lunedì 10 settembre 2018

Il cielo sopra Pechino. La Cina: un colosso mondiale che non impone, ma cerca una strategia vincente per tutti. Di Pino Cabras.




Il cielo sopra Pechino è sorprendentemente libero e azzurro. Non c’è smog, il sole fa risaltare il profilo della capitale cinese con i suoi colori tutti nuovi, i suoi edifici modernissimi e il suo parco auto composto da macchine quasi tutte fiammanti che sfrecciano nel reticolo di larghissime autostrade urbane. L’assenza di polveri e fumi era stata notata già durante il summit Cina Africa di qualche giorno fa, quando il presidente Xi Jinping staccava assegni per 60 miliardi di dollari destinati a enormi investimenti in 45 paesi africani.

Qualcuno ha ipotizzato che l’aeronautica cinese avesse irrorato qualche diavoleria chimica sulle nuvole della megalopoli e che provvisoriamente molte fabbriche fossero state chiuse per far fare bella figura al vertice internazionale. Solo che il vertice è passato e l’aria rimane limpida e bella. Oggi ci sorprendiamo, ma la Cina investe in tecnologie verdi più di tutto il mondo messo insieme e domani ci sorprenderemo meno del ritorno del sole dove prima tutto era affumicato.

Eccomi dunque al ciclo di incontri organizzato dall’Accademia diplomatica cinese rivolto a leader emergenti di tutta Europa. I dieci giorni del fitto programma prevedono, oltre agli incontri con le istituzioni basate a Pechino dedicate alla politica internazionale, pure una visita alla metropoli industriale di Chengdu, dove nella seconda metà di settembre arriverà anche il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, in visita ufficiale.

L’attenzione del gigante asiatico verso l’Europa è estremamente duttile e differenziata a seconda delle caratteristiche dei paesi europei, visti nelle loro peculiarità che Pechino conosce da molto tempo. Mi ha colpito ad esempio che – così come fa con l’Africa - la Cina convochi ogni anno addirittura un vertice dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale, con i quali intraprendeva rapporti differenziati fin dai tempi della Guerra Fredda, e con cui oggi firma contratti di grande calibro economico. Quale altro paese europeo ha un’attenzione così diversificata verso i propri stessi partner?

Incontro Chen Xu, il direttore del Dipartimento affari europei del Ministero degli esteri cinese (lo vedete a mio fianco nella foto di gruppo della riunione al ministero degli esteri). Ha una profonda conoscenza delle dinamiche politiche di tutti i paesi europei, Italia compresa. Gli chiedo – citando espressamente i rischi di speculazione sul debito italiano – se la Cina intenda svolgere un ruolo di stabilizzazione. Capisce al volo dove voglio andare a parare, e me lo dimostra con una risposta giustamente molto diplomatica: «abbiamo appena ricevuto il vostro ministro dell’economia, Tria, e abbiamo condiviso l’idea che non convenga a nessuno che l’Italia si indebolisca, perché il danno non riguarderebbe solo l’Italia, ma l’integrazione europea nel suo insieme».

La finanza cinese sembra pronta a giocare un ruolo. Chi volesse speculare sullo spread forse ora dovrà prima calcolare ulteriori parametri in grado di raffreddarlo. Cerco di capire quali vie si aprano per i rapporti fra Italia e Cina nel successivo colloquio con Li Xiaoyong, che per il ministero degli esteri segue i paesi del Sud Europa (lo vedete mentre converso con lui a cena).

Il signor Li parla uno splendido italiano e mi fa notare che se facciamo un’analisi del testo nei documenti del governo cinese sulle questioni internazionali, l’espressione più ricorrente è un’espressione in inglese, “win-win”, ossia gli accordi vantaggiosi per tutti. Il successo strepitoso dell’economia cinese è trainato anche da centinaia di accordi win-win.

La Cina non persegue la sottrazione ma l’addizione, non vuole i cambiamenti di regime né soffici né violenti ma il mutuo rispetto della sovranità, non vuole imporre un modello di sviluppo ma adattarsi alle diversità, tanto nei paesi più poveri, quanto presso le potenze industriali. Chiedo a Li quanto la Repubblica Italiana potrà inserirsi nel grandioso progetto della nuova Via della Seta, la “Belt and Road Initiative” lanciata dal presidente Xi Jinping e gli faccio il nome di Genova. La città ferita, ma anche la città dove passerà una diramazione della Via della Seta. E azzardo: sarebbe possibile una joint venture fra l’Italia e la Cina per rifare in tempi rapidissimi il ponte crollato?

I cinesi, nella loro corsa sfrenata allo sviluppo delle infrastrutture, hanno perfezionato metodi costruttivi incredibilmente rapidi ed efficienti, tanto che circolano dei video sbalorditivi in time-lapse girati in Cina che mostrano cavalcavia sostituiti in 48 ore. Certo, il ponte che ridarebbe respiro a Genova richiederebbe qualche tempo in più, ma riusciamo benissimo a immaginare una… Cincantieri, con capitali italiani e cinesi, che porta le apparecchiature di ultima generazione, quelle megamacchine che assemblano strutture complesse con velocità pazzesche.

L’interlocutore prende appunti e ci sentiremo a breve di nuovo dopo qualche verifica. Non so se sarà possibile risolvere questo singolo caso, ma l’approccio win-win rende possibile prefigurare ogni scenario, e il governo del cambiamento si apre a opportunità di grande portata. Con Li Xiaoyong parliamo infatti anche del turismo cinese di qualità (in grande espansione), di trasporti, di possibili riconversioni industriali in Sardegna e in altri luoghi, di tutto un dossier di interventi che cercheremo di costruire prossimamente.

L’approccio cinese all’Europa è prioritario. Da tredici anni a oggi l’interscambio commerciale della Cina con l’Unione europea supera quello con gli Stati Uniti (nel 2017 sono ben 617 miliardi di dollari con la UE contro i 580 con gli USA), ma la partita da aprire è quella degli investimenti. I colloqui con i dirigenti cinesi continuano con moltissime domande sul Movimento Cinque Stelle e i prossimi impegni in agenda. Parlo loro del Reddito di Cittadinanza, decisivo per un paese che ha visto crescere la povertà negli anni dell’austerity. Chen Xu fa notare che anche un paese in pieno sviluppo non deve mai nascondere i suoi problemi di povertà, inclusa la Cina, dove certamente trovi una Pechino senza più una sola auto obsoleta che sia una, ma dove in altri luoghi trovi aree segnate da indigenza e disuguaglianza.

I dirigenti cinesi considerano la povertà come la sfida decisiva per la carriera di qualsiasi personalità politica emergente: deve dare dimostrazioni concrete di saper risolvere dei problemi, far uscire dei villaggi da una condizione di povertà, migliorare la qualità della vita degli amministrati, e se non ci riesce la sua carriera si interrompe presto. Mi pare un approccio utile per molte sfide: misurare il successo politico da quello che fai per rendere i poveri non più tali. E mi sembra un buon criterio per comprendere meglio i prossimi incontri a Pechino e a Chengdu.

Domani visiterò la Beijing Electric Vehicle (BJEV), la fabbrica di auto elettriche per il 60% di proprietà statale che aspira al primato mondiale nel suo settore, e la sede pechinese della Huawei, colosso delle telecomunicazioni a proprietà collettivista dei suoi dipendenti, che sta ampliando i suoi investimenti anche in Sardegna e in Italia. Poi, partenza per Chengdu, i suoi 14 milioni di abitanti e le sue immense fabbriche. Vi aggiornerò.

Di Pino Cabras



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