venerdì 16 dicembre 2016

Il caso Marra, la presunzione d'innocenza e la vergogna della carcerazione preventiva, di Vincenzo Maria D'Ascanio.


Vorrei dire due cose due a proposito dell’arresto di Marra, dirigente della pubblica amministrazione di Roma e c.d. “braccio destro della sindaca Virginia Raggi." L’Italia è uno Stato di Diritto, fondato dal punto di vista penale sulla “presunzione d’innocenza”, che vala sino a quando non si è arrivati al terzo grado della Cassazione.

Il pubblico Ministero in causa, ha inviato un mandato di arresto verso un presunto innocente, a mio avviso profondamente infondato. L’arresto preventivo dovrebbe essere utilizzato in due casi: a) in caso di possibile reiterazione del reato; b) nel caso in cui ci sia il pericolo che il destinatario delle indagini intenda trovare riparo all'estero, magari in un paese dove non esiste l’estradizione. In entrambi i casi, a mio avviso, non c’era questo pericolo o, almeno, se c’era, si basa su mere presunzioni, visto e considerato che difficilmente Marra potrà reiterare il reato, ed in secondo luogo perché non avrebbe nessun vantaggio a lasciare l’Italia, visto e considerato ha tutti gli elementi per difendersi in sede processuale. Se proprio si voleva adottare una misura cautelare, si poteva optare per gli arresti domiciliari, misura ben più cauta di una carcerazione.

Tuttavia, ciò che mi sorprende maggiormente, è la gogna mediatica a cui è sottoposto questo cittadino della Repubblica. E’ stato sbattuto su tutti i giornali, con tanto di foto mentre si trovava sull'auto che lo portava in prigione. Nessuno sa esattamente come sono andati i fatti, visto e considerato che l’arresto arriva dopo la conclusione delle indagini, ed è impossibile che gli atti accusatori siano già stati depositati in cancelleria. Dunque, la difesa di Marra non ha ancora elaborato una strategia difensiva, e questo cittadino è già considerato un delinquente, con tutte le ricadute psicologiche, sociali esistenziali e familiari.

Il pubblico ministero non è un dio in terra. Alcuni sono accecati dal carrierismo, altri sono incapaci, altri semplicemente si sbagliano. Dal caso Tortora non abbiamo imparato proprio nulla o, nel nostro ambito cittadino, dal caso dello sfortunato Scardella. Inoltre, è ora d’interrompere questo ambivalente scambio d’informazioni tra magistratura inquirente e stampa. Gli atti d’indagine, eseguiti unilateralmente, non devono essere resi pubblici, soprattutto in casi come questo, in cui i pennivendoli di partito si lanciano come sciacalli. Nelle procure occorrerebbe individuare chi fornisce determinate informazioni alla stampa, e possibilmente impedirgli, per sempre, di svolgere qualsiasi incarico nell'amministrazione pubblica.

Mi dispiace, ma io mi dissocio da questo gioco efferato e vergognoso. Purtroppo la magistratura si è resa responsabile di continui errori, persino madornali, anche al terzo grado di giudizio. Naturalmente non voglio screditare il lavoro di polizia giudiziaria, magistrati, etc…, ma è ora di dire basta. La carcerazione preventiva, salvo casi eclatanti, deve essere cancellata definitivamente dal nostro sistema penale. Beppe Grillo, tra le sue lotte, dovrebbe ricordarsi anche di questa: la magistratura inquirente è al servizio del cittadino, in quanto dipendenti pubblici devono assicurare che non trapelino lesivi atti d’indagine, che possono essere resi pubblici, volendo, dopo il primo grado di giudizio, quando l’avvocato ha elaborato e studiato la strategia difensiva. Qui si parla di un uomo che può aver anche sbagliato, ma, sino a prova contraria, è innocente. Innocente! Non dimenticate, vittime di questo meccanismo, un giorno potreste essere voi...


Di Vincenzo Maria D’Ascanio

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