venerdì 2 marzo 2018

Rassegna stampa 02 Marzo 2018


Unione Sarda

Sardegna, passo indietro Ue  Ma così arriveranno più soldi Pil sotto il 75% della media europea: l'Isola potrebbe ritornare nell'Obiettivo 1

Una retrocessione non fa mai piacere: ma questa potrebbe essere pressoché indolore, o addirittura vantaggiosa. Dal 2021 la Sardegna ritornerà, secondo i parametri dell'Unione europea, tra le regioni più povere, quelle etichettate un tempo come “Obiettivo 1”. E questo, se da un lato è l'ennesimo effetto della crisi, dall'altro si tradurrà in un maggiore afflusso di aiuti europei nei sei anni successivi. Non c'è ancora un verdetto definitivo, perché il regolamento sui fondi Ue 2021-2027 vedrà la luce non prima del prossimo anno. Ma che la Sardegna stia per essere riaccolta nell'Obiettivo 1 è una voce che circola da un po' negli ambienti della politica e dell'economia isolana, e che ora trova conferma nei dati diffusi da Eurostat.

LA CLASSIFICA I conti rivelano che nel 2016 il Pil pro capite dei sardi era di 20.600 euro, pari al 71% della media Ue (per poterle paragonare, tutte le cifre sono calcolate a parità di potere d'acquisto: dieci euro in Italia non valgono come dieci euro in Slovacchia). Fino alla soglia del 75% si rientra nelle cosiddette “regioni in ritardo di sviluppo”, che si aggiudicano la fetta maggiore degli aiuti comunitari. Nell'attuale ciclo di programmazione dei fondi (2014-2020) la Sardegna è ricompresa invece tra le regioni “in transizione”, l'ex Obiettivo 2, con un Pil che si colloca tra il 75 e il 90% della media europea. Potremmo definirle le regioni che vanno bene ma non benissimo: fuori dall'arretratezza peggiore ma non ancora al livello di quelle più sviluppate.

Solo che, come tutte le statistiche, i parametri europei tagliano la realtà con l'accetta e spesso finiscono per tradirla. La Sardegna era uscita dall'Obiettivo 1 agli inizi del terzo millennio non per una prepotente crescita economica, ma per ragioni per l'appunto statistiche: l'ingresso nell'Ue di nuovi Paesi meno sviluppati, soprattutto dall'Est Europa, aveva abbassato la media generale. Il Pil sardo, rimanendo grosso modo lo stesso, era emerso dalla soglia del 75% (portandosi attorno all'81%) alla stessa maniera di uno scoglio quando c'è la bassa marea.

Con l'Isola, oggi, tra le regioni in transizione ci sono Abruzzo e Molise, mentre il Sud è da sempre nell'Obiettivo 1. I dati resi noti da Eurostat sono di fatto decisivi perché i calcoli, per il futuro ciclo di programmazione, si faranno sui parametri registrati in questi anni: «Presumibilmente si prenderà come base la media del 2015, 2016 e 2017», prevede Andrea Murgia, esperto di fondi strutturali presso la Commissione europea. «Non ci può essere niente di ufficiale, ma darei per scontato il rientro della Sardegna tra le regioni in ritardo di sviluppo».

CHE COSA CAMBIA Definire le conseguenze pratiche, per ora, «è assolutamente impossibile», precisa l'economista barbaricino: «Se il futuro regolamento fosse lo stesso del 2014-2020, i fondi per l'Isola potrebbero persino raddoppiare». C'è però la probabilità («quasi una certezza») che al prossimo giro gli aiuti di Bruxelles alle regioni meno sviluppate siano significativamente ridotti, non foss'altro perché il bilancio Ue farà a meno del contributo del Regno Unito. Quindi rientrare nell'Obiettivo 1 potrebbe quanto meno servire a contenere i tagli.

Murgia, candidato nel 2013 alle primarie per la leadership del centrosinistra sardo, si astiene da qualsiasi valutazione politica sulla questione. Ma ricorda che «è tutta l'Italia che è calata, dal 106-107% al 96. L'Isola segue la tendenza nazionale». Anche per il declassamento, insomma, le ragioni sembrerebbero soprattutto statistiche. Ma non è una grande consolazione, ora che l'Europa ci spiega ciò che sapevamo già: siamo più poveri di dieci anni fa.

Giuseppe Meloni

Intervista a Renzi - «Mai così tanto per la Sardegna»

Ormai è fatta, le cartucce da campagna elettorale sono finite. Ma
restano gli indecisi , figure mitiche di ogni appuntamento con le
urne, ed è a quelli che mira Matteo Renzi: «Puntiamo a essere il primo
partito», dice il segretario del Pd, «ce la possiamo fare». Anche in
Sardegna, terra non toccata dal tour elettorale dell'ex premier, che
però ricorda: «Mai visti investimenti per l'Isola come in questi
ultimi anni».

Per molti è la peggiore campagna elettorale di sempre. Per lei?
«Non so se è la peggiore, so che i nostri avversari hanno fatto di
tutto per non parlare del futuro del Paese e dei cittadini. Mentre il
Pd ha messo in campo, da subito, le sue proposte programmatiche serie
e concrete. Di Maio e Salvini si sono sottratti ai confronti che per
primi avevano chiesto, negando ai cittadini di farsi un'idea più
chiara sulle proposte in campo. Evidentemente scappano perché non
hanno il coraggio delle loro idee».

Che sensazioni ha tratto dai suoi incontri pubblici?
«Girando per l'Italia ho visto un entusiasmo crescente attorno al Pd e
una straordinaria partecipazione alle nostre iniziative. In queste
ultime ore dobbiamo dedicarci a convincere gli indecisi. Il primo
posto è alla nostra portata».

Quali sono i punti del programma elettorale a cui tiene di più?
«Lavoro e famiglie. Partendo dalle 100 cose fatte, proponiamo agli
italiani altri 100 impegni concreti e realizzabili. Dopo aver fatto
ripartire l'Italia vogliamo dedicarci alle persone con un investimento
di 9 miliardi per le famiglie con figli e le fasce più deboli della
società. Ci impegniamo a dare 240 euro per ciascun figlio fino ai 18
anni, a fare una carta universale dei servizi per l'infanzia, a
estendere il reddito d'inclusione sociale per coprire tutti gli
italiani in difficoltà e ad aiutare gli under 30 a pagare l'affitto
quando escono di casa».

Per l'occupazione?
«Ridurremo il carico fiscale del 12% a chi assume a tempo
indeterminato, perché il lavoro stabile è alla base della crescita del
Paese, vale di più e quindi deve costare di meno. Inoltre, daremo pari
dignità a tutti i lavoratori con il salario minimo legale, ed
estenderemo gli 80 euro anche alle partite Iva e ai lavoratori
autonomi».

Ma in campagna elettorale tutti promettono di tutto.
«No, queste sono proposte concrete e fattibili. Non come quelle
fantasmagoriche quanto irrealizzabili di Berlusconi, con la Flat tax,
e dei Cinquestelle con lo sterile assistenzialismo del reddito di
cittadinanza. Noi vogliamo dare lavoro di qualità soprattutto ai
giovani».

A sinistra, sui governi Pd, molti dicono: bene sui diritti civili, non
sull'economia. Come replica?
«In questi anni abbiamo portato l'Italia fuori dalla più grave crisi
dal dopoguerra. I numeri parlano chiaro: la disoccupazione dal 14% del
2014 all'11, e vogliamo scendere sotto il 9 nell'arco della
legislatura. Così come vogliamo portare il Pil a crescere più del 2%.
I dati Istat confermano che la strada intrapresa era quella giusta e
noi vogliamo proseguire in questa direzione».

In caso di sconfitta del Pd, meglio Salvini premier o Di Maio? O le
andrebbe meglio Tajani?
«È un problema che non si pone. Il nostro obiettivo è essere il primo
gruppo parlamentare, risultato alla nostra portata. Se non accadrà
faremo opposizione. Fa paura il rischio di un governo estremista o
addirittura con Di Maio e Salvini. Porterebbero il Paese al disastro
economico e sociale. E anche i governi di centrodestra hanno già
dimostrato la loro incapacità».

Nel futuro immagina una ricomposizione del centrosinistra con chi oggi
si riconosce in Leu, o è una frattura irrimediabile?
«La sinistra radicale di Liberi e Uguali ha diviso il nostro fronte, e
non ha fatto certo un buon servizio al Paese. Non ho scelto io la
scissione del centrosinistra e non ho certo gioito quando è avvenuta.
Però ognuno deve assumersi le sue responsabilità. Una cosa è certa:
ogni voto al partito di D'Alema favorisce il centrodestra e gli
estremisti».

Lei ha condannato le fake news e l'odio “social”. Crede che servano
nuovi strumenti per perseguire la violenza sul web?
«In questa campagna elettorale abbiamo assistito a un'aggressione
senza precedenti contro il Pd e il sottoscritto: violenza verbale,
odio, insulti e una montagna di menzogne. Adesso rispondiamo con il
sorriso e con la concretezza delle nostre proposte. Ma dopo le
elezioni chiederò l'istituzione di una Commissione d'inchiesta
parlamentare, con i poteri della magistratura, su queste operazioni
organizzate di disinformazione».

Come mai il suo tour elettorale non ha fatto tappa in Sardegna? La
date già per persa?
«Ma non è così. Sono stato in Sardegna il 5 dicembre, per le ultime
tappe del tour in treno di #destinazioneItalia, e ho trovato grande
partecipazione e calore. In Sardegna avete candidati forti e
autorevoli: un motivo in più per sostenere che la partita è
assolutamente aperta e che si gioca fino al novantesimo».

Lei ha firmato un Patto per la Sardegna da quasi tre miliardi, eppure
pochi mesi dopo l'Isola ha segnato il record dei no al referendum.
Come se lo spiega?
«L'impegno e gli investimenti dei governi a guida Pd per il Sud e la
Sardegna non hanno precedenti. Le soluzioni positive delle vertenze
Alcoa a Meridiana, gli investimenti sulla metanizzazione, le delibere
del Cipe per le infrastrutture, i fondi contro il dissesto
idrogeologico sono esempi molto chiari. Interventi profondi che, sono
certo, col tempo verranno riconosciuti da tutti i sardi».

Come valuta l'operato della Giunta Pigliaru?
«Pigliaru sta lavorando bene per la crescita della Sardegna. Sta
portando avanti riforme importanti che modificheranno in positivo la
situazione. Come sempre questo può ingenerare resistenze, ma
l'alternativa non può essere quella di non cambiare mai nulla. Anche
in questo caso il tempo dimostrerà la bontà delle sue politiche».

Nell'Isola solo due donne nei nove collegi uninominali e una capolista
su tre nel proporzionale: per la parità non si poteva fare di più?
«Sì, si può e si deve fare molto di più. Ma le ricordo che io sono
stato il primo a fare un governo paritario con metà donne e metà
uomini. E nel nostro programma ci impegniamo per la parità di genere,
in particolare nelle retribuzioni: su cui troppo spesso esiste un
divario ingiustificato».

Nel programma del Pd, quali punti serviranno al rilancio dello
sviluppo in Sardegna?
«Non possiamo accettare che l'Italia proceda a due velocità diverse.
Senza un Sud forte non esiste un'Italia forte e competitiva in Europa.
E le qualità, la bellezza e le straordinarie potenzialità della vostra
terra devono essere protagoniste di questo slancio. Bisogna lavorare
su tutti i fronti per favorire il radicamento territoriale delle
imprese e il rilancio della grande impresa localizzata in Sardegna».

Come si attirano gli investitori?
«Il nostro governo ha già attivato incentivi mirati e condizioni di
cornice, a partire dai piani di infrastrutturazione contenuti nel
Patto con la Sardegna, per esempio con investimenti nei trasporti
ferroviari e aerei. In questi anni abbiamo garantito la continuità
territoriale marittima e aerea delle persone e delle merci,
fondamentale anche per il sostegno al turismo, e migliorato gli
accordi tra governo, Regione e Ue. Intendiamo andare avanti in questa
direzione».

La circoscrizione di Nuoro e Oristano: sfida a dieci per un seggio al Senato
Dalle campagne alle coste, sfida contro lo spopolamento

Zone costiere, realtà produttive agricole, Comuni montani, aree
minerarie in cerca di una riconversione e alcune città di media
grandezza che vogliono giocare un ruolo da attrattore economico. È una
parte degli aspetti che compongono il vasto collegio uninominale di
Nuoro per il Senato, in cui si incrociano tre Province dando vita a un
campo di battaglia eterogeneo e difficile da sintetizzare. I dieci
candidati del collegio uninominale hanno dovuto attraversare la
Sardegna centrale da est a ovest.

IL TERRITORIO Con i suoi 513.732 abitanti, quello di Nuoro è il
collegio meno popoloso dei tre previsti dal Rosatellum per assegnare i
relativi posti al Senato e quello che, però, comprende il maggior
numero di Comuni. Sono, infatti, 217 i centri che lo compongono e che
fanno parte delle Province di Nuoro, Oristano e Sud Sardegna.
Il fatto che siano stati necessari così tanti Comuni dà la cifra di
quanto quello del centro Sardegna sia il collegio del Senato dei
piccoli paesi. Sulla scheda troveranno lo stesso nome sia gli abitanti
di Bosa che quelli di Serramanna, quelli di Dorgali e quelli di
Muravera. Nel collegio, 87 Comuni fanno parte della Provincia di
Oristano, 70 del Sud Sardegna e 60 rientrano nei confini
della provincia di Nuoro.

LA SINTESI Riuscire a sintetizzare esigenze, richieste, vocazioni e
necessità di tutte le zone non è stata una cosa semplice per i
candidati. I piccoli Comuni, numerosi in questo collegio, affrontano
la loro battaglia quotidiana contro lo spopolamento, un fenomeno
sempre più diffuso nei centri in cui le opportunità sono ridotte
all'osso.

Ma agli aspiranti senatori spetta il compito di garantire una
battaglia, nei limiti delle loro possibilità, per fare in modo che lo
Stato non sia percepito come il nemico che taglia i trasferimenti
rendendo difficile la vita nei paesi. I centri più grossi, come Nuoro
e Oristano chiedono maggiori strumenti per essere il traino del
proprio circondario, mentre nella parte alta del Medio Campidano, si
combatte per uscire da una crisi che va avanti da anni. Il territorio
di questo collegio soffre anche i collegamenti interni, non sempre
ottimali e che sono alla base anche delle proteste quando si
verificano fase di riorganizzazioni di enti o di presìdi sanitari.

COME SI VOTA Sarà eletto al Senato chi otterrà anche un solo voto in
più dei diretti avversari. Si può votare tracciando il segno
direttamente sul nome del candidato, che sarà riportato sopra il
simbolo del partito o dei partiti che lo sostengono. In questo caso il
voto sarà assegnato sia al candidato dell'uninominale sia al partito
di riferimento.

Nel caso di più liste, la preferenza verrà ripartita sulla base del
risultato complessivo. L'altra possibilità per esprimere il proprio
voto, anche al candidato dell'uninominale, è tracciando un segno sul
simbolo della lista o su una delle liste che sono collegate. Per la
sfida all'uninominale non è prevista la soglia di sbarramento e il
seggio va a chi ottiene il maggior numero di voti.

IN CORSA A rappresentare il centrosinistra in questo collegio è
Ignazio Angioni , 50 anni e senatore uscente del Partito democratico.
Angioni viene dal mondo delle cooperative, ed è stato componente della
commissione Lavoro e Politiche Sociali del Senato nell'ultima
legislatura. Sarà invece un esponente di Lega-Psd'Az il porta bandiera
del centrodestra che ha affidato la sfida nel collegio a Lorenzo
Palermo , 64 anni avvocato di Nuoro. Maria Agostina Cabiddu , 55 anni
è la candidata di Liberi e Uguali, mentre sarà Amedeo Spagnuolo ,

insegnante di Nuoro, il candidato di Potere al popolo. La scelta del
Movimento 5 Stelle è ricaduta su Emiliano Fenu , 41 anni di Siniscola
ma residente a Nuoro. Il Progetto Autodeterminatzione ha scelto Pier
Franco Devias , volto noto dell'indipendentismo isolano. Devias, 43
anni, nuorese, è il titolare, assieme alla compagna, di un negozio di
prodotti tipici sardi.

Devias è segretario nazionale di Liberu,
partito indipendentista. Paola Marceddu , artigiana tessile in
pensione, è la candidata del Partito comunista, mentre CasaPound ha
deciso di schierare Patrizia Frau . Per il Popolo della famiglia,
partito nato sotto la guida di Mario Adinolfi, la candidata è Angela
Rita Mercedes Pisu . Infine, il 49enne Dino Maccioni , di Serramanna,
dipendente della marina militare, è il candidato del Partito Valore
umano.
Matteo Sau

La Nuova

Intervista a Pietro Grasso

Il leader di Liberi e uguali: «Intere zone rischiano di morire per la
fuga dei giovani Troppe disparità tra i cittadini: basta col precariato e sanità
davvero pubblica» «Lavoro e innovazione le scommesse per l'isola»

di Luca Rojch
SASSARI
Non perde la sua istituzionale eleganza anche quando attacca i rivali
politici. Pietro Grasso, il leader di Liberi e Uguali dimostra di
conoscere a fondo la situazione della Sardegna. E di avere idee e
progetti per intervenire su alcune delle emergenze storiche
dell'isola, dal lavoro ai trasporti. Nessun accordo con il
centrodestra, e disponibilità a dialogare con il Pd, ma su una
piattaforma di idee che guardi a sinistra.Perché votare per Liberi e
Uguali?«Liberi e Uguali è la vera novità politica di queste elezioni.
Il resto del panorama politico è occupato da forze non credibili che
hanno trascorso l'intera campagna elettorale facendo promesse
irrealizzabili. Noi, al contrario, abbiamo proposte serie e concrete:
vogliamo rimettere al centro dell'agenda politica italiana il tema
delle disuguaglianze che stanno divorando l'Italia. Per farlo bisogna
creare lavoro stabile e garantito, non la precarietà frutto del Jobs
act. E poi una sanità davvero pubblica, un'istruzione capace di dare
ai ragazzi strumenti utili per potersi creare un futuro e un grande
piano di riconversione ecologica del nostro Paese».

Qual è l'orizzonte
in cui si muove il partito?«L'orizzonte è quello delle politiche
socialdemocratiche di tipo classico coniugate con i problemi dei
nostri tempi. Servono investimenti pubblici e privati per fare
ripartire a ritmi più elevati la crescita del nostro paese, e non come
quelli attuali che ci vedono ultimi in Europa. Noi crediamo che il
futuro della sinistra italiana dipenda da Liberi e Uguali: dal 5 marzo
lavoreremo per costruire il partito, organizzarlo su tutto il
territorio nazionale, dargli il più ampio respiro culturale possibile
perché c'è davvero bisogno di qualcuno che sia dalla parte delle
persone che hanno maggiormente sofferto gli effetti della crisi
economica».

Spesso si sente parlare di possibili alleanze con i 5
stelle, ma è possibile?«Mi sembra difficile al momento, visto che
cambiano opinione in maniera molto strumentale su temi importantissimi
come il futuro dell'Europa o i diritti civili. Loro proponevano di
aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Io per tutta una
vita ho servito e difeso le Istituzioni, non mi piace questo
approccio, questo linguaggio. Certo è che con la destra non andremo
mai. Ma se le altre forze politiche accetteranno il nostro punto di
vista su lavoro, scuola, sanità e fisco ci metteremo a discutere».E
con il Pd?«Vale esattamente lo stesso principio. Finora il Partito
democratico non mi sembra aver compreso lo stato reale del Paese.

Anzi, tutti i giorni ci dicono che il Jobs act è stata la migliore
riforma possibile e che l'Italia cresce grazie ai cambiamenti messi in
moto da Renzi. A me sembra piuttosto che quel partito abbia smarrito
gli ideali e le proposte della sinistra che invece noi rappresentiamo
compiutamente».Appoggereste un governo di larghe intese col Pd e Forza
Italia?«Noi con la destra non possiamo fare un Governo: siamo divisi
su tutto, sarebbe assurdo solo pensare a uno scenario simile.

Nel caso in cui nessuno vincesse le elezioni saremmo disponibili solo per fare
una nuova legge elettorale in grado di assicurare il principio
costituzionale della rappresentanza e di coniugarlo con l'esigenza
della governabilità».Nell'isola fate parte della maggioranza che guida
la Regione, può essere un modello di collaborazione anche per il
Governo?«Con il Pd governiamo insieme anche Cagliari, sulla base di un
programma di governo progressista. Ancora una volta il tema non è
personale ma di politiche: quando l'agenda politica è una agenda di
sinistra, con proposte che siano soprattutto in favore delle persone
più deboli, allora ci sono gli estremi per poter aprire una
collaborazione.

Nel Lazio la nostra assemblea locale ha deciso di
sostenere Nicola Zingaretti perché lui ha dato un segnale chiarissimo
di uno spostamento a sinistra del suo programma per la Regione».Quali
sono secondo lei le priorità per la Sardegna?«La Sardegna ha bisogno
di produrre nuovi posti di lavoro. Ma di lavoro buono, soprattutto per
le fasce giovanili. Ma non solo. Non è da trascurare inoltre il
fenomeno dell'emigrazione da parte di giovani con alta formazione. Una
piaga che mette a repentaglio il futuro dell'intero Paese, perché la
Sardegna non è l'unica regione ad esserne colpita. Credo poi si debba
aprire un serio ragionamento sul tema delle infrastrutture: la
Sardegna, così come la Sicilia, paga l'insularità. Bisogna investire
per rendere più agevole e forte il collegamento con la penisola».

Il ministro Carlo Calenda parla di una Sardegna che non può fare a meno
dell'industria per poter crescere. Condivide questa posizione?«Il
sistema industriale è centrale per far tornare a crescere l'Italia a
ritmi europei. Serve però, a nostro avviso, coniugare l'industria con
le nuove sfide ambientali. Non si può pensare che intere zone della
Sardegna muoiano per impoverimento e fuga dei giovani. Riconversione
in chiave di sostenibilità, innovazione ed economia circolare, sono
alcuni dei nostri punti fermi su questo tema». I trasporti sono uno
dei principali temi di dibattito in Sardegna. La continuità marittima
e aerea sono sempre più complicate.

Come vuole intervenire Liberi e
uguali?«Va ripresa l'idea di continuità territoriale, garantendo ai
sardi di potersi spostare alle stesse condizioni di chi vive nel
continente».Sa che il Partito sardo d'Azione ha fatto un'alleanza con
la Lega di Salvini. Cosa ne pensa?«È una posizione anti-storica che va
contro i principi fondamentali per i quali il Partito sardo d'Azione
nacque. Si tratta di un mero accordo elettorale per garantire un posto
in Parlamento».Un altro grande tema legato allo sviluppo della
Sardegna è l'urbanistica. Al centro del dibattito in Regione c'è una
proposta di legge che deve essere approvata, ma è contestata dagli
ambientalisti. Qual è la posizione di LeU su questo tema?«Occorre
pensare a un modello che coniughi sviluppo costiero e delle zone
interne, tenendo assieme la tutela con la valorizzazione del
territorio. L'abbandono delle zone interne è uno dei maggiori problemi
che sta colpendo l'Italia.

Vorrei però aggiungere una
riflessione».Prego.«Il nostro paese ha bisogno di essere riunito. Non
solo territorialmente, dalla qualità dell'istruzione e della sanità,
fino all'accesso a una pubblica amministrazione funzionante. Vanno
recuperati i valori della nostra Carta fondamentale che dal '48 in poi
hanno unito gli italiani. Mi sono impegnato in Liberi e Uguali proprio
perché credo serva dare piena applicazione alla Costituzione,
soprattutto al meraviglioso articolo 3, quello che dice che "è compito
della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale,
che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana". È un messaggio di
assoluta contemporaneità, dice tutto quello per cui vale la pena
battersi».

Unione Sarda

Intervista a Berlusconi «L'Isola merita più attenzione»

«Sa che cosa mi ha spinto a tornare in campo a 81 anni? Il senso del
dovere nei confronti del mio Paese, lo stesso che nel 1994 mi spinse a
lasciare un lavoro che amavo per salvare l'Italia dal rischio di una
vittoria della sinistra post-comunista. Guardi, io porto sempre nel
cuore una frase che mi disse mia madre proprio in quel 1994. “Io sono
contraria a che tu scenda in politica, perché te ne faranno di tutti i
colori, ma se tu senti dentro di te il dovere di farlo, allora non
saresti il figlio che tuo padre ed io abbiamo educato se non sapessi
trovare anche il coraggio e la forza necessari”.

Quell'insegnamento di
mia madre, e l'affetto e la fiducia che gli italiani mi hanno dato per
vent'anni mi hanno fatto sentire in obbligo si scendere in campo
ancora una volta, per salvare il mio Paese e per farlo ripartire
davvero. Oggi forse il rischio è ancora più grave, è quello
dell'affermazione di una setta ribellista, pauperista, giustizialista,
che parla il linguaggio dell'odio e nasconde contenuti pericolosi».
Nell'ultimo giorno della campagna elettorale Silvio Berlusconi sorride
con Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Raffaele Fitto nel comizio
finale. Poi, a Matrix, su Canale 5, scarta il regalo atteso da
settimane: l'ufficializzazione di Antonio Tajani candidato premier.

Perché lui?
«Antonio è un mio amico e collaboratore da sempre, è stato con me uno
dei fondatori di Forza Italia, ha grande esperienza internazionale, è
conosciuto, apprezzato e stimato in tutto il mondo, ricopre in Europa
la più alta carica rappresentativa eletta direttamente dai cittadini,
quella di presidente del Parlamento Europeo. Mi hanno detto che è
considerato da tutti il miglior presidente di quel Parlamento da
quando esiste l'elezione diretta. Per questo è un peccato spostarlo da
quel ruolo, ma l'interesse nazionale viene prima. Tajani sarà un
eccellente premier per far ritornare l'Italia protagonista sulla scena
internazionale».

Ribadisce che se non avrete la maggioranza non ci saranno larghe
intese e si tornerà al voto?
«Assolutamente sì. Io sono convinto che la nostra coalizione di
centrodestra otterrà la maggioranza di seggi sia alla Camera che al
Senato e quindi la possibilità di governare, e spero che gli italiani
si rendano conto che comunque quello al centrodestra e a Forza Italia
è il solo voto utile, visto che siamo l'unica coalizione in grado di
raggiungere una maggioranza parlamentare e quindi di dare vita a un
Governo stabile e coerente. Per sintetizzare il concetto, ho
parafrasato Pietro Nenni: “O Forza Italia o il caos”».

Eppure gli analisti politici disegnano altri scenari: voi alleati con
il Pd senza Lega e FdI.
«Non avrebbe senso, abbiamo idee molto diverse su tutto. E poi, come
potremmo mai allearci con chi ha portato l'Italia nella condizione in
cui ci troviamo ora?»

Alcuni detrattori della flat tax, provvedimento-cardine del vostro
eventuale governo, sostengono che farà pagare di più i più poveri e
meno i più ricchi e che per applicarla occorrono 50 miliardi di euro.
«Con la flat tax i redditi bassi, fino ai 12.000 euro, non pagheranno
nulla, anzi grazie al reddito di dignità si vedranno restituire dallo
stato la somma necessaria per raggiungere un tenore di vita
accettabile, e i redditi medi, grazie alla esenzione dei primi 12.000
euro, pagheranno pochissimo, molto meno di oggi. Inoltre, potranno
detrarre le spese mediche, quelle per i figli a carico e gli interessi
sul mutuo della casa. L'aliquota del 23% in realtà la pagheranno quasi
integralmente solo i redditi più alti».

L'Italia non riesce ad attirare investimenti dall'estero e molte
aziende italiane fuggono in altri Paesi. Come risolverebbe questa
situazione?
«Con la flat tax sarà conveniente anche investire in Italia, perché
avremo un regime fiscale favorevole per le imprese. Questo a sua volta
significa capitali che affluiscono nel nostro Paese e creazione di
nuovi posti di lavoro. Mai più aziende lasceranno l'Italia attratte da
regimi fiscali migliori all'estero: al contrario, sarà proprio
l'Italia ad attirare le imprese straniere».

Torniamo al costo della flat tax.
«La flat tax, a regime, non solo non costa nulla, quindi non ha
bisogno di coperture, ma anzi porta un beneficio alle casse dello
stato. Lo dimostrano tutte le esperienze storiche di Paesi e Governi
che abbiano operato un importante taglio alle aliquote fiscali, per
tutte l'America di Kennedy e poi quella di Reagan».

I governi hanno l'abitudine di finanziare i provvedimenti con ulteriore deficit.
«Noi non vogliamo tagliare le tasse in deficit, neanche nel primo
anno. Per questo abbiamo individuato coperture più che adeguate. Esse
verranno attinte ad esempio dalla revisione delle tax expenditures,
cioè delle detrazioni e delle deduzioni che pesano per ben 175
miliardi di euro di mancati introiti nelle casse dello Stato. Solo da
qui contiamo di recuperare 60 miliardi, a cui va aggiunto l'emergere
dell'evasione, che con la flat tax è quasi automatico, perché con una
tassa così semplice e così conveniente eludere è quasi impossibile ed
evadere è un rischio inutile e poco remunerativo».

Lei ha annunciato più volte l'abbassamento delle tasse ma siamo ancora
tra i Paesi più tassati del mondo.
«È vero. Va comunque ricordato che i nostri governi, anche se non
nella misura che avrei voluto, attuarono importanti tagli fiscali,
abolirono la tassazione sulla prima casa, sulle successioni e le
donazioni, abbassarono il livello complessivo della pressione fiscale
sotto il 40%, non misero mai - nei nove anni in cui abbiamo governato
- le mani nelle tasche degli italiani. Oggi abbiamo una coalizione di
centrodestra collaudata nel corso degli anni e un programma
sottoscritto da tutti i leader. La flat tax sarà fra i primi
provvedimenti che adotteremo una volta al Governo per liberare
famiglie e imprese dall'oppressione fiscale».

Per abbassare le aliquote azzererete il contenzioso fra fisco e cittadini?
«Sì. Ci sono 21 milioni di cause pendenti. Nell'interesse della
collettività e dei singoli contribuenti, vogliamo chiuderle in modo
equo, riportando la pace fiscale fra cittadino e Stato. Naturalmente
questo implica anche la chiusura definitiva, sotto qualsiasi nome e
forme giuridica, della società Equitalia».

La Sardegna ha alcune vertenze aperte con lo Stato, come quella del
dimezzamento degli accantonamenti, del riconoscimento della condizione
di insularità, della riduzione delle servitù militari. Che impegni
ritiene di poter prendere su questi fronti?
«Il governo regionale guidato dalla sinistra e il governo nazionale
anch'esso guidato dalla sinistra non sono stati in grado di risolvere
neppure una delle vertenze in corso fra Regione e Stato. È un
fallimento, nonostante l'omogeneità politica che li lega. Quando
governeremo il Paese e avremo ripreso la guida della Sardegna ci
siederemo non uno di fronte all'altro ma uno a fianco all'altro perché
saremo entrambi dalla parte della Sardegna».

Lei ha un debito con la Sardegna: quando decise di trasferire il G7 a
L'Aquila si fermò la riconversione di La Maddalena, che in questi anni
ha sofferto per questo. Come intende rimediare?
«La Maddalena sarà una delle nostre assolute priorità, lo merita da
ogni punto di vista. Lo considero un mio impegno personale, anche
perché la Sardegna è un po' la mia seconda patria».

La chiusura della campagna a Roma
Patto di centrodestra: il Cavaliere, Salvini, Fitto e Meloni insieme

ROMA Dopo tante polemiche sull'opportunità politica di una
manifestazione unitaria del centrodestra, ecco l'abbraccio nel Tempio
di Adriano a Roma dove ieri pomeriggio si sono ritrovati Silvio
Berlusconi, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Raffaele Fitto. Anche
stavolta però è emerso il braccio di ferro che dura da mesi tra i
leader di Fi e Lega. In palio c'è la leadership della coalizione, che
comprende anche Fratelli d'Italia e Noi con l'Italia, ma soprattutto
la possibilità di sedere da protagonista al tavolo che conta, sia in
caso di vittoria sia in quello di stallo, con la prospettiva delle
larghe intese che incombe. In più c'è l'annuncio dato dallo stesso
Berlusconi ieri sera sulla disponibilità di Antonio Tajani, presidente
dell'Europarlamento, a candidarsi premier per il centrodestra.
«Abbiamo la speranza di raggiungere la maggioranza sia alla Camera sia
al Senato per formare un Governo solido», ha detto Berlusconi al
tempio di Adriano.

Salvini dal canto suo ha sostenuto che la Lega
«prenderà un numero di voti mai avuti nella sua storia. La mia più
grande soddisfazione sarà che i parlamentari che faranno la differenza
saranno quelli eletti dalla lega al centro e al sud».
Tra le fila azzurre in effetti si teme l'exploit della Lega, che
potrebbe intaccare per la prima volta il primato di Fi all'interno
della coalizione.

Ma anche l'avanzata dei cinque stelle al Sud, dove
35 collegi vengono indicati determinanti per l'esito finale. In ogni
caso, ha aggiunto Berlusconi, «alle consultazioni al Quirinale ci
presenteremo tutti insieme».

Cinquestelle, ecco i 17 ministri - Nella squadra di governo di Di Maio
anche cinque donne inserite in dicasteri-chiave

ROMA Diciassette ministri, di cui cinque donne in posizioni-chiave.
Ieri Luigi Di Maio ha presentato ufficialmente a Roma la squadra che
lo affiancherà in caso di vittoria del Movimento alle elezioni di
domenica. Si tratta di Riccardo Fraccaro , deputato uscente e
ricandidato alla Caera agli Affari regionali e rapporti con
Parlamento; Giuseppe Conte , giurista, alla Pubblica amministrazione;
Domenico Fioravanti , campione olimpico di nuoto, allo Sport. Agli
Esteri è stata indicata Emanuela Del Re , docente di Sociologia
politica; all'Interno la criminologa Paola Giannetakis , alla
Giustizia l'avvocato e deputato uscente Alfonso Bonafede ; alla Difesa
Elisabetta Trenta , esperta in intelligence e sicurezza.

All'Economia
Di Maio ha indicato Andrea Roventini , professore di Economia politica
alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa; allo Sviluppo Economico
Lorenzo Fioramonti , ordinario di Economia politica all'Università di
Pretoria. Alessandra Pesce , dirigente del Crea, ente di ricerca del
ministero dell'Agricoltura, è stata indicata all'Agricoltura; Mauro
Coltorti , geomorfologo, alle Infrastrutture; al Lavoro Pasquale
Tridico , docente di economia del lavoro e politica economica a Roma
tre; all'Istruzione Salvatore Giuliano , preside dell'Istituto
Majorana di Brindisi; ai Beni culturaliAlberto Bonisoli , manager,
direttore del Napa di Milano; alla Salute Armando Bartolazzi ,
dirigente medico; all'AmbienteS ergio Costa , generale dei carabinieri,
alla Qualità della Vita e lo Sviluppo sostenibile Filomena Magino ,
docente al dipartimento di Scienze statistiche della Sapienza.

LA REPLICA Intanto Pino Cabras e Gianni Marilotti, candidati per il
M5S, replicano al presidente Pigliaru che nei giorni scorsi aveva
polemizzato con Di Battista sul reddito di inclusione: «Il paragone
che Pigliaru fa con il Reddito di Cittadinanza non regge, dato che
solo la misura prevista dal M5S è universale».

Fondi ai gruppi, il processo - Ignazio Artizzu assolto dal gup: «Incubo finito»

Alla lettura della sentenza che ha fatto cadere l'accusa di essersi
impossessato e aver speso illegittimamente 186 mila euro di fondi del
suo gruppo, il giornalista Ignazio Artizzu, ex consigliere regionale
di Alleanza Nazionale, ieri pomeriggio ha stretto in un lungo
abbraccio il suo difensore, l'avvocato Massimiliano Delogu. «Lui è il
mio angelo - ha detto a voce alta - sono felicissimo è finito un
incubo durato anni».

Nei giorni scorsi, a chiedere l'assoluzione al Gup Ermengarda
Ferrarese era stato lo stesso pm Marco Cocco, titolare dell'intera
inchiesta sull'uso dei fondi consiliari che ha iscritto nel registro
degli indagati un'ottantina di politici. Durante il processo celebrato
con rito abbreviato, il magistrato inquirente aveva riconosciuto ad
Artizzu l'assenza dell'elemento soggettivo e il corretto comportamento
durante le indagini. Il giornalista si è fatto interrogare più volte,
ha presentato documenti e restituito al Consiglio circa 180 mila euro.
«La restituzione non estingue il reato», ha precisato Ignazio Artizzu.

«Oltretutto mi è stato riconosciuto dal magistrato che molte spese
erano corrette. Ma ho voluto comunque restituire i soldi per ragioni
personali: non volevo restasse alcun dubbio sul mio operato». Felice e
soddisfatto anche il difensore Delogu: «Non c'era nulla di scontato. È
stato un percorso lungo e approfondito, ma proprio per questo ora non
ci possono essere più dubbi». Rinviato al 25 maggio, invece, il
processo in abbreviato per gli altri due ex An, Antonello Liori e
Giovanni Moro. (fr. pi.)

La Nuova

Bruno: dovere morale votare Pd- Il sindaco di Alghero ex dem: è l'ora
della responsabilità contro il vento di destra

di Alessandro PirinawSASSARIIl Pd resta la sua casa, anche se non ne
fa parte da quattro anni, da quando i dem lo hanno messo alla porta
per la decisione di candidarsi a sindaco nonostante il partito avesse
scelto un altro nome. Le elezioni del 2014 sappiamo tutti come sono
andate: il Pd fuori dal ballottaggio e lui eletto sindaco di Alghero
al secondo turno. Ora, a quattro anni da qual clamoroso divorzio,
Mario Bruno invita a votare il Pd e il centrosinistra alle politiche.
Un voto contro il qualunquismo e i rigurgiti neofascisti.Bruno, cosa
rappresentano le elezioni di domenica?«Hanno un valore politico ampio.
Io vedo da una parte il possibile ritorno al qualunquismo, alla
incompetenza e dall'altra un vento di destra a tratti neofascista che
non può non preoccuparci. E, dunque, anche per me, seppure eletto con
una lista civica, è un dovere schierarmi».

E dunque sceglierà il Pd e
il centrosinistra. «Certo, anche se in questi anni abbiamo
attraversato momenti di forte conflittualità, i valori continuano a
essere gli stessi. Spesso c'è la tendenza dei cittadini ad abdicare al
loro ruolo, ma io credo che questo sia il momento di difendere i
principi sanciti dalla Costituzione. È una partita fondamentale in cui
da una parte c'è la democrazia e dall'altra il vento di destra e il
qualunquismo. Nella mia condizione sarei il primo a non volere
partecipare alle elezioni, invece sento il dovere morale di
schierarmi. E questo è un aspetto fortemente di centrosinistra.

Noi abbiamo la necessità di sentire una appartenenza».Il centrosinistra ha
la tendenza a dividersi. Il caso Alghero è stato un esempio.«Vero, ma
anche nei momenti di forte conflittualità col Pd locale, i governi
regionale e nazionale sono sempre stati molto vicini ad Alghero. A
testimonianza di quando hai a che fare con amministratori responsabili
che non stanno a guardare il colore politico. In questi 4 anni la
città ha raggiunto risultati importantissimi. Penso ai 5 milioni e
mezzo per costruire le case popolari, ai 10 milioni per le scuole
della città, alle infrastrutture per l'area artigianale, al nuovo
centro di aggregazione, al progetto per rendere fruibile la Grotta
verde, ai finanziamenti per il parco di Porto Conte. Erano 15 anni che
si chiedeva una soluzione per la facoltà di Architettura e finalmente
è arrivata. Senza contare la grande partenza del Giro d'Italia e il
Rally per il quarto anno ad Alghero. E poi la questione
aeroporto...».

L'aeroporto è uno dei temi caldi della campagna
elettorale nel nordovest dell'isola: destra, 5 stelle e
indipendentisti accusano il centrosinistra di averlo affossato.«Il
Riviera del corallo era sull'orlo del fallimento e ora non lo è più,
questo è un dato di fatto. Certo, c'è stato un anno di conflitto con
la Regione sulla questione dei voli low cost. Ma ora c'è una nuova
consapevolezza sulla necessità di riportare le compagnie a basso
costo. Si sta riavviando questo percorso. È stato fatto un primo
bando, a breve ne sarà pubblicato uno nuovo. Ho chiesto nuovi voli per
Parigi, Dublino, la Germania, c'è la necessità di estendere la nostra
presenza sulle rotte.

E poi occorre lavorare sui mesi più critici, da
novembre a febbraio. Dobbiamo colmare quel gap, ma l'aeroporto c'è,
non esiste alcun tentativo di chiuderlo». Anche la sanità è stata
motivo di conflitto con la Regione.«Superato anche quello, abbiamo
ripristinato il primo livello dell'ospedale. Poi mi ha scritto
l'assessore Arru che vuole realizzare in città il nuovo ospedale
accorpando il Civile e il Marino: le risorse le hanno, sono nei fondi
per l'edilizia ospedaliera». A questo punto potrebbe anche rientrare
nel Pd...«Il mio è un atteggiamento di responsabilità, perché serve al
Paese, alla mia città.

Non ho secondi fini e non mi aspetto niente. È
inutile negare che senza il Pd saremmo stati a casa dopo l'uscita
dell'Udc dalla maggioranza, ma questo è un voto che non è collegato al
mio percorso ma ai miei valori. Al di là di questi io il Pd l'ho
sempre sentito il mio partito. Forse oggi le liste civiche hanno più
appeal, ma solo i partiti hanno una capacità di selezione autentica,
sono l'ultimo baluardo della democrazia».Sulle liste c'è stato più di
un malumore tra i dem. Come giudica i suoi "candidati"?«Tutti di
livello, anche perché nei vari pass

Da Cugini a Macis, appello per LeU
Intellettuali, sindacalisti e politici ex Pci-Ds: una prospettiva vera
per la sinistra

CAGLIARI Classe 1936, s'è iscritto al Pci ventisei anni dopo, poi
consigliere comunale, regionale e parlamentare fino al 1992, eppure
Francesco Ciccio Macis questo dubbio l'ha avuto in questi giorni.
«Domenica era indeciso se andare a votare. Se non lo avessi fatto,
sarebbe stata la mia prima volta. Mi ha salvato Liberi e Uguali -
racconta - perché finalmente per la sinistra, quella vera, c'è una
prospettiva». L'avvocato cagliaritano è uno dei 26 intellettuali ad
aver firmato l'appello a favore della lista capeggiata da Piero
Grasso. Insieme a Macis, sindacalisti, giornalisti, docenti
universitari, ambientalisti e quasi tutti con un passato a cavallo fra
il Pci e i Diesse.

I Ds: l'ultimo zoccolo duro dei progressisti prima
della fusione a freddo, insieme ai centristi della Margherita, nel Pd.
«Ma il Pd di oggi, quello renziano - dice Macis - non può certo
votarlo chi crede ancora nella giustizia sociale, nell'uguaglianza,
nei diritti conquistati negli anni passati con dure lotte e ora
strappati alla gente». Al suo fianco, nel lanciare l'appello, c'è
Renato Cugini, ex segretario regionale proprio dei Ds. «Liberi e
Uguali - dice - è solo l'inizio di un progetto.

Qualsiasi sia il
risultato di domenica, dobbiamo impegnarci per riportare in Italia una
forza di sinistra che invece manca da troppo tempo. Dobbiamo
impegnarci a ricostruire la sinistra su lavoro e solidarietà. Ancora:
sulla sanità per tutti e soprattutto sul ridare ai giovani la speranza
ai giovani di avere un futuro certo e non precario. Sono questi i
capisaldi della nostra democrazia, ma che purtroppo sono stati
spazzati via con un colpo di spugna».

Con un imputato colpevole ed
evidente, per Massimo Dadea, già assessore regionale nella giunta di
Renato Soru. «È il Pd, che ha rinunciato al suo ruolo, per
trasformarsi in un qualcosa d'indefinito, evanescente, sbiadito e
capace persino di scatenare un'ennesima frantumazione. È un mondo
invece che, pezzo dopo pezzo, dobbiamo ricostruire fino a raggiungere
quest'obiettivo: c'è bisogno di una nuova sinistra moderna e degna nel
portare questo nome».

Nell'appello c'è scritto anche: «Sostenere
Liberi e Uguali è il vero voto utile, per fermare il dilettantismo
alle porte delle istituzioni e bloccare l'avanzata di quei movimenti
che si richiamano al fascismo». Anche se Dadea non nasconde di essere
rimasto sorpreso dall'apertura del presidente Grasso a un possibile
governo di larghe intese: «Mi è apparso quantomeno intempestivo, non
si può dire sì prima che ci sia un accordo sul programma e poi come si
fa a stare allo stesso tavolo con Berlusconi, o con chi, come Renzi,
lo ha scimmiottato in questi anni?».

Per poi rivelare, uno dopo
l'altro, quello a loro manca di più della sinistra. Per Macis la
serietà, secondo Cugini «la difesa, oggi tradita dal Pd, dell'idea
indispensabile di un'uguaglianza che guarda con grande attenzione alla
solidarietà». Infine, Dadea: «Le sane passioni di una volta, ma con
Liberi e Uguali può ritornare la fiducia».

Fondi ai gruppi, l'ex capogruppo di An non è colpevole di peculato.
Condotta limpida nel processo
Artizzu assolto abbraccia il suo difensore

CAGLIARI
Si è conclusa con l'assoluzione la vicenda giudiziaria di Ignazio
Artizzu, il giornalista Rai finito sotto processo con l'accusa di
peculato per l'uso improprio di 169 mila euro destinati all'attività
istituzionale del gruppo di An, nel corso della legislatura 2004-2009.
Dopo la richiesta avanzata lo scorso 7 febbraio dal pm Marco Cocco al
termine di un intervento lungo e articolato, la decisione del gup
Ermengarda Ferrarese veniva data per scontata. Ieri si è conclusa la
discussione del giudizio abbreviato con l'arringa dell'avvocato
Massimo Delogu.

Il difensore si è allineato agli argomenti del
pubblico ministero ma ha aggiunto alcuni elementi di valutazione:
«Sull'uso dei fondi destinati ai gruppi esisteva una delibera
dell'ufficio di presidenza - ha sostenuto Delogu - che tutto faceva
tranne chiarezza e che non prevedeva alcuna rendicontazione delle
spese». L'assoluzione di Artizzu però - ha detto Delogu - dev'essere
legata al «comportamento sempre limpido dell'ex consigliere di An» che
fin dalle prime battute del procedimento - quattro anni fa - ha
chiesto di rispondere a tutte le contestazioni senza neppure conoscere
gli atti dell'accusa, ha prodotto memorie e giustificativi, ha
restituito al consiglio regionale l'intera somma contestata, compresa
la quota riferita a reati prescritti. Per di più - ha insistito il
difensore - non c'è traccia agli atti del procedimento di spese
compiute da Artizzu che risultino incompatibili con gli scopi
istituzionali e coi criteri stabiliti dalla legge. In altre parole -
secondo l'avvocato Delogu - insieme all'elemento soggettivo del reato.
vale a dire la consapevolezza di violare la legge, manca la prova di
condotte illegali.

Il pm Cocco aveva parlato della posizione di
Artizzu rifacendosi esplicitamente a quella di Peppino Balia e Renato
Lai, assolti su sua richiesta nel corso del dibattimento principale
per motivi analoghi. Il magistrato aveva parlato di condotta
trasparente, di collaborazione aperta con la polizia giudiziaria nella
ricerca di conti e spese riferite al gruppo di An, elementi che
l'avevano convinto a escludere la sussistenza dell'elemento soggettivo
del reato.La sentenza del gup Ferrarese è stata accolta con grande
soddisfazione dal giornalista, che visibilmente emozionato ha
abbracciato a lungo l'avvocato Delogu: «Lui é il mio angelo - ha detto
pochi minuti dopo ai cronisti - e io sono felicissimo».

La decisione del giudice è definitiva perché è stato il pm Cocco a chiedere
l'assoluzione e non potrà quindi esserci alcun ricorso in
appello.Slitta invece al 25 maggio l'esame della posizione di
Antonello Liori e di Giovanni Moro, gli altri due ex di An finiti
sotto processo con la stessa accusa di peculato. Il difensore di
Liori, Michele Loi, ha prodotto alcuni documenti difensivi che il pm
Cocco si è riservato di valutare e sui quali potrebbero essere fatti
accertamenti di polizia giudiziaria. Mentre Moro, difeso dall'avvocato
Lorenzo Galisai, dovrebbe sottoporsi all'esame del pm o fare
dichiarazioni spontanee.

Si aprirà invece il 18 maggio davanti alla
seconda sezione del tribunale il giudizio ordinario per Matteo Sanna -
120 mila euro - difeso da Ivano Iai. Resta infine la posizione dell'ex
presidente del gruppo di centrodestra Mario Diana - difeso da Massimo
Delogu e Pierluigi Concas - che viene processato a parte. Il 23 marzo
il pm Cocco farà le sue richieste a conclusione del giudizio
immediato, quello in cui rientrano le famose penne MontBlanc. Lo
stesso giorno si aprirà il processo-bis nell'altra sezione del
tribunale. (m.l)

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Federico Marini
skype: federico1970ca

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