venerdì 26 ottobre 2018

Rassegna stampa 26 ottobre 2018


Unione Sarda

Pietro Cocco, capogruppo del Pd in Consiglio regionale «Il centrosinistra guardi al mondo dell'autodeterminazione»

«Alle prossime regionali partiamo tutti da zero, non è vero che il centrosinistra è sfavorito». Pietro Cocco, 53 anni, imprenditore, capogruppo del Pd in Consiglio regionale, crede che nonostante la crisi profonda dell'Isola, il centrosinistra possa sovvertire la legge non scritta che vede la coalizione al governo fare l'opposizione nella legislatura successiva.

Sarete ancora alleati con il Partito dei sardi, una delle vostre spine nel fianco in questa legislatura?
«Sono stati nostri alleati e non vedo perché non debbano esserlo ancora nella chiarezza dei programmi e di un percorso». Beh, hanno fortemente criticato molte vostre scelte. «È normale, nel corso di una legislatura, non essere d'accordo su tutto ma loro hanno ribadito di essere parte della maggioranza e lo hanno dimostrato, magari non su tutto».

Il Pd ha un problema Renzi?
«No».

Eppure ha trascinato il partito in basso.
«Io penso che Renzi sia figlio dell'evoluzione del centrosinistra. Una persona giovane che ha guidato il Paese dopo che il centrodestra lo aveva ridotto in braghe di tela con lo spread a 600 punti, Berlusconi in fuga, i governi tecnici. Lui ha fatto riforme importanti ma ha pagato la disperazione della gente che ha travolto i partiti».

Appunto.
«Ma Renzi ha ancora una larga parte del centrosinistra al suo fianco e molti giovani».

Chi temete di più dei vostri avversari?
«Io credo che il Pd e il centrosinistra non se la passino bene ma non mi pare che il centrodestra e il Movimento 5Stelle stiano meglio».

Massimo Zedda non ha ancora deciso: è il candidato giusto?
«Ha amministrato bene Cagliari, è apprezzato tanto che molti sindaci gli chiedono di impegnarsi e guidare una coalizione ampia».

Ma questi sindaci non si sono ancora manifestati?
«Lo faranno. Prima devono emergere idee e programmi, eventualmente si devono fare le primarie. Sono le basi su cui si deve formare la coalizione. Zedda deve essere il candidato di tutti, non solo del Pd».

A chi allargherebbe la coalizione?
«Ad esempio al mondo dell'autodeterminazione».

Il fallimento della legge sul governo del territorio è una macchia di
questa legislatura.
«Si sarebbe dovuto evitare. Avremmo dovuto presentare prima la legge per avere il tempo di correggerla. Era una legge necessaria non foss'altro perché avremmo sostenuto i Comuni nell'adeguamento dei Puc al Ppr».

Pigliaru dice che avete fatto molte cose ma non le avete sapute raccontare.
«Purtroppo oggi rischia di avere più presa un tweet che un serio programma di riforme. Ma non dobbiamo rinunciare a raccontare bene ciò che abbiamo fatto».
Fabio Manca

L'INCONTRO. In via Emilia
E i dem pensano al programma

Il Partito democratico cerca la via della condivisione. Lunedì
prossimo, in via Emilia dalle 17.30, si riuniranno i dem della
Provincia di Cagliari per concludere il percorso della conferenza
programmatica. L'obiettivo è fare una sintesi dei diversi incontri
fatti nei circoli e nel territorio per fornire un quadro sulle
proposte e le idee da mettere in campo in vista delle prossime
elezioni regionali.

Il segretario provinciale, Francesco Lilliu, ha chiara la scala delle
priorità: «Le persone prima dei candidati, i problemi da affrontare
prima degli slogan». La conferenza programmatica, lanciata dal
segretario regionale, Emanuele Cani, ha come scopo riuscire ad avere
un programma di partito condiviso.

Tanti i temi sui quali iscritti e
simpatizzanti si sono confrontati, dai trasporti alla sanità, dalla
cultura al sociale. «Il Pd provinciale», aggiunge Lilliu, «porta
avanti questo lavoro pancia a terra, facendo tesoro delle buone cose
fatte in questi 5 anni e delle altrettante cose che dovranno essere
ancora realizzate con slancio e rinnovamento». Il documento sarà
presentato durante l'assemblea e successivamente ci sarà un dibattito.
La riunione è aperta a tutti quelli che vorranno partecipare e sarà lo
stesso Cani a concludere il giro di interventi. (m. s.)


La Nuova

Pigliaru rompe col governo: i soldi dei sardi restano qui
La giunta rifiuta di pagare 285 milioni per gli accantonamenti del 2019
Il presidente: sono anni che chiediamo che vengano applicate regole eque

di Alessandro Pirina
CAGLIARI
Cinque lettere in due mesi senza nessuna risposta, la Regione non ci
sta e sfida il governo: i 285 milioni di accantonamenti restano in
Sardegna. Una somma a cui vanno aggiunti i 219 non pagati dopo
l'impugnazione delle ultime tre finanziarie nazionali. Dei 754 milioni
previsti nel 2019 la Sardegna verserà allo Stato "solo" 250 milioni
per contribuire a risanare il debito pubblico. Un risparmio di 504
milioni per le casse isolane, ma anche l'ufficializzazione dello
strappo tra la Regione targata Pd (e centrosinistra) e il governo di 5
stelle e Lega. Una rottura che potrebbe arrivare fino alla Corte
costituzionale, che, però, sul tema, ha solitamente preso decisioni
più vicine alla linea della Regione.

Ed è proprio questa
giurisprudenza favorevole ad avere probabilmente spinto Francesco
Pigliaru ad accelerare lo strappo con Roma. «Noi abbiamo semplicemente
chiesto al governo di poterci sedere intorno a un tavolo per stabilire
quale deve essere il nostro giusto ed equo contributo per risanare il
debito pubblico italiano - spiega il governatore -. Ora, dopo che per
anni non abbiamo avuto risposte, dopo anni di silenzi e imposizioni di
accantonamenti da parte dello Stato nei confronti della Regione,
abbiamo deciso di muoverci anche noi in modo unilaterale». A dare
manforte al presidente della Regione c'è tutta la maggioranza.

Non solo l'assessore Raffaele Paci, il suo "ministro" del tesoro, ma anche
il presidente del Consiglio, Gianfranco Ganau, il presidente della
commissione, Franco Sabatini, e il capogruppo di Sdp, Daniele Cocco.
Le lettere. La frattura tra Cagliari e Roma nasce da lontano, già dai
tempi dei governi "amici" di Renzi e Gentiloni, ma è con il cambio a
Palazzo Chigi che i rapporti si sono inaspriti. Soprattutto dopo che
il premier Giuseppe Conte ha presentato una manovra che va nel segno
opposto della austerity.

«Abbiamo inviato ben 5 lettere da quando il
governo si è insediato a oggi per sollecitare un confronto sulla
questione degli accantonamenti e non abbiamo mai ricevuto una
risposta, tanto meno una convocazione a Palazzo Chigi -. Abbiamo
scritto al presidente Conte, al ministro dell'Economia Tria, alla
ministra per gli Affari regionali Stefani inviando un breve dossier di
riepilogo». La prima lettera è stata inviata da Pigliaru il 13 luglio,
seguita da altre due il 30 agosto e il 25 settembre.

Il 1 ottobre è
stato l'assessore Paci a scrivere una lettera aperta a Tria,
all'indomani della decisione di portare il deficit al 2,4% con la
Finanziaria nazionale. Infine, l'ultima il 12 ottobre. L'assessore.
«Abbiamo percorso tutte le strade possibili per trovare un accordo
politico con il governo precedente e adesso per avviare il confronto
con quello attuale - spiega Paci -. Ci hanno assicurato si sarebbe
raggiunta un'intesa, ma niente è accaduto. Abbiamo subito fatto
presente la questione al nuovo governo, ma siamo stati ignorati. Non
si poteva più andare oltre, perciò abbiamo deciso di alzare
ulteriormente il livello del confronto dopo aver impugnato le ultime
tre finanziarie dei governi Renzi e Gentiloni e di non pagare questi
altri 285 milioni perché non li riteniamo più legittimi».Il rischio
Consulta.

Lo strappo, se non si ricompone prima, rischia di finire
davanti alla Corte costituzionale, chiamata a dirimere i conflitti tra
Stato e regioni. «Noi ci aspettiamo che finalmente il governo reagisca
- dice ancora Pigliaru -. È dai tempi di Padoan che non abbiamo
risposte. Noi non abbiamo nessuna difficoltà ad ammettere che tutte le
regioni devono contribuire a pagare una quota del debito pubblico
italiano, ma servono regole chiare ed eque. Lo chiediamo da anni. E se
ora il governo deciderà di impugnare il provvedimento nessun problema:
la Corte darà ragione a noi.

Lo ha già stabilito in precedenti
pronunce che gli accantonamenti non possono essere imposti in modo
unilaterale, senza una intesa con la Regione». Opposizione. Il fatto
di avere alzato il livello dello scontro con il governo Conte non è
piaciuto all'opposizione, che accusa Pigliaru di avere modificato il
suo atteggiamento con Roma dopo che è cambiato l'interlocutore a
Palazzo Chigi. «Noi ci siamo rifiutati di pagare gli accantonamenti
che i governi Renzi e Gentiloni, i cosiddetti governi amici, hanno
cercato di imporci - dice ancora il presidente della Regione -. E come
ci siamo rifiutati allora lo facciamo oggi. Non c'è alcuna questione
politica dietro, ma di appartenenza. Noi vogliamo che la Regione
Sardegna venga rispettata.

Il mio auspicio è che questo braccio di
ferro si risolva con la decisione del governo di sedersi insieme a noi
intorno a un tavolo. È istituzionalmente inaccettabile che mentre il
governo chiede spazi finanziari molto alti alla Ue, nei confronti
della Sardegna continui questo silenzio assordante. Abbiamo più volte
ripetuto che i 754 milioni previsti sono una cifra enorme e
sproporzionata per la Sardegna, anche rispetto ad altre regioni più
ricche della nostra. Se il governo vorrà finalmente incontrarci,
naturalmente siamo pronti al confronto».

Ganau con Pigliaru. «Abbiamo
più volte espresso l'incoerenza da parte del governo di imporre gli
accantonamenti, senza un preventivo accordo con le Regioni a Statuto
speciale - aggiunge Ganau -. È necessario sostenere con forza la
battaglia della giunta, una battaglia che non deve essere soltanto del
Consiglio regionale ma di tutti i sardi per rivendicare un diritto che
ci spetta. Io mi auguro che l'assemblea sarda si esprima in maniera
unitaria per sostenere una battaglia giusta e coerente, nonostante
l'appuntamento elettorale alle porte, e sia in grado di sostenere le
ragioni che sono di tutta la Sardegna e di tutti i sardi».

Finanziaria.
La quota di accantonamenti da destinare alle casse dello Stato viene
ogni anno appostata nella Finanziaria regionale. All'articolo 2 della
manovra 2019-2021, già approvata dalla Giunta e inviata in Consiglio
per essere incardinata in commissione e poi in aula, c'è scritto che
«sono accertati e impegnati in favore dello Stato 250 milioni e
245mila euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021».La quota
ulteriore che la Regione si rifiuta di pagare, 285 milioni, viene
iscritta in un fondo regionale che potrà essere utilizzato, oltre che
per sanare disavanzi, per «finanziare interventi di investimento e di
sviluppo del territorio».

M5s, per il dopo Puddu spunta Maurilio Murru
Il consigliere sassarese potrebbe essere il candidato presidente della Regione
Gradito allo staff e alla base, lascerebbe però un buco per le prossime Comunali

di Giovanni Bua
SASSARI
Potrebbe arrivare da Sassari il frontman pentastellato per le prossime
elezioni regionali. Per sostituire l'ex sindaco di Assemini Mario
Puddu, che ha rinunciato alla corsa per la carica di presidente dopo
la condanna a un anno per abuso d'ufficio, i piani alti del movimento
starebbero infatti pensando di proporre Maurilio Murru, attuale
capogruppo in consiglio comunale a Sassari e candidato sindaco per i
grillini alle amministrative del 2014,Murru, 46 anni, laureato in
scienze politiche e responsabile amministrativo della Safisarda di
Porto Torres, è parte dell'ala "dura e pura" dei pentastellati.

Tra i fondatori del meetup 79, lo storico gruppo cittadino nato quasi 10
anni fa, Murru è amico dello stesso Puddu e vicinissimo al neo
senatore Ettore Licheri, presidente della Commissione Politiche
dell'Ue e sempre più gradito allo staff grillino, che ha iniziato
anche a "spenderlo" nelle prime apparizioni televisive nazionali.E,
proprio lo stretto collegamento con Licheri, e con l'area "ortodossa"
a cui fa riferimento anche la deputata Emanuela Corda, farebbe
propendere i vertici del Movimento per la scelta di Murru.

Chiaramente
l'ex candidato sindaco sassarese dovrebbe passare per votazioni
on-line, anche se i meccanismi non sono ancora stati resi noti nemmeno
agli iscritti. Il poco che pare certo è che non ci sarà lo scorrimento
della graduatoria uscita il primo agosto dalle precedenti regionarie
sulla piattaforma Rousseau, dove alle spalle di Puddu (che aveva
incassato 981 preferenze) si era piazzato con 464 voti il docente
universitario cagliaritano Luca Piras. E che eventuali
"presidenziarie" non saranno aperte a quanti hanno scelto di
presentarsi come candidati consiglieri.

Se Murru alla fine fosse il
nome del nord dell'Isola le sua chance in eventuali consultazioni
on-line sarebbero comunque altissime, come dimostra la scelta dei
candidati per la politiche con Licheri che fu di gran lunga il più
votato.A quanto pare Murru ha da qualche giorno la proposta dello
staff sul tavolo. Ma starebbe prendendo tempo. Il suo "pallino" è
infatti quello di tentare per la seconda volta l'assalto a Palazzo
Ducale. Motivo per cui aveva rinunciato a presentarsi come candidato
al consiglio regionale. Se alla fine accettasse la classica offerta
"che non si può rifiutare" per il movimento si aprirebbe dunque la
caccia a un nuovo candidato per le amministrative 2019, non facile
visto che molti dei papabili sono già diretti verso Cagliari. E molto
delicata, visto che il movimento in città ha perso due dei suoi 4
consiglieri comunali, e nello staff nessuno è più disposto a correre
rischi.

Banche e famiglie pagano lo spread

La sua corsa fa male al credito, con tassi più alti anche per le imprese
L'Italia un'incertezza come la Brexit. Possibili ricadute su altri Paesi
L'ultimo, più autorevole, allarme è arrivato dalla viva voce del
presidente Bce. Lo spread alto dei titoli di stato italiani verso il
Bund sta già danneggiando le banche del nostro paese e il loro
capitale a causa del deprezzamento dei Btp in portafoglio. Un rischio
che la Borsa ha già segnalato punendo severamente nei mesi scorsi i
titoli del settore (da Intesa a Unicredit passando per Ubi, Mps e
Bper) che hanno perso da metà maggio, fra il 30 e il 40% a fronte di
un calo di Piazza Affari del 22%. I 364 miliardi di titoli di Stato
(di cui 256 di Btp) in pancia degli istituti, seppure in calo,
rappresentano un legame pernicioso che lega la loro sorte a quella del
Paese o meglio alla percezione dei mercati della sua solvibilità e
tenuta, misurato appunto dallo spread.

Anche senza una recessione
economica come quella vista negli anni scorsi che ha fatto schizzare i
crediti deteriorati, lo spread potrebbe causare quindi una crisi
bancaria di tipo sistemico. Nello scenario peggiore di uno spread in
continua crescita le perdite sul patrimonio causate dal diminuito
valore dei titoli dovrebbero essere ripianate. Non a caso si guarda
agli stress test della prossima settimana che, negli scenari
ipotizzati per verificare la solidità degli istituti, simulano una
crescita del differenziale.

Gli occhi sono anche sulla revisione del
giudizio di Standard and Poor's in arrivo venerdì sera dopo il
declassamento, seppure non drastico, di Moody's. Lo stesso ministro
dell'economia Tria comunque ha segnalato l'attuale livello di 320
punti «non sostenibile». Dagli ambienti bancari, da diverse settimane,
pur con parole misurate si esorta l'esecutivo a raffreddare lo spread
segnalando gli effetti negativi non solo sulla tenuta degli istituti
ma anche sulla crescita economica vista l'inevitabile ripercussione
sulla capacità di erogare prestiti e a condizioni peggiori. Una crisi
bancaria peraltro colpirebbe pesantemente il Pil italiano ma anche la
reputazione e l'immagine dell'esecutivo e della sua maggioranza.

Unione Sarda

Draghi: «La Bce non finanzia deficit» Di Maio: «Si preoccupa dello
spread, ma noi non vogliamo uscire dall'euro»
FRANCOFORTE. S'infiamma la polemica politica: opposizioni all'attacco
del vice premier del M5S

FRANCOFORTE
Spiega che l'Italia, come la Brexit, è «fra le incertezze per lo
scenario economico dell'Eurozona». Ma sulla manovra bocciata da
Bruxelles, si dice «fiducioso che sarà trovato un accordo». Il
presidente della Bce Mario Draghi affronta anche il caso Italia nella
conferenza stampa a Francoforte, dopo la riunione del Consiglio
direttivo, che ha lasciato invariati i tassi sulle operazioni di
rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento
marginale e sui depositi presso la banca centrale.
Non finanziamo deficit

Draghi esclude tuttavia il rischio che la Bce possa essere coinvolta
nella crisi italiana: «Finanziare i deficit non è nel nostro mandato»,
chiarisce. Quindi precisa: «Abbiamo l'Omt come strumento specifico, da
usare nel caso i Paesi entrino in un programma, per il resto siamo in
un regime di dominanza monetaria, non di bilancio». Un intervento
della Bce nel dibattito tra Roma e Bruxelles, insomma, è assolutamente
da escludere: «Non è il nostro compito quello di fare da mediatori.
Questa è una discussione fiscale, non è un ruolo da banchieri
centrali».

L'ex governatore di Bankitalia parla anche dello spread e avverte: «Io
non ho la sfera di cristallo, 300, 400, certamente questi titoli sono
nelle banche e se perdono valore loro impattano sul capitale delle
banche». L'indicazione: «Abbassare i toni e non mettere in discussione
l'esistenza dell'euro può far ridurre gli spread». E a chi gli chiede
se i rialzi dello spread italiano possano contagiare altri Paesi della
zona euro, risponde: «Forse c'è qualche ricaduta ma limitata». Secondo
il Draghi i rialzi dello spread sui Btp italiani pesano sui costi di
finanziamento di imprese e famiglie e riducono i margini espansivi del
bilancio.

La manovra
Sulla manovra italiana bocciata dalla Ue, Draghi non si sbilancia.
«Non c'è stata una grande discussione sull'Italia, c'era Dombrovskis,
gli ho chiesto il permesso di citarlo», ha poi aggiunto, facendo eco
al vice presidente dell'esecutivo Ue: «Si devono osservare e applicare
le regole, ma anche cercare il dialogo».

Strali dalla Bce
«Dalla Bce arrivano strali sul pericolo per l' economia italiana per
quanto riguarda lo spread. Draghi sa che il problema dello spread non
è legato alla manovra ma alla paura dei mercati che Paese possa uscire
da euro. E questo è un problema facilmente risolvibile con il fatto
che noi nel contratto di governo abbiamo inserito chiaramente che non
vogliamo uscire dall euro», la risposta del ministro dello Sviluppo e
del Lavoro, Luigi Di Maio. «Ognuno si assuma la proprie
responsabilità, calmierare lo spread è compito della Banca centrale
europea», è il commento stringato di Paolo Savona, ministro per gli
Affari Europei sulle parole di Draghi.

Forza Italia
«Usare toni intimidatori nei confronti di Mario Draghi come hanno
fatto oggi un importante ministro del governo e il partito di
maggioranza relativa è totalmente insensato. Cercano uno scontro che
non esiste. Il governatore della Banca centrale europea rappresenta
l'unica garanzia di stabilità nella situazione confusa e allarmante in
cui siamo stati trascinati dal governo con una manovra temeraria, che
mette a rischio i risparmi degli italiani», ha detto Mara Carfagna,
vice presidente della Camera e deputata di Forza Italia.

Gli europeisti
«Draghi non lancia strali, come accusa un nervoso Di Maio, ma spiega
al governo italiano che già ci sono danni per famiglie e imprese e che
la Bce non finanzierà il deficit italiano per spesa corrente», ha
scritto su Facebook il coordinatore di +Europa, Benedetto Della
Vedova.


VERTENZA. Pigliaru: la Consulta ci darà ragione
Entrate, la Giunta
disobbedisceAccantonamenti tagliati di 285 milioni

VEDI TUTTE LE 2 FOTO
È una sfida allo Stato, quasi un invito sul ring di un probabile
contenzioso costituzionale. Fallita la strategia del dialogo, sulla
vertenza accantonamenti la Giunta ricorre alla disobbedienza
finanziaria: nel bilancio regionale per il 2019 il contributo della
Sardegna al risanamento del debito pubblico nazionale sarà tagliato di
285 milioni. «Un atto unilaterale ma necessario, visto che lo Stato da
anni ci impone unilateralmente quasi 700 milioni di accantonamenti»,
spiega il governatore Francesco Pigliaru annunciando la decisione.
La richiesta al governo
Preferirebbe regolare le cose in altro modo,

il presidente, vorrebbe
una leale trattativa col governo. «Da anni chiediamo di sederci a un
tavolo per definire la giusta misura del nostro contributo», ricorda:
ma per trattare bisogna essere in due, e invece la controparte non ha
mai avviato un vero dialogo. «I governi precedenti almeno ci
invitavano a fare una gita a Roma per esporre le nostre richieste»,
ironizza l'assessore al Bilancio Raffaele Paci, «poi però non hanno
fatto niente di concreto. Quello attuale invece non ha ancora neppure
risposto alle cinque lettere che abbiamo spedito in questi mesi».

La Giunta parla di trattativa perché la Corte costituzionale, nelle
sentenze degli anni recenti, ha affermato due princìpi: tutte le
regioni devono contribuire al risanamento finanziario, ma gli
accantonamenti devono avere una scadenza temporale e non possono
essere imposti unilateralmente dallo Stato. Servirebbe appunto
un'intesa con la Regione.

Pigliaru e Paci avevano protestato coi governi Renzi e Gentiloni per
l'entità del sacrificio imposto a una Regione tra le più colpite dalla
crisi. E soprattutto perché, dopo aver concordato una quota di
accantonamenti nell'accordo sulle entrate del 2014, pochi mesi più
tardi il bilancio statale aveva aggravato di molto quel peso, senza
alcuna intesa. A tradimento. «Non neghiamo di dover partecipare al
risanamento, ma chiediamo regole certe e la definizione di una cifra
equa», ribadisce Pigliaru.

Le cifre della discordia
Si era partiti nel 2012 con 268 milioni, si è arrivati quest'anno a
pagarne 684. «E sarebbero 848 - precisa Paci - se non avessimo
impugnato le ultime due leggi di stabilità dei governi Renzi e
Gentiloni, che prevedevano un ulteriore aggravio». Ora però la
ribellione è di diverso tipo: non ci si limita a non dare attuazione a
una nuova norma ritenuta illegittima.

La Regione si rifiuta di pagare
una rata da 285 milioni derivante da una legge del 2012.
La Giunta si appella però a una ragione giuridica: «Quella rata è
scaduta, non è più dovuta», sottolinea l'assessore, «lo riconosce
anche l'Avvocatura dello Stato». Eppure tutti si aspettano che nel
prossimo bilancio nazionale quella somma venga ancora pretesa. C'è da
aspettarsi che stavolta sia Palazzo Chigi a impugnare la prossima
Finanziaria regionale: «Benissimo, facciano pure», risponde Pigliaru,
«siamo convinti che la Corte costituzionale ci darà ragione».

E se
così non fosse, in ogni caso, i danni dovrebbero essere contenuti
perché le somme risparmiate con la disobbedienza finanziaria non
andranno a coprire spese correnti.

Il significato politico
Inevitabile pensare che la svolta sia legata anche al cambio di colore
della maggioranza parlamentare, ma Pigliaru non approva questa
lettura: «È chiaramente un gesto di evidente valore politico, ma non
perché ci interessi andare contro questo governo. Lo dimostra il fatto
che avessimo impugnato le leggi di stabilità di Renzi e Gentiloni».
Paci però ribadisce il concetto già enunciato in una lettera pubblica
al ministro dell'Economia Giovanni Tria: nel momento in cui il governo
ricorre al deficit, non è coerente lasciare solo alle regioni i
sacrifici per il risanamento.

L'ok del centrosinistra
Sulla svolta c'è già il sì della maggioranza: «È un'iniziativa di
rivendicazione dei nostri diritti che dev'essere sostenuta con forza»,
spiega il presidente del Consiglio Gianfranco Ganau nella conferenza
stampa con la Giunta. «Massima condivisione» anche da parte di Daniele
Cocco, capogruppo di Art. 1-Sdp, «i governi amici non esistono». E
Franco Sabatini (Pd), presidente della commissione Bilancio del
Consiglio, si rifà alle considerazioni di Paci: «Se il governo riapre
la stagione del debito, al punto da avviare su questo una battaglia
con l'Ue, non può pretendere che siano solo le regioni a farsi carico
di colmare il disavanzo».
Giuseppe Meloni

IL CASO. Nessun passo avanti dopo il ritiro del candidato alla presidenza
«Colpo duro, ne uscirò più forte» Mario Puddu torna sulla sentenza,
intanto l'M5S è paralizzato

Il Movimento 5 Stelle sardo naviga a vista, nell'incertezza in attesa
che dallo staff nazionale diano il via libera alle prossime regionali.
Da Roma non battono un colpo e così la corsa del Movimento, iniziata
con largo anticipo rispetto agli avversari, è costretta a una brusca
frenata.

Eredità pesante
Il Movimento va a caccia di un leader, un nome in grado di raccogliere
l'eredità dell'ex sindaco di Assemini per guidare i pentastellati alle
prossime regionali. Anche se il motto è «vincerà il programma» serve
una figura di sintesi per evitare fughe in ordine sparso. Intanto,
l'ex candidato governatore, su Facebook, riavvolge il nastro di una
settimana, giorno in cui dopo la condanna per abuso d'ufficio ha
deciso di rinunciare alla candidatura. Una vicenda dalla quale «uscirò
ancora più forte».

Un «conto inaspettato»
Nelle parole di Puddu non c'è soltanto la certezza di uscire
rafforzato da questa vicenda, ma anche il rammarico per come è andata
a finire. Le sue parole sembrano quasi un addio alla politica, con due
date ben precise. La prima, «la giornata più bella della mia vita», è
il 10 giugno del 2013 quando venne eletto sindaco di Assemini. La
seconda «quella più triste», quella della sentenza: «Diciamo da sempre
che le difficoltà aiutano a crescere; da sindaco dicevo meglio delle
buone e costruttive critiche, perchè aiutano a migliorare il mio
operato. Certo, il "conto" che mi è stato presentato giovedì scorso è
davvero tosto e inaspettato». Puddu, però, ricorda anche i tanti
messaggi di conforto e sostegno che si alternano a «momenti in cui
accuso il colpo». Ma in tutto questo, l'esponente pentastellato dice:
«Sto metabolizzando la vicenda e maturando una convinzione che diventa
sempre più certezza: ne uscirò più forte».

Cercasi leader
Il Movimento 5 Stelle un leader l'ha avuto alla sua nascita (Beppe
Grillo) e ha in Luigi Di Maio il capo politico. Comunque la si pensi,
affrontare le regionale senza una figura forte di riferimenti è un
rischio anche per chi in Sardegna ha ottenuto il 42% alle politiche e
sostiene di avere un programma efficace. Le elezioni regionali,
inoltre, prevedono il voto diretto al candidato presidente che deve
necessariarmente fungere da traino. Mario Puddu incarnava questa
figura, riconosciuta anche dai parlamentari che lo hanno definito «una
grande risorsa».

Lo ha detto il senatore Ettore Licheri, che ha
definito Puddu un «capitano» e che su Fb ha scritto: «Il Movimento
sardo ha ancora bisogno di te. Ti aspettiamo». Dunque il ruolo di
Puddu non è semplice da rimpiazzare, sia per l'esperienza che per la
capacità di fungere da collante. Nei prossimi giorni arriveranno le
direttive per le regionarie che i pentastellati sardi avrebbero voluto
celebrare in tempi rapidi.
Matteo Sau

CENTRODESTRA. Confronto interno
Strappo di Forza Italia, oggi e domani le prove di disgelo

Quarantotto ore per ricucire gli strappi. È l'obiettivo di Forza
Italia che oggi e domani si riunirà per cercare di rimettere a posto i
cocci dopo lo scontro dei giorni scorsi. Stamattina alle 11.30 in
Consiglio regionale ci sarà la prima riunione aperta a tutti, dove
allo stesso tavolo siederanno il coordinatore regionale, Ugo
Cappellacci, e i dissidenti che nei giorni scorsi hanno firmato un
documento in cui chiedevano un cambio di guida nel partito. Domani,
invece, l'appuntamento è a Oristano sempre alle 11.30 per la riunione
del coordinamento regionale.

Si tratta del primo faccia a faccia dopo lo strappo dei giorni scorsi
quando quattro consiglieri regionali (Alessandra Zedda, Marco Tedde,
Stefano Coinu e Antonello Peru), l'eurodeputato, Salvatore Cicu e il
deputato, Pietro Pittalis, hanno firmato un documento contro il
coordinatore del partito Ugo Cappellacci. L'incontro della settimana
scorsa è stato disertato dai dissidenti che hanno convocato una contro
manifestazione per il 17 novembre.

La tensione dentro il partito è
salita alle stelle tanto che si è reso necessario un intervento di
Silvio Berlusconi per cercare di mettere pace tra gli azzurri.
In questo clima di guerra fredda oggi comincerà il primo dei due
tentativi di chiarimento anche in vista delle prossime elezioni
regionali. Bisogna ricompattare il partito e decidere una strategia
comune per la prossima campagna elettorale. Inoltre, non è escluso che
si discuta anche di candidature, sia per le supplettive della Camera,
sia per un'eventuale proposta da fare al tavolo del centrodestra per
il candidato governatore.

Stefano Tunis, che si è reso disponibile a
una candidatura appoggiato dal movimento Sardegna 20Venti, ha ottenuto
anche il sostegno di Cappellacci, ma non a tutti gli esponenti di
Forza Italia questa cosa è piaciuta. Altro punto all'ordine del giorno
saranno i criteri con cui si formeranno le liste nei collegi per
affrontare le prossime elezioni regionali.
M. S.

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Federico Marini
skype: federico1970ca

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