martedì 27 marzo 2018

Rassegna stampa 27 Marzo 2018


Unione sarda.

Legge elettorale "congelata" A 10 mesi dalle Regionali è stallo, ma dopo Pasqua riprenderà la discussione

Non è dimenticata, ma la legge elettorale regionale sembra non essere ancora fra le priorità di questo scorcio della legislatura, anche se un'accelerazione potrebbe esserci dopo Pasqua. Un passo indietro. Era fine novembre, quattro mesi fa, quando il Consiglio approvava a larghissima maggioranza la doppia preferenza di genere e in più la parità esatta, cinquanta e cinquanta fra candidate e candidati, nella composizione delle liste. Ma da allora i della legge elettorale pasticcio, quella delle elezioni regionali del 2014, nessuno ha più parlato o quasi. Eppure, dopo quello storico passaggio, tutti i partiti erano stati decisi nel dire: «Le correzioni da fare sono ancora molte». Invece la legge è ancora quella vecchia.

Tempi stretti. A neanche un anno dalle Regionali, dovrebbero essere fra febbraio e marzo 2019, ormai il tempo è diventato poco per rimettere in carreggiata una legge sempre criticata e stravolta più volte dalla magistratura amministrativa nell'assegnazione dei seggi. Qualche mese fa c'è stato un primo tentativo di metterci mano, poi arenatosi nell'aula della commissione riforme del Consiglio. Ora qualcosa sembra muoversi di nuovo. Di legge elettorale ha discusso pochi giorni fa il gruppo del Pd in Consiglio regionale e Francesco Agus, Campo progressista, presidente della commissione, starebbe per riprendere le fila del confronto.

Effetto 5 stelle. Anche il trionfo in Sardegna del Movimento alle Politiche, seppure di sponda, è servito a riaccendere il dibattito sulla legge. I 5 stelle, si sa, non hanno partecipato alle elezioni del 2014, infatti non sono presenti in Consiglio, ma saranno di sicuro in campo nel 2019. Dunque, nei prossimi mesi, saranno spettatori di una riforma che comunque sarà fatta. In altre parole, centrosinistra e centrodestra dovranno stare attenti ad approvare una legge che poi non sia interpretata come ostile dai prossimi avversari.

I punti critici. Detto che non dovrebbe essere modificata l'elezione diretta del governatore, nonostante qualche pressione in tal senso ci sia, il confronto in Consiglio dovrebbe limitarsi a un punto. Questo: la soglia di sbarramento all'interno delle coalizioni. Una scelta quasi inevitabile dopo che, nel 2015, il Consiglio di Stato ha modificato l'assegnazione dei seggi, escludendo dalla cosiddetta ripartizione dei resti i partiti che, nelle coalizioni, non avevano raggiunto almeno un quoziente pieno. La correzione annunciata dovrebbe colmare proprio questa zona grigia, anche se non c'è ancora l'accordo, neppure nel centrosinistra, su quale potrebbe essere lo sbarramento.

Che andrebbe ad aggiungersi ai due già esistenti: il 5 per cento per i partiti che si presentano da soli e del doppio per le coalizioni. Un'altra possibile correzione potrebbe riguardare il premio di maggioranza, considerato troppo alto - è del 55 per cento se il vincitore conquista dal 25 al 40 per cento dei voti, per poi salire al 60 se ottiene più del 40, in un sistema politico che non è più il bipolarismo. Nel 2019 i blocchi in campo dovrebbero essere invece quattro: centrosinistra, centrodestra, 5 Stelle e gli indipendentisti. E quindi il premio di maggioranza dovrà essere per forza ricalibrato. (ua)


La Nuova

Paci: Il vicepresidente della Regione: «La Sardegna deve chiedere e
avere più poteri
Le riforme non hanno dato risposte immediate, ma arriveranno nel tempo»
«Più autonomia per l'isola basta con i burocrati»

di Luca Rojch
SASSARI

Autonomista, con venature quasi indipendentiste. All'assalto dei
burocrati di Stato e d'Europa, veri nemici delle rivendicazioni della
Sardegna. Raffaele Paci, l'assessore più apollineo della giunta
Pigliaru rivela il suo spirito guerriero. Rivendica i risultati
raggiunti dalla giunta, di cui è vicepresidente. Spiega cosa si deve
fare nei 10 mesi che mancano alla fine della legislatura. E non
risparmia affondi al Pd: «Basta a questa tripartizione tra
correnti».Assessore, partiamo dalla fine. Dall'impugnazione della
Finanziaria nazionale. Perché lo avete fatto?«Avevamo impugnato anche
le Finanziarie del 2016 e del 2017.

Il motivo è sempre lo stesso: la
questione degli accantonamenti. Per il 2018 dovevamo firmare un nuovo
accordo. Abbiamo iniziato a discutere da febbraio dell'anno scorso.
Nessuna risposta. La richiesta di accantonamenti nel frattempo è
passata da 684 a oltre 800 milioni di euro. La Sardegna vive ancora il
peso della crisi, e non riesce nello stesso tempo a contribuire in
modo così massiccio agli accantonamenti, a pagare i farmaci innovativi
e i livelli essenziali di assistenza sanitaria, oltre a tutta la spesa
sanitaria. Sappiamo di dover pagare gli accantonamenti per contribuire
al risanamento del debito pubblico nazionale ma contestiamo con forza
la cifra, troppo alta rispetto al nostro Pil e superiore a quella
chiesta ad altre regioni spesso più ricche della nostra.

La Corte
Costituzionale ha detto con chiarezza che la cifra va stabilita con un
accordo politico e che gli accantonamenti non possono essere senza
fine, perché altrimenti è come se venisse unilateralmente modificato
lo Statuto. Come se la nostra compartecipazione all'Irpef non fosse
più di 7 decimi, ma di 5 decimi. Da qui siamo partiti alla ricerca di
un accordo. Siamo andati al tavolo con il premier Gentiloni ma,
nonostante i richiami e i dossier che abbiamo portato a sostegno delle
nostre ragioni, non abbiamo avuto risposte. Lo Stato non ha rispettato
il rapporto di leale collaborazione». C'è il ritiro dei ricorsi.«Siamo
stati accusati di averlo fatto. Ma voglio spiegare una volta per tutte
che non sarebbe cambiato nulla, non avremmo incassato un solo euro
perché i soldi non arrivano in automatico con le sentenze.

La Corte ci
dice solo che la soluzione deve essere politica e condivisa. Quando
abbiamo fatto l'accordo col governo sul superamento del Patto di
stabilità e la chiusura della Vertenza Entrate con il riconoscimento
di 900 milioni per la Sardegna, abbiamo accettato di ritirare i
ricorsi, facendo la nostra parte come succede in tutte le trattative».
A proposito di accordi, quello della sanità fatto da Soru e Prodi sui
costi ci è convenuto?«In quel momento sì. Era stato fatto prima della
crisi, nel 2006. Oggi molte cose sono cambiate. La fine delle
politiche sociali dello Stato.

L'arrivo di nuovi farmaci a carico
nostro. Se avessimo i 684 milioni degli accantonamenti sicuramente non
ci sarebbero le difficoltà che il bilancio della Regione vive
oggi».Condivide la riforma della sanità? «Certo. È giusto cancellare
le piccole otto repubbliche e creare una asl unica. Sono convinto che
nel tempo porterà un risparmio delle spese, ma soprattutto un
miglioramento della qualità dell'offerta sanitaria, che è il vero
obiettivo di questa riforma. Dare a tutti i sardi lo stesso diritto
alla salute. Ovunque vivano». La riforma sanitaria è il simbolo della
difficoltà delle persone a capire l'importanza delle Riforme fatte
dalla Giunta.«Credo che la crisi abbia cambiato in modo strutturale i
sardi e l'isola.

La chiusura a catena delle realtà industriali in
molte parti dell'isola. Il turismo che ha conosciuto 5 anni di crisi
profonda. Davanti a una crisi generalizzata, le riforme non hanno dato
risposte immediate. Ma le daranno nel tempo. Turismo, agroindustria,
artigianato vanno nella direzione giusta. È chiaro però che
nell'immediato il rischio è di alimentare il malcontento e non dare
risposte. E chi è al governo in quel momento ne paga le conseguenze,
forse anche per non aver saputo spiegare il senso profondo delle
riforme e i benefici che arriveranno. Poi c'è la crisi che il
centrosinistra vive in tutta Europa.

Ma gran parte del nostro
programma elettorale, che ho contribuito a scrivere quattro anni fa, è
stato realizzato. Non abbiamo fatto promesse, abbiamo scelto la
politica dei risultati». E il ruolo della maggioranza?«Da subito la
maggioranza variegata è stata investita da una serie di cambiamenti.
Faccio l'esempio di Sel, che è scomparsa a livello nazionale ed è
andata all'opposizione, ma in Regione è rimasta col Pd. A questo va
aggiunta la presenza di un partito indipendentista, che a mio avviso è
molto apprezzabile, ma che ha temi e dinamiche differenti rispetto a
quelle nazionali. C'è poi il Pd che non ha mai avuto pace al suo
interno. Dalla segreteria di Soru fino a oggi. Questa situazione così
complessa non ha fatto bene alla giunta, spesso esposta a critiche e
attacchi». Come considera l'agenzia sarda delle entrate? «È una
conquista di questa legislatura.

Abbiamo nominato il direttore
generale, ora è operativa e avrà il ruolo di controllore dei conti e
delle nostre entrate, per garantire che lo Stato versi nelle nostre
casse il dovuto».Si è spesso parlato di una Giunta debole perché
tecnica e non politica. «Non ho mai capito questo. Cosa vuol dire? Io
sono consapevole del mio ruolo politico. So che devo portare risposte
alle esigenze della Sardegna, della popolazione, della polis. Le
nostre decisioni sono sempre state politiche».Teme che con un governo
di centrodestra possa cambiare il Patto per la Sardegna?«No. In questi
anni abbiamo avuto rapporti ottimi con i ministri, le vere difficoltà
sono state con gli apparati ministeriali.

Renzi ha firmato con noi il
Patto per la Sardegna, ma questo non ci ha impedito di impugnare le
finanziarie che ritenevamo lesive dei nostri diritti. Come ho detto,
le vere difficoltà sono con gli apparati che non sempre hanno avuto
comportamenti leali». La stessa situazione si viva con l'Europa sui
trasporti.«Certo. È l'emblema della nostra difficoltà. Nessuno conosce
il nome del ministro europeo dei Trasporti. Il motivo è semplice, lui
non sceglie. Chi governa sono gli apparati. E non capiscono che la
Sardegna è un'isola. L'unica vera isola dell'Italia lontana dalla
terraferma. Gli aerei devono essere i nostri treni.

Sulla continuità
ci siamo trovati in situazioni paradossali. Con i bandi bloccati dai
burocrati Ue. Ma se si va avanti con i veti il vero rischio è di non
avere compagnie disposte a partecipare ai bandi per la paura di dover
restituire i soldi ricevuti. Come il caso della legge 10. Come il caso
di Ryanair che deve restituire 13 milioni di euro». Il tema
dell'insularità. «È questo il tema centrale. Ho anche firmato per il
referendum, per me serviva per capire che c'è un'urgenza sentita da
un'intera isola. La stessa Europa deve capire che anche la Sardegna è
una regione ultraperiferica, come Azzorre o Fær Øer. Perché alla
distanza dal resto della penisola si deve aggiungere la scarsa densità
abitativa che la rende scarsamente appetibile per i grandi
investimenti delle infrastrutture. Il metano sarebbe realtà se fossimo
5 milioni. Ecco a cosa serve l'insularità. Senza un sostegno del
governo nazionale non possiamo andare da soli a Bruxelles a
rivendicare i nostri diritti e a negoziare.

In questi ultimi 10 anni i
diversi governi di diversi colori politici hanno sempre disatteso le
nostre richieste. Ecco perché serve maggiore autonomia. Che si può
declinare in modo diverso a seconda della propria sensibilità
politica. Dall'autonomismo, al federalismo, all'indipendentismo. In
Corsica e in Scozia governano gli indipendentisti, ma non chiedono di
separarsi dallo Stato».

Ma insomma è diventato
indipendentista?«Lasciamo stare le definizioni. Dico che deve arrivare
una forte richiesta di maggiori poteri da parte della Sardegna e di
chi la guida. Se devo dire cosa ho imparato in questi 4 anni è proprio
questo. La necessità di un maggiore potere e di una maggiore autonomia
della Sardegna».

Mancano 10 mesi al voto, cosa deve fare la giunta?
«Dobbiamo ultimare il risanamento del bilancio, per lasciare un futuro
solido. Al nostro arrivo c'erano 5 miliardi di residui passivi e solo
4 attivi. 2,3 miliardi di perenzioni (debiti della Regione non pagati
e scaduti ndr). Abbiamo chiuso il Patto per la Sardegna, chiuso il
piano di rinascita e incassato 90 milioni che lo Stato ci doveva dal
1999. E dobbiamo affrontare con decisione il tema del lavoro, che
rimane la nostra emergenza, come abbiamo iniziato a fare con LavoRas».

Cosa pensa della legge urbanistica? «Su questo tema c'è una
contrapposizione ideologica. Noi vogliamo salvaguardare l'ambiente che
è il vero valore aggiunto della Sardegna. Nessuna nuova costruzione
nei 300 metri. Semplicemente se ho un hotel che non ha usufruito di
leggi precedenti e che non ha servizi e lavora solo 2 mesi all'anno, è
giusto che si possano consentire intervenire nel rispetto delle leggi
e dell'ambiente per creare spa o altri servizi che consentano di
allungare la stagione. Sui grandi investimenti non si vuole derogare
al Ppr, ma vogliamo progettare con il Mibact su opere mirate. Pigliaru
ed Erriu si sono detti disponibili a parlare di questo. Ma senza
barriere ideologiche». Si è parlato di rimpasto dopo il flop
elettorale.«A meno di un anno dal voto credo sia inutile e
controproducente. Ma deciderà Pigliaru. Il mandato di tutti gli
assessori come sempre è a disposizione del presidente. Ma credo che
ora sia il momento di lavorare insieme per portare a casa i risultati
di questa legislatura».

Cosa ne pensa di una ricandidatura di
Pigliaru?«Sono scelte personali. Penso che sarà il presidente Pigliaru
a dire come la pensa e a ragionare insieme alla coalizione. Vale per
lui e per tutti i nomi fatti in questo periodo. Non credo sia una
scelta individuale, ma il risultato di un ragionamento. E ricordo a
tutti che il centrosinistra da 20 anni si avvale del sistema delle
primarie».

Il Pd resta il grande malato, cosa deve fare per
riprendersi? «Il Pd sardo deve superare la tripartizione correntizia
che si porta dietro da troppo tempo. Lo sta distruggendo. Senza una
reale unità il Pd è destinato a morire. Chi è fuori dalle correnti
sembra non abbia diritto a fare politica. È necessario un forte
rinnovamento: serve un confronto sui temi e sugli obiettivi. Serve una
coalizione ampia, che comprenda le forze del centrosinistra, degli
autonomisti e del sardismo democratico».


Unione Sarda

Guerini e Marcucci
Oggi il Pd elegge i capigruppo: i renziani in pole

ROMA Prima chiamata per il Pd di opposizione, oggi, con l'elezione a
voto segreto dei capigruppo di Camera e Senato: l'appuntamento darà
una chiara indicazione sui rapporti di forza interni.
L'appuntamento è alle 15,30 per i deputati e alle 17,30 per i
senatori, dove dovrebbe essere presente Matteo Renzi. In pole restano
Lorenzo Guerini alla Camera e Andrea Marcucci al Senato: su di loro i
renziani continuano a fare quadrato sbandierando numeri blindati:
32/40 voti su 54 a Palazzo Madama e 75/80 voti su 112 a Montecitorio.
«Hanno le caratteristiche giuste e non possono essere penalizzati in
quanto renziani», ha spiegato Ettore Rosato.

 Intanto, Maria Elena
Boschi ha si è tirata fuori ancora una volta dal totonomi: «Non sono
in ballo per nessun incarico, farò la deputata di opposizione».
Rinnovamento anche per Forza Italia, che per sostituire Renato
Brunetta e Paolo Romani punta su Mariastella Gelmini (fino a oggi
vicecapogruppo) e Anna Maria Bernini, che ha mostrato una lelatà a 24
carati verso Berlusconi respingendo il progetto leghista di eleggerla
presidente del Senato senza il consenso di FI.

Il neopresidente
Fico in autobus a Montecitorio, ma è polemica

ROMA Roberto Fico in metropolitana, sul Frecciarossa Napoli-Roma, sul
bus dell'Atac tra la gente comune. Hanno fatto il giro dei social le
foto del neo-presidente della Camera che usa i mezzi pubblici per
recarsi a Montecitorio. Un gesto che viene salutato come una svolta
dal popolo del Movimento 5 Stelle, tantopiù che il presidente di lì a
poco, intervistato dal Tg1 sul taglio ai costi della politica,
annuncia: «Bisogna tagliare e razionalizzare, rinuncerò integralmente
alla indennità di funzione».

Intanto però è già polemica sullo stile sobrio del presidente in
autobus: spulciando l'elenco delle spese sostenute dai parlamentari
M5S nella passata legislatura, pubblicato sul sito maquantospendi. it
(che calcola le spese complessive degli eletti M5S presenti sul
portale tirendiconto.it), si scopre che Fico ha sborsato per i viaggi
in taxi oltre 15.mila euro e poche centinaia per bus e metro.
Ce n'è abbastanza per incuriosire Alessia Marania (Pd), che twitta:
«Se ha continuato a venire a Montecitorio con l'autobus, in questi 5
anni come ha fatto a spendere 15.180,60 euro di taxi e solo 314 di bus
e metro?».

E sul premier precisa: non dico “o io o morte”. FI: ci siamo anche noi
Salvini, apertura al M5S «Reddito di cittadinanza? Sì a certe condizioni»

ROMA «Io sono pronto, la squadra pure. A me interessa cambiare
l'Italia e sono pronto a metterci la faccia, ma non è “o Salvini o la
morte”. Non è che se non faccio il premier porto via il pallone».
L'apertura del segretario della Lega è chiara. Si può dialogare con i
Cinquestelle, che «devono decidere se rimanere a vita all'opposizione
o assumersi delle responsabilità».

DIALOGANTE Salvini, da parte sua, potrebbe pure fare un passo di lato,
e intanto apre uno spiraglio al reddito di cittadinanza. Una misura
finora criticata da tutto il centrodestra, ma ora il leader del
Carroccio precisa: «Se significa pagare la gente per stare a casa,
dico di no. Ma se fosse uno strumento per reintrodurre nel mondo del
lavoro chi oggi ne è uscito, allora direi di sì». Evidente
l'intenzione di dialogare con il M5S.

Ma è forse ancora più significativa l'apertura sul tema della guida
del governo. Dopo aver detto che il presidente del Consiglio deve
essere espresso dal centrodestra, il leader del Carroccio ribadisce di
sentirsi pronto per quell'incarico ma senza porre alcuna condizione in
tal senso. C'è anzi chi ipotizza che possa accettare di lasciare
Palazzo Chigi a un collega fedele e preparato sui dossier economici,
come Giancarlo Giorgetti.

PRIORITÀ Il capo del Carroccio ha comunque in mente «un calendario
dove mettere le leggi che ci interessano», dalla Fornero da azzerare
alla «riduzione delle tasse» (il termine flat tax non è più così
ricorrente). E ancora: nuove norme sulla legittima difesa e sui flussi
migratori.

Magari pure una riforma costituzionale. Certo, «ci ha provato Renzi a
colpi di maggioranza, con scelte che non ho condiviso», sottolinea il
senatore, aggiungendo che «serve più attenzione ai territori, e
parlamentari che non cambino 25 partiti». Salvini sogna un'Italia
«federale e presidenziale».

Su tutto ciò potrebbe trovare sponda nel M5S? In un'intervista al
Messaggero, Salvini dice che «con Di Maio non abbiamo mai parlato di
governo», ma «ora cominceremo a farlo». Per adesso il clima sembra
propizio a un'intesa giallo-verde.

FORZA ITALIA Ad Arcore intanto Silvio Berlusconi segue con attenzione
gli sviluppi della situazione, sempre convinto che il Paese ha bisogno
di un governo, possibilmente di centrodestra, con chi ci sta. Grillini
inclusi, ma senza patti che lascino fuori Forza Italia.
Un esecutivo fatto solo da Lega e M5S, secondo l'ex Cav, sarebbe un
«ircocervo», qualcosa di innaturale. L'ex premier farà di tutto per
non restare fuori dalla partita.

Serve stabilità e senso di
responsabilità, non nuove elezioni subito, va ripetendo come un mantra
il leader azzurro, che in queste ore ragiona su uno schema di governo
M5S-Carroccio con l'innesto di ministri azzurri, dal profilo
istituzionale, anche giovani, non troppo caratterizzati dal punto di
vista politico. Figure che possano essere digerite dai grillini, sul
modello dell'elezione della Casellati alla presidenza del Senato.
Il tentativo di un esecutivo di centrodestra passa necessariamente
dall'unità della coalizione. Ma per mettere alla prova gli alleati
Berlusconi preferirebbe andare al Colle per le consultazioni con
delegazioni separate. Una strategia che troverebbe anche il consenso
della presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni.

Cicu: puntiamo sui sindaci
Centrodestra, cercasi candidato fuori dai partiti

L'elezione diretta del presidente della Regione impone, anche ai
partiti del centrodestra, una riflessione sulla scelta. Una persona
che sia l'incarnazione di un programma che i partiti della coalizione
dovranno presentare agli elettori. Un primo passo in questa direzione
lo ha fatto l'eurodeputato di Forza Italia, Salvatore Cicu, che ha
deciso di puntare sui sindaci per restituire agli amministratori
locali la prima fila nella vita politica regionale. Ma la coalizione è
ancora da costruire e non è detto che i confini siano quelli che
storicamente circoscrivono il centrodestra e gli equilibri siano
immutati.

C'è l'idea di aprire l'alleanza ad altre forze soprattutto quelle
autonomiste, una suggestione che il leader dell'Udc, Giorgio Oppi, ha
più volte rilanciato. Il leader centrista sulla scelta del nome punta
a «una persona fuori dalla politica, credibile e apprezzata». Resta da
verificare quanto la tenuta della coalizione sia solida
nell'attraversare i tre passaggi chiave: alleanza, programma e scelta
del candidato.

Su quest'ultimo aspetto non tutti la vedono allo stesso
modo visto che i partiti più piccoli non accettano più la nomina
romana. Il metodo delle primarie è un obbligo per i Riformatori e
potrebbe essere un'opportunità anche tra gli azzurri. Alessandra Zedda
ha ricordato la necessità di «uscire dalla logica dei personalismi» e
Cicu ha detto che «il tempo dei nomi calati dall'alto deve finire».
Interrogativi sui quali i partiti si dovranno confrontare per cercare
di ritornare alla guida della Regione.
M. S.

Puddu: «Non sarà un libro dei sogni ma conterrà progetti per il
rilancio della Sardegna»
M5S, incontri per il programma

Il Movimento 5 Stelle «c'è e ci sarà anche alla prossime regionali».
Mario Puddu, coordinatore della recente campagna elettorale sarda dei
pentastellati, annuncia che «dopo le amministrative ingraneremo la
marcia per prepararci a questo importante appuntamento».
VIA AI PRIMI INCONTRI I pentastellati, in verità, hanno già cominciato
ad aprire il cantiere per la costruzione del programma, attraverso gli
incontri dal titolo “La Sardegna che vogliamo”, che si sono tenuti a
Dorgali e Assemini. L'occasione per focalizzare innanzitutto le
emergenze dell'Isola, discuterne con gli attivisti per poi
«perfezionarle e preparare un programma di governo per la Sardegna».

Per i nomi c'è ancora tempo, l'unica certezza è che i portavoce
saranno scelti con la consultazione in rete delle “regionarie”, quando
il popolo a Cinque stelle sarà interpellato per decidere la squadra.
DIECI MACRO ARGOMENTI L'idea di Sardegna dell'M5S fonda le sue radici
su 10 macro argomenti scelti per individuare le emergenze dell'Isola:
lavoro, ambiente, identità e riforme, turismo, trasporti,
programmazione ed economia, infrastrutture, industria ed energia,
diritto alla salute, solidarietà e terzo settore, istruzione,
formazione, ricerca e innovazione, agricoltura, allevamento e pesca.

Ambiti sui quali cominciare a costruire la proposta per presentarsi
alle regionali dopo l'assenza in occasione dell'ultima consultazione
del 2014. «Il nostro obiettivo», spiega Mario Puddu, «non è scrivere
un libro dei sogni, ma dare vita a un programma che contenga una
proposta di rilancio concreto per la Sardegna».

Nelle prossime
settimane ci potrebbe essere un nuovo incontro per discutere e
raccogliere proposte. Di sicuro dopo le amministrative comincerà una
fase più intensa di attività per cercare di arrivare preparati alle
regionali, sfruttando la scia del risultato ottenuto, alle ultime
politiche, dal Movimento 5 stelle, primo partito in Sardegna. (m. s.)

CARBONIA. Duro il sindaco: «Occorre dare un peso ai ruoli istituzionali»
Paola Argiolas: «Dimissioni presentate per motivi politici»

Quasi per esorcizzarla, la parola crisi i Cinque stelle non la
pronunciano. Ma dopo che anche l'assessore al Personale si è dimesso
«per - rivela-questioni politiche», la crisi sta nei fatti. Tanto che
il sindaco Paola Massidda passa al contrattacco: «Ai ruoli
istituzionali occorre dare un peso».

PROBLEMI POLITICI La dimissionaria Paola Argiolas ha riflettuto a
lungo prima di ammettere, con uno stringato messaggio, il motivo
“politico” per cui venerdì scorso ha rassegnato la delega che aveva
ricevuto nell'estate del 2016, quando l'M5S vinse le elezioni e lei
venne eletta consigliere. Una pentastellata, quindi, della prima ora,
che non va oltre il laconico sms di conferma di quello che in realtà
si percepiva da giorni, stando ai rumors di Palazzo che spesso, negli
ultimi tempi, ci azzeccano.

Paola Argiolas è però il quinto assessore
a dare forfait: prima di lei i tecnici esterni Arianna Vinci, Riccardo
Cireddu e Emanuela Rubiu e, tra gli eletti, Carla Mario (addusse
motivi personali ma poi sottoscrisse una lettera di protesta di
attivisti M5S contro il sindaco).

LA CRISI Le cause vanno ricercate nel bilancio sotto esame? O nei
rapporti interpersonali? Vale un po' tutto e la conferma arriva da una
delusa Paola Massidda: «Profondamente sorpresa e perplessa - accusa -
non fa piacere assistere ad azioni di pancia: al contrario di chi non
dà peso ai ruoli istituzionali, io resto per rispetto della città e
degli elettori, quindi sino a quando avrò l'appoggio del Consiglio
andrò avanti». Appoggio che il capogruppo M5S Manolo Cossu ribadisce:
«Il sindaco ha la nostra fiducia: ufficialmente continuano ad esserci
oscure le motivazioni di Paola Argiolas». Ma è Paola Massidda a
lanciare messaggi di fuoco: «Per quanto logorante possa essere
amministrare una città come Carbonia, credo nella parola data,
pertanto spero che questa sia davvero la quinta e ultima defezione».

L'OPPOSIZIONE Lo auspicano anche componenti dell'opposizione che vanno
giù pesanti nei confronti di Paola Argiolas: «Non ho avvertito da
parte sua sensibilità verso la città - fa notare Daniela Garau - che
ha diritto ad avere un esecutivo stabile: con il silenzio non si va da
nessuna parte». Critico pure Michele Stivaletta: «Caduta la quinta
stella della Giunta - commenta ironico - ma ormai non fa più sorridere
e preoccupa la poca chiarezza».

Stesse valutazioni, anche più severe,
quella della segreteria Pd con Fabio Desogus: «Paola Massidda è
inadeguata a ricoprire l'incarico che sta svolgendo e i consiglieri
comunali che continuano a sostenerla sono complici di questo sfascio:
si dimetta».
Andrea Scano

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Federico Marini
skype: federico1970ca


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