mercoledì 11 ottobre 2017

Nuove e vecchie ferite della Spagna e della Catalogna. Di Luca Pusceddu.


“In guerra è meglio conquistare uno Stato intatto. Devastarlo significa ottenere un risultato minore.” Vista la situazione obiettiva (anche personale: rischia la galera!) in cui Puigdemont si è ficcato e i rapporti di forza sul terreno non è che potesse fare – e gli si potesse chiedere - molto di più. Non poteva andare avanti (per non compromettere la situazione ulteriormente) ma non poteva nemmeno tornare indietro (c’è pur sempre sul piatto la straordinaria partecipazione popolare del 1 ottobre).

Di fatto ha lasciato le cose in sospeso nell’attesa che altri attori, interni ed esterni (in primis la UE), chiamati in causa, intervengano nella vicenda come mediatori. Mi sembra che complessivamente rischi per l’immediato di uscirne ulteriormente indebolito, e oltre tutto con una controparte (anch’essa credo ne uscirà indebolita, soprattutto nel lungo periodo) che pare proprio insistere nel chiedere la testa dei dirigenti indipendentisti.

Se Rajoy insiste con la difesa dello “Estado de derecho” dei miei stivali, cioè insiste nel voler reprimere, potrebbe sì vincere la battaglia ma alla lunga perdere la guerra. Resta tuttavia sul terreno:

(a) una frattura anzi tutto nella società catalana e poi in quella spagnola,

(b) un profondo conflitto politico-istituzionale che peserà per il futuro immediato della Catalogna, della Spagna e finanche della UE (quale crisi attraversi la democrazia credo sia evidente a tutti);

(c) si è riaperta un’antica ferita, repubblica o monarchia, con tutto quel che comporta anche sul piano simbolico (che è importante) e che in definitiva chiama in causa l’assetto costituzionale dello Stato spagnolo. E sullo sfondo una crisi sociale e un conflitto di classe che è lecito ritenere destinato ad inasprirsi.


Di Luca Pusceddu

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