondo che amo, più intensamente lo amo quanto più vedo che si accumulano storture, iniquità, orrori, che tuttavia non lo cancellano, non riescono a cancellarlo, quel mondo. Che non ha nulla di utopico ma sono vite incarnate, spesso fragili e vulnerabili, come ci ha insegnato a dire Judy Butler, ma spesso anche eroiche o ostinate. O semplicemente belle da sapere che ci sono, come certe vicende di donne di Paesi ancora troppo ostili verso le donne.

Penso al vecchio archeologo di Palmira, responsabile dei tesori archeologici custoditi in quella antica città, risalente all’epoca romana, che i forsennati assassini dell’Isis hanno fatto saltare nei punti più significativi, riducendola a un ammasso di rovine. Il responsabile di quel tesoro è morto per difendere la trasmissione della cultura, i reperti del mondo come bene comune, come cultura a disposizione degli umani. Aveva nascosto centinaia di statue per sottrarle alla furia iconoclastica dell’Isis. Lo hanno alla fine preso prigioniero e gli hanno tagliato la gola sulla pubblica piazza. Si chiamava Khaled Asaad e quando lo hanno ammazzato aveva 82 anni. Penso a quei giovani, ragazze e ragazzi che ancora si ostinano a pensare al futuro, a immaginare come non soccombere al presente e inventarsi la vita. E negli Usa si mobilitano alla grande contro lo sfrenato razzismo dei suprematisti bianchi negli Stati del Sud, dove il Ku Klux Klan non ha mai cessato di tessere le sue trame razziste.

Neanche il Presidente nero è riuscito a cambiare le cose in materia di razzismo. Forse – è quello che tristemente penso – ha stimolato, con la sua sfacciata bellezza prestanza carisma le ragioni dell’odio di certa marmaglia bianca che oggi cerca le coperture del tipo insano che ha vinto la Casa Bianca. E mi vengono in mente le ragazze di Non una di meno, il coraggio intellettuale e pratico di immaginare uno sciopero globale delle donne. 

Cerco di capire come improvvisamente – così è sembrato anche a me, anche io sono stata colta di sorpresa - ci siamo ritrovati con un ministro degli Interni che può essere definito senza esagerazione “di ferro”, e che- come se nulla fosse - ha sbaragliato il tavolo “immigrazione” , facendo saltare il gioco degli equivoci, molto democristiani, in cui si erano esercitati in continue performance europee Renzi da premier e Alfano finché è stato lui ministro degli Interni. L’Europa deve fare la sua parte, ripetevano, anche quando smaccatamente l’Europa se ne infischiava e permetteva che si mettessero i sigilli ovunque e gli Stati dell’Ue si riscoprivano sovranisti e bloccavano ovunque le frontiere, annullavano Schengen, a Ventimiglia, sul Brennero, con l’Austria che strillava contro chi sconfinava dal suo lato, e intorno a Como, sul confine con la Svizzera, e sulla rotta orientale. E l’orrendo patto stipulato con la Turchia di Erdogan, di cui ci siamo dimenticati e lo mimiamo infinitamente al peggio nella disastrata Libia. E ovunque morti in mare, in questi anni, nonostante lo strenuo lavoro di salvataggio. Figuriamoci quando cesserà, perché il tentare l’altrove è oggi l’esito una spinta vitale troppo forte che non cesserà di essere tale nei prossimi anni. 

Mare Mediterraneo, mare tra le terre significa il nome, mare nostrum lo chiamavano i Romani che anche grazie a quel mare costruirono il loro impero e a un certo punto diedero a tutti la cittadinanza di Roma. Nel 212 dopo Cristo, con la Constitutio Antoniniana voluta dall'imperatore Caracalla. “Ego civis romanus sum”, pensate un po’, lo potevano dire da tutti i pizzi dell’impero. 

E in Italia per uno “ius soli” dimezzato, le argomentazioni contro o a favore rasentano l’orrendo ridicolo: del razzismo xenofobo da una parte, del buonismo d’accatto dall'altro. Se una creatura nasce in Italia, soprattutto se da una donna, una coppia, chi volete voi che sia in qualche modo stanziale in questo Paese, ha diritto a essere riconosciuto nativo italiano. Punto e basta così. Deve sapere dell’Italia? Certo che deve, e anche da dove vengono i suoi così tutti i ragazzi italiani sapranno qualcosa in più del mondo. Ma intanto chiedetelo ai ragazzi made in Italy da sette generazioni – mio padre scherzava sulla sua sardità in questo modo – quanto sanno dell’Italia. E i politici nostrani? Ma che significa poi sapere dell’Italia?

Ai sovranisti di destra e anche di sinistra bisognerebbe chiederlo, e farci capire da loro in nome di quale Italia costituzionalmente pensata e orientata possano essere d’accordo col decreto anti Ong del ministro, oltre che su quella legge sulla cittadinanza ormai dimezzata e pressoché buttata nel dimenticatoio. Decreto anti ong, così va chiamato, sic et simpliciter, per capire chi e fino a che punto siano d’accordo sui respingimenti, sull'osceno decreto del ministro, e sui patti infami con la Libia. Bisogna usare parola di verità. Almeno questo.
Di Elettra Deiana.

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