martedì 29 ottobre 2019

Radical chic e sensibilità a lunga gittata. Di Pier Franco Devias.



Per un paio di giorni non ho detto niente sulla morte di Mario Trudu. Sono rimasto a guardarmi intorno, a vedere se avevano qualcosa da dire le folte schiere della sinistra social-coloniale. Sono stato a vedere se avessero riscoperto non dico un po’ di onesta umanità - sia mai - ma almeno un briciolo di decenza per tenere fede ai principi democratici di cui hanno la bocca piena.

Silenzio. Lo stesso silenzio che avvolge le celle di isolamento in cui Mario Trudu, ergastolano arzanese, è rimasto sepolto vivo da quando era ragazzo fino a qualche giorno prima della sua morte. Quarantuno anni sepolto vivo dentro una tomba di cemento.

La sua avvocata ha dovuto chiedere, supplicare per mesi che lo si lasciasse almeno andare a morire a casa, ad alleviare le sofferenze della malattia, confortato dai parenti.
La pietà a orologeria del tribunale è arrivata giusto per farlo agonizzare qualche giorno in ospedale, prima di morire.

Una diversa pietà giudiziaria che, nelle stesse ore, si affrettava a rimandare a casa Alberto Scanu (ex presidente di Confindustria e ex amministratore dell'aeroporto di Cagliari), dopo tredici giorni di arresto preventivo per l'accusa di bancarotta, pare ripetuta a raffica in una decina di casi, quasi tutte nel ramo della sanità, per un ammontare di circa 60 milioni. Ma si sa, il carcere è per i poveracci, ai ricchi sta scomodo.
La giustizia a orologeria ha il fuso orario diverso a seconda della classe sociale.

Ma no, non vale attaccarsi alla storia che uno aveva una pena definitiva e l'altro una accusa da dimostrare, perchè Trudu prima ancora di essere condannato era già sepolto vivo in isolamento totale da anni, con i primi mesi senza poter vedere nessuno, nemmeno l'avvocato o la madre. Con quella metodologia repressiva che il diritto internazionale chiama "tortura" e che è stata applicata agli accusati di sequestro, prima ancora di scoprire se c'entravano o no.

Una tortura inflitta a centinaia di ragazzi sardi, spessissimo anche innocenti (seppure neanche ai colpevoli è previsto che si applichi un reato di Stato), accolta con un gelido silenzio dai professionisti dei dibattiti sui diritti.

E mentre vi ornate di cappellini azeri e di scialli guatemaltechi, cari radical chic col silenzio alternato e la sensibilità a lunga gittata, vi raccomando di non perdere l'abitudine di rispolverare ogni tanto anche la magliettina proletaria da concertone del Primo Maggio.
Quella con la scritta "Odio gli indifferenti".

Pier Franco Devias

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