mercoledì 13 febbraio 2019

Il paradossale incontro col Primo Ministro. Ci ha spiegato cosa e come dobbiamo fare. Di Maurizio Onnis.




L’incontro con Conte è fissato per le quattro, in prefettura, ma lui non si vede. Parecchi sindaci sono qui dalle tre e mezza. Passano anche le cinque, poi le sei. Niente. Nervosismo e irritazione. Alle sei e mezza qualcuno si avvia all’uscita. Una funzionaria, vedendomi con la fascia in mano e pronto ad andarmene, mi dice: «Il Presidente sarà qui tra dieci minuti».

Restiamo. Fremono i giornalisti, che hanno passato ore al vento freddo di Piazza Palazzo. Si agitano le forze dell’ordine. Mai vista tanta polizia in vita mia. I sindaci discutono e si accalorano sulle prossime elezioni. In anticamera stazionano anche Pigliaru e Paci. Fanno ora e cercano qualcuno con cui chiacchierare, come due garzoni in attesa di nuove commissioni.

Conte entra nel salone della prefettura alle sette e dieci. Si siede mentre tutti sono ancora in piedi, nel chiacchiericcio generale. Ressa della stampa e della televisione. Poi le porte si chiudono. Parla per prima la prefetta Tafuri: venti minuti. Tratteggia la situazione sociale ed economica della Sardegna e infila una sfilza di perle memorabili. Dice che la Saras è «la Fiat sarda». Parla in tono laudatorio della RWM, affermando che ha grandi progetti di sviluppo e che l’avversano «ambientalisti, antimilitaristi e anarco-insurrezionalisti».

Accenna alle servitù militari solo per rilevare che gli ambientalisti ce l’hanno anche con queste. Carta vetrata sui nostri cuori. Conte parla per un quarto d’ora: meno della prefetta. Racconta dell’incontro con i pastori e spiega che è venuto qui a lanciare un “Contratto istituzionale di sviluppo” per il sud Sardegna. Ci sono i miliardi del fondo strutturale europeo, che l’Italia non riesce a impegnare.Bisogna spenderli, lui li mette sul piatto.

Parla di «progetti di rilevanza strategica», ma non va oltre perché, sostiene, tocca a noi proporre idee d’investimento tra cui scegliere poi cosa trasformare in realtà. Gli stessi concetti vengono ripetuti dalla ministra Lezzi e dall’uomo di Invitalia, l’agenzia di proprietà del Ministero dell’Economia che si occuperà operativamente di tutto. Capiamo veramente solo questo: da domani sarà attiva una casella di posta elettronica dedicata, alla quale trasmettere suggerimenti, idee e progetti, appunto. Alle otto e cinque è tutto finito. Meno di un’ora.

È un potere senz’anima, che parla attraverso il volto glabro e il discorso informale di Conte, ma non suscita emozione, non emana calore, non sa regalare un pezzetto di sogno. E nasconde questo deserto sotto un diluvio asettico di dati e statistiche. Dalla sala si levano quattro applausi in tutto, uno per ciascun intervento. Applausi di circostanza, così scarsi e stentati da far pensare a una vera e propria ripulsa verso gli ospiti.

A mezzanotte sentirò un giornalista televisivo dire che Conte «ha ascoltato» i rappresentanti degli enti locali. Falso. All’Anci, in prima fila, non viene data parola. Ai sindaci non è concesso di aprire bocca. Alla RAS men che meno. Pigliaru e Paci, assiepati in platea, pubblico comune tra pubblico comune, sono lontani dal tavolo governativo.

Hanno incontrato il Presidente del Consiglio per pochi minuti, prima del suo ingresso in sala, e la loro esclusione dal cerimoniale della serata appare marchiano, assume un sapore punitivo. Ma d’altro canto: la Regione doveva proprio lasciare che arrivasse il governo a mettere mano alla vertenza pastori?

Possibile che noi, con le nostre forze, con la nostra “specialità”, non fossimo capaci di abbozzare una soluzione? Comunque parlano solo Conte e i suoi sodali. Noi non siamo parte in causa, ma ospiti a casa nostra. Alla fine ringraziano, salutano e se ne vanno, sbrigativi, veloci come sono apparsi.

È stata un’esperienza grottesca, ma utile. Perché chi c’era ha toccato con mano l’evidenza: la Sardegna non è Italia. È la periferia guardata in tralice dal centro, tollerata, assistita perché rimanga tranquilla, niente di più. E noi continuiamo a lasciare che tutto questo accada.

Di Maurizio Onnis


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