lunedì 12 febbraio 2018

Rassegna stampa 12 Febbraio 2018



Attentato a sindaca Villacidro, auto data alle fiamme

(AGI) - Cagliari, 12 feb. - Secondo atto intimidatorio in meno di nove mesi ai danni della sindaca di Villacidro (Sud Sardegna) Marta Cabriolu. Nella notte qualcuno ha appiccato le fiamme alla sua auto, ma una passante le ha notate attorno alle 22.20 e ha dato l'allarme in tempo, prima di danni irreversibili. L'episodio e' analogo a quello subito dalla sindaca il 27 maggio 2016: anche in quel caso, gli incendiari presero di mira la sua auto. "Per un po' andrò nuovamente a piedi", commenta Cabriolu sul profilo Fb.

"Camminare fa bene e dove abito io si respira aria fresca e sana. Impossibile non chiedermi il perché di tanta cattiveria. La verità e' che non ho sprecato troppo tempo a pensarci. Il mio tempo finora l'ho utilizzato per lavorare: ho una comunità che attende ogni giorno delle risposte e ho un paese da amministrare, il mio paese, il paese che amo e per il quale sto mettendo e continuerò a mettere tutto il mio impegno e la mia passione". "Continuo a credere e sostenere che la nostra sia una cittadina tutto sommato tranquilla, con tantissime persone di buon cuore, generose e altruiste", aggiunge la sindaca, decisa a proseguire il mandato.

"Persone che stanno bene senza occuparsi degli affari altrui, senza calunniare e infamare il prossimo. Chiunque abbia fatto questo gesto oggi e' solo un piccolo omuncolo senza dignità. Un uomo che si rispetti, quando ha dei problemi, li affronta parlando, non certo incendiando l'auto del Sindaco o di chicchessia. Ancor più che io non mi sono mai sottratta al confronto. Il gesto che e' stato compiuto stanotte e' da vigliacchi e chiunque sia stato non può rovinare l'immagine di noi tutti. Oltre 14mila abitanti fanno una comunità, un vigliacco resta sempre un vigliacco".

Cabriolu chiede poi alle istituzioni di "mantenere alta nelle Istituzioni l'attenzione verso gli amministratori locali, sempre più vessati e sempre più soli". E lancia un appello, a nome dei tanti amministratori locali bersaglio ai intimidazioni e violenze in Sardegna: "Non dimenticatevi di noi, non possiamo essere aiutati nel nostro gravoso compito solo dalle promesse", esorta Cabriolu. "I Sindaci e gli amministratori locali devono essere aiutati con atti concreti. Maggiore presidio del territorio da parte delle forze dell'ordine. Attuazione del piano sicurezza con impianti di videosorveglianza. Attendiamo che la Regione pubblichi il bando. Noi siamo pronti. Abbiamo bisogno di un segnale forte e lo stesso deve essere dato ai cittadini".

Unione Sarda

Gentiloni: siamo l'unico pilastro
Il premier alla presentazione di Civica popolare

ROMA Uno a uno per Paolo Gentiloni, ieri, in una nuova domenica di
campagna elettorale che lo vede sempre più “seconda punta” del Pd a
fianco del segretario Renzi. A fronte del rifiuto di Silvio Berlusconi
che ha spergiurato di essere stato «frainteso» e di non essersi mai
detto favorevole a un Gentiloni bis, il premier può contare
sull'endorsement di Lorenzo Dellai che alla presentazione del
programma politico di Civica popolare, il movimento che fa capo a
Beatrice Lorenzin, dice: «Gentiloni è il nostro presidente e speriamo
lo sia anche in futuro».

Il presidente del Consiglio detta la linea: «La nostra coalizione è
l'unico pilastro possibile per la sfida della prossima legislatura.
Una coalizione a trazione Pd forte sarà il pilastro di qualsiasi
futura governabilità». E ricambia la gentilezza nei confronti degli
alleati moderati: «C'è grande bisogno del contributo di Cp nella
nostra coalizione. La grande stagione di riforme dei governi guidati
dal Pd senza di voi non sarebbe stata possibile. Siete stati
fondamentali e lo sarete anche in futuro».

Beatrice Lorenzin posa
insieme a lui nel Tempio di Adriano in una foto di gruppo con il
ministro Gian Luca Galletti, Dellai e Pier Ferdinando Casini. E, con
una frecciata sottile sulle candidature, sottolinea che «la sfida del
futuro è quella della salute e non la vittoria a Bologna, Modena,
Milano».

Salvini a Berlusconi: è più quello che ci unisce
E il centrodestra si ricompatta

ROMA «Silvio, è molto più ciò che ci unisce che ciò che ci divide!». È
quasi una dichiarazione quella di Matteo Salvini a Berlusconi, dopo
settimane di polemiche sulle fratture nel centrodestra. L'occasione è
l'incrocio delle interviste di Lucia Annunziata ai due leader. Novanta
minuti divisi tra il segretario della Lega, in collegamento, e il
presidente di Forza Italia, ospite in studio.

Nel passaggio di
testimone, i due hanno il tempo di scambiare qualche battuta. «Hai
espresso con grande chiarezza posizioni che sono comuni», conferma
Berlusconi. E coglie l'occasione per ricevere l'assist di Salvini
sulla questione del condono. Pochi minuti prima il leghista aveva
difeso il leader azzurro liquidando le dichiarazioni dei giorni scorsi
come «fraintendimenti».

«Hai ragione - insiste il Cav - non ho mai parlato di condono: ho
detto semplicemente che quando si tratta di abbattere case bisogna
vedere chi ci vive dentro, se famiglie con figli piccoli, nuclei
fragili». Berlusconi ricompatta il fronte a destra sui fondamentali
del programma, contrasto all'immigrazione e sicurezza in cima: «Seduti
a un tavolo siamo riusciti in quello che la Merkel non è riuscita a
fare: trovare l'accordo su 10 punti essenziali». Su questi, assicura,
«la distanza tra Fi, Fdi e Lega non esiste».

Murgia aggiorna l'agenda: «La mia destra è differente»
Il deputato di Fratelli d'Italia: punteremo di più su cultura e ambiente

«Mi piace una destra che riscopre valori come la cultura e l'ambiente.
La mia destra è diversa».
Sembra lo slogan di una banca.
«Ma esprime l'idea di un'alleanza al passo coi tempi, in cui Fratelli
d'Italia può portare temi che Forza Italia e Lega trascurano».
Non è mai stato facile etichettare Bruno Murgia, politico lontano dai
toni da stadio e amante del dialogo, senza però annacquare
l'indiscussa militanza a destra: «Ma con una visione interclassista»,
spiega il deputato di FdI, «attenta alla ricerca e all'istruzione,
capace di leggere la società di oggi».

Dopo tanti anni si ritrova ancora in un'alleanza guidata da
Berlusconi. Che effetto le fa?
«Non so se è guidata da Berlusconi. So che è un'alleanza naturale,
dopo tanti governi non nati dal voto degli italiani. E anche
obbligata, con questa legge elettorale».
Ma se vincete chi sarà il premier? Berlusconi?
«Lo vedremo dal 5 marzo. Penso che debba indicarlo il partito che
prende più voti».

Se non sarà il suo, come premier meglio Salvini o un forzista?
«Ora penso solo al risultato di FdI. Il premier dovrà essere quello
che va bene a tutti gli alleati».
Se finiste all'opposizione, meglio Renzi o Di Maio al governo?
«Questo è un film horror... io amo quelli a lieto fine, non riesco a
scegliere tra i due: combatterei entrambi duramente».
E se fosse un governo Pd-FI? Potrebbe mai votarlo?
«Mai. I leader della nostra coalizione lo escludono, per i sondaggi ci
basta poco per avere la maggioranza. In ogni caso FdI è contro inciuci
e patti del Nazareno. E il 18 a Roma firmeremo l'impegno a non
cambiare casacca, se eletti».

Qual è la funzione di Fratelli d'Italia in questa coalizione?
«Rappresentare alcune idee della destra tradizionale sullo Stato, il
presidenzialismo, il libero mercato ma con attenzione ai più deboli.
Unite però a temi non tipici del centrodestra: anzitutto la
valorizzazione dei beni culturali in chiave economica e sociale, per
produrre posti di lavoro e benessere. Dovremmo investire in
biblioteche, spendere l'1% del Pil in cultura anziché lo 0,5».
Tremonti diceva che...

«...con la cultura non si mangia, già: lui smentisce di averlo detto,
e comunque sono in totale disaccordo. Mi occupo di questi temi da 25
anni: la cultura può dare lavoro».
Altri temi della “nuova” destra?
«L'attenzione all'ambiente. Prima di costruire ancora, dobbiamo
anzitutto rigenerare l'esistente».
Sembrano discorsi di sinistra.
«Io dico da tempo che non devono essere lasciati alla sinistra».
Cosa pensa della flat tax?

«Mi va bene una tassa piatta, magari non al 15% ma al 20-22, riducendo
imposte regionali e indirette. E bisogna sostenere le piccole e medie
imprese, più che le grandi».
Sull'immigrazione la distanza dalla sinistra è più ampia?
«Sì. L'Italia non può accogliere tutti i migranti, è giusto aiutarli a
casa loro e fare prima gli interessi dei sardi e degli italiani. La
solidarietà è doverosa, ma qui c'è un business dell'accoglienza che
vale 5 miliardi ed è pure gestito male».

Come valuta i fatti di Macerata?
«Come esempi della follia umana, da una parte e dall'altra. Non li
userei nel dibattito politico».
Intende dire che i nigeriani presunti omicidi non sono colpa
dell'immigrazione, e gli spari di Traini non sono colpa di Salvini?
«Esatto. Gli scemi ci sono ovunque, assurdo incolpare Salvini. E la
delinquenza legata all'immigrazione incontrollata c'è, ma si vede
nelle rapine, lo spaccio, i rioni metropolitani in mano agli
stranieri».

Si rischia un nuovo fascismo?
«Non ho nostalgia del Ventennio e non sto con CasaPound, ma non vedo
nessun pericolo autoritario: né fascista, né anarco-comunista».
Che cosa proponete per l'Isola?
«Un progetto di governo basato sul riequilibrio delle risorse,
l'istruzione, il turismo di qualità. E una forte scommessa su
allevamento e agroalimentare».

E delle industrie in crisi che cosa dovremmo fare?
«Siamo culturalmente contro la grande industria, che ha creato
inquinamento e disoccupazione, si pensi a Ottana. Ma mi pongo il
problema degli operai senza lavoro: bisogna salvare ciò che può essere
salvato. Senza promesse vane: sogno una politica che abbandona il
clientelismo, il do ut des».

Cosa pensa della proposta del M5S di un reddito di cittadinanza?
«Penso che serva lavoro vero. Temo che i soldi spesi per quelle misure
producano altre povertà: li userei invece per ridurre la pressione
fiscale e favorire le assunzioni a tempo indeterminato».
E dei fermenti indipendentisti?
«Li rispetto molto, ma sono autonomista. Mi sento sardo e anche
italiano, vorrei una Sardegna forte in Italia e in Europa. Il problema
è avere una classe dirigente forte. Amo la figura di Attilio Deffenu,
un antiprotezionista che rifiutava l'idea di una Sardegna lagnosa, non
implorava aiuti. Siamo un'isola, ci spetta un giusto riequilibrio».
Il referendum sull'insularità è la strada giusta?
«L'ho firmato. Ma la vera sfida è vincere le elezioni e governare per
fare cose concrete per i sardi. Non abbiamo mai avuto governi amici,
neppure con Tremonti: la questione sarda, intesa come rivendicazione
verso lo Stato, c'è tutta».

Luciano Uras propone che tutti gli eletti in Sardegna si uniscano su
alcuni punti chiave: condivide?
«Certo, se eletto sarò disponibile. È già capitato, in commissione
Cultura alla Camera ho collaborato spesso con Caterina Pes del Pd».
A quale risultato può aspirare FdI in Sardegna?
«Sono ottimista, tanti si stanno riavvicinando. Il 6-7% è alla nostra
portata, e anche la vittoria in collegi difficili come il mio. Sarebbe
un bel segnale per le Regionali».
Giuseppe Meloni

La Nuova

m5s, Di Maio, grane su rimborsi e massoneria

La questione rimborsi e una stilettata agli altri candidati premier:
«un confronto? ma non vedo interlocutori». Dopo giorni sotto
pressione, Luigi Di Maio passa al contrattacco: grande stampa, Renzi e
Berlusconi gli obiettivi del capo politico M5S nel corso di una
domenica elettorale trascorsa in Campania, tra Avellino e Salerno. Ma,
sulla campagna di Di Maio, piomba il caso Catello Vitiello, candidato
all'uninominale di Castellammare di Stabia e, secondo Il Mattino,
legato alla massoneria. E tra Vitiello e i vertici del Movimento è
scontro aperto. «Non sono più iscritto al Goi, non mi ritiro», spiega
Vitiello. «Sarà diffidato dall'uso del simbolo», è la secca replica
del M5S.

La «grana» Vitiello va a sovrapporsi al caso dei rimborsi
«fantasma» dei parlamentari Andrea Cecconi e Carlo Martelli. Nel
frattempo, Di Maio da Salerno passa al contrattacco. «Solo un problema
di contabilità, ieri abbiamo fatto le verifiche e quello che è venuto
fuori è solo un problema di contabilità del Mise e del Mef.
Sostanzialmente gli ultimi bonifici che stiamo facendo in questi
giorni, non per correre ai ripari ma perché stanno scadendo le ultime
rendicontazioni, non sono stati ancora accreditati sul conto, ma
risultano sul nostro sito internet», spiega il candidato premier che
accusa i grandi mezzi d'informazione di usare due pesi e due misure
nei confronti del M5s.«Vedo ancora una grossa sproporzione
dell'informazione italiana nei nostri confronti. Noi abbiamo
dimostrato che se c'è qualcuno che fa il furbo noi lo mettiamo fuori».

la presenza di entrambi alla
trasmissione di Rai3 «In mezz'ora più», Silvio Berlusconi e Matteo
Salvini colgono l'occasione per ricucire i rapporti nella coalizione e
smentire ogni ipotesi di divisione interna. Il leader della Lega nel
salutare il Cavaliere ricorda come «siano più le cose che uniscono
rispetto a quello che ci divide». Gli fa eco l'ex premier convinto che
sui temi divergenti si troverà una sintesi. Insomma, a tre settimane
dal voto, l'intento dei leader del centrodestra, compresa Giorgia
Meloni, è quello di mettere da parte i nodi e consolidare il vantaggio
della coalizione rispetto agli altri competitor.

Ed un tema su cui i
tre sembrano concordare è quello in questo momento più di attualità e
cioè la questione della sicurezza. «Sono d'accordo con Salvini - dice
il leader Fi - il fascismo è morto». Sulla stessa linea la leader di
Fratelli d'Italia Giorgia Meloni che non esita a definirsi «razzista»
verso quei manifestanti che a Macerata «hanno inneggiato all'eccidio
delle foibe e non hanno speso una parola per Pamela, uccisa e fatta a
pezzi da un nigeriano che non doveva stare nemmeno in Italia». Per la
presidente di Fratelli d'Italia in questo momento «ad essere razziste
sono le istituzioni verso gli italiani».

Poco importa dunque se in
realtà su alcuni capitoli centrali del programma di governo, come
«flat tax» e abolizione o meno della legge Fornero, in realtà i
distinguo siano netti. Così come lo scenario post elettorale è un tema
che rischia di dividere i tre alleati. L'ex premier mette le mani
avanti smentendo l'idea di un suo sostegno ad un governo di scopo e
richiama quanto previsto dalla Costituzione: «La Carta - ricorda
Berlusconi - dice che un governo in carica deve esserci, noi ce
l'abbiamo e con quello si tornerà al voto senza una maggioranza».
Nessun accenno alla durata dell'esecutivo guidato da Gentiloni. La
pensano diversamente invece sia il segretario della Lega che la
Meloni. «Se non ci sono i numeri si torna a votare subito - ribadisce
Salvini - secondo voi io posso dare la fiducia ad un governo
Gentiloni?». Stessa linea per la leader di Fdi: «Senza una maggioranza
si ritorna a votare e si dirà anche che questa legge elettorale che
noi non abbiamo votato era sbagliata».

Ed è per ribadire che Fratelli
d'Italia non sosterrà nessun esecutivo di larghe intese che la Meloni
ha chiamato a raccolta il suo partito domenica 18 febbraio per una
manifestazione anti inciucio a cui, nelle sue intenzioni, avrebbero
dovuto partecipare anche Lega e Fi che invece hanno declinato. Salvini
non esclude che si possa tenere un'iniziativa comune, ma non risultato
appuntamenti fissati.di Michele EspositowROMAIn campo, come «pivot»
della coalizione di centrosinistra. Il premier Paolo Gentiloni plasma,
la sua campagna elettorale parallela a quella del segretario Pd Matteo
Renzi. Una campagna più istituzionale, più governativa, che ieri lo ha
visto lanciare la gamba centrista della coalizione, la lista Civica
Popolare. Ed è dalla coalizione dell'attuale governo che il premier
vuole partire.

«L'Italia non ha alternativa, se non quella che la
faccia sprofondare, ad una seconda stagione delle riforme», sottolinea
il capo dell'esecutivo rimarcando la responsabilità, per la coalizione
al governo, di «non disperdere le cose fatte». La platea dei centristi
applaude convinta. Anche perché il premier ne esalta la «coerenza e il
coraggio» ricordando come, senza Ap, le riforme del governo a guida Pd
non sarebbero state possibili e anticipando che «il contributo» al
prossimo governo sarà fondamentale. «Non riconsegneremo l'Italia a chi
professa la paura» è la battaglia anti-populismi e anti Lega e M5S che
lancia Beatrice Lorenzin, leader di una lista che, sul palco del
Tempio di Adriano, vede Pier Ferdinando Casini, Lorenzo Dellai,
Giuseppe De Mita e Ignazio Messina.

E se Casini sottolinea che «chi
vota FI o NcI vota Salvini», Dellai anticipa quel ruolo di
«stabilizzatori» che, se la soglia del 3% sarà superata, potranno
avere i parlamentari di Cp: «spero che Gentiloni sia il nostro premier
anche in futuro». Sul suo ruolo nel post-voto, ovviamente, Gentiloni
non profferisce parola. Ma il suo è un discorso da leader. «Abbiamo
recuperato qualche punto su un centrodestra fortemente influenzato
dagli estremismi, ed è un bene per l'Italia. La sfida è aperta e io ci
credo», è la premessa del premier che difende il recente rinnovo dei
contratti pubblici («non è una regalia ma un impegno mantenuto») e
sottolinea come, sul tema del lavoro e su quello di una crescita che
non riduce le diseguaglianze, la strada sia ancora «lunga». Ed è una
strada che, per il premier, solo il centrosinistra potrà percorrere:
«una coalizione a guida Pd è l'unico pilastro possibile per il governo
nella prossima legislatura», sottolinea, inserendo «conti in ordine e
riduzione del debito pubblico» tra le priorità del centrosinistra e
tornando sui fatti di Macerata: «il bisogno di sicurezza degli
italiani non è fittizio ma è meschino e irresponsabile soffiare sulle paure».

Il raid di Macerata, tuttavia, continua a dividere non solo Pd
e Liberi e Uguali, ma anche Dem e alleati. «Non andare in piazza, per
il Pd, è stato un errore, è sconsiderato abbassare i toni», osserva la
presidente della Camera Laura Boldrini laddove anche la leader di
«+Europa», Emma Bonino, incalza: «A Macerata in piazza ci dovevano
essere tutti, se era un nero che sparava a italiani sarebbe successo».

A rispondere a Leu è il vicesegretario Pd Maurizio Martina («lasciamo
le polemiche agli altri, noi al fianco con Anpi») mentre Matteo Renzi
attacca «la deriva pistolera della Lega». E dalla Toscana, il senso
del messaggio di Renzi è del tutto simile a quello di Gentiloni: «se
il Pd non vince il problema è dell'Italia», spiega l'ex premier nel
corso della sua pedalata alle Cascine e prima di pranzare e
riallacciare i rapporti con il presidente dell'Anpi Firenze, Silvano
Sarti: «Il rifiuto al nazifascismo è chiaro», è il messaggio di Renzi.


-----------------
Federico Marini
skype: federico1970ca


Nessun commento:

Posta un commento